Testo di- Marco Ferrario

 

Thucydides_pushkin02 busto di Tucidide

 

La distinzione operata da Tucidide in I, 23 tra le cause superficiali della guerra e quella profonda, vale a dire “il crescere della potenza ateniese ed il suo incutere timore ai lacedemoni al punto da costringerli alla guerra” è stata sempre vista come una prova della penetrazione della lucidità di analisi dello storico e del suo rigore metodologico. Eppure quest’affermazione, benché dica molto, forse non dice tutto in merito alle origini degli attriti che portarono al conflitto.

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Si prenda il nome stesso della guerra. L’espressione che viene tradotta con “Guerra del Peloponneso” in greco suona Peloponnesiakós pólemos vale a dire “Guerra dei peloponnesii”, dal momento che formalmente furono gli spartani al comando di Archidamo ad invadere l’Attica nel 431 aprendo le ostilità. Ciò potrebbe essere visto come una prova a favore di quanto afferma Tucidide, se non fosse che è lo stesso storico in capitoli successivi del primo libro (I,36; I,42; I,44; I,53, I,55; I,56) a mettere in luce come, negli anni precedenti la deflagrazione del conflitto, Atene non avesse mancato di interferire ripetutamente negli affari di Corinto, dando manforte a Corcira che era in una fase di ostilità nei confronti della città istmica: aveva assediato e conquistato Potidea, città di fondazione corinzia, sfruttando un pretesto ed era giunta a sanzionare pesantemente Megara vietandole di attraccare nei porti della lega e di fare scalo nella stessa Atene.

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tutti i territori coinvolti nella guerra del Peloponneso

 

E’ ancora Tucidide a suggerire le motivazioni degli interessi ateniesi nei confronti di Corcira: egli sembra suggerire che già nel 432 a. C. Atene fosse intenzionata ad assicurarsi una base importante nell’Adriatico orientale da cui far vela alla volta della Sicilia, senza dover doppiare il pericoloso capo Malea. Nel 459 a. C. inoltre, prosegue Tucidide, Atene aveva inviato un contingente sostanzioso in appoggio al ribelle Inaro in Egitto e contestualmente si era avviata la costruzione delle lunghe mura. Nel 446 si ha la rivolta dell’Eubea e nel 440 quella di Samo, entrambe duramente represse. Tucidide sembra suggerire che la gestione dell’egemonia all’interno della lega delio-attica da parte di Atene fosse diventata, già a partire dalla vittoria di Cimone presso l’Eurimedonte, sempre più pressante nei confronti degli alleati, i quali si videro prima permutare la fornitura di navi in tributo (un tributo il cui ammontare era stabilito unilateralmente da Atene) e successivamente punite in caso di mancato pagamento.

Più dell’imposizione del dazio la miccia che innescò le rivolte degli alleati sembra sia da individuare nella limitazione della libertà dei summacói intesa nel senso di autonomia e di autodeterminazione. Inoltre, sottolinea il nostro storico, l’attivismo ateniese di questi anni non sembra si potesse giustificare con la necessità della difesa nei confronti della Persia, che era stata alla base della costituzione della lega nel 477 a. C. A seguito dell’assedio di Potidea i corinzi si recano a Sparta per chiedere l’intervento spartano, e mettono in luce, (I,70,5-7) come gli ateniesi non si accontentino mai di quanto ottenuto e come, non senza una certa componente di azzardo e di avventatezza, tentino di acquisire sempre più di quanto posseggano dal momento che “sono nati per non avere tranquillità loro stessi e per non concederla agli altri” (I,70,9).

Questa frase merita attenzione: se è vero che il primo ad invadere il suolo avversario fu il re Archidamo, da anni Atene si serviva in modo spregiudicato di quella che era nata come un’alleanza tra pari, sia pure godendo Atene di un’auctoritas superiore rispetto a quella delle altre póleis, tradendo in modo palese il ruolo di salvatrice della Grecia che si era assunta a seguito della battaglia di Salamina, e l’attivismo dei venti anni successivi all’Eurimedonte non poteva non destare preoccupazioni prima ancora che a Sparta (i cui comportamenti erano, come dicono i corinzi nel luogo sopra citato “troppo antiquati” rispetto a quelli ateniesi) le póleis minori, che sentendosi minacciate e temendo per la loro incolumità (loro, non gli spartani) si rivolsero all’altra città che al momento di un’altra invasione, al tempo di Serse, si era levata a paladina della libertà della Grecia.

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Ma forse c’è dell’altro. Nell’incapacità ateniese di “avere tranquillità” si potrebbe forse individuare il riconoscimento da parte di Tucidide del funzionamento della democrazia dei rematori, grazie ai quali Atene aveva trionfato a Salamina: chi sedeva sui banchi nelle triremi era pagato per questo – guerra significava impiego della flotta, ed impiego della flotta significava guadagno per i rematori, che erano anche coloro che muovevano la macchina democratica. Forse Tucidide sta suggerendo che a seguito delle riforme di Pericle ed Efialte del 462 e degli anni seguenti fu il nuovo sistema democratico che, a causa del suo funzionamento ed in virtù degli ingranaggi che lo muovevano, costrinse Atene, non Sparta, ad una politica di spregiudicato espansionismo che doveva portare alla guerra.

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Lo scontro a Salamina

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