Testo di – GIUSEPPE ORIGO

 

 

Lo Sziget continua a sembrare, all’ alba del quinto giorno di Festival, qualcosa di totalmente alieno.

Una dimensione di aggregazione sociale ed artistica che mai neanche ero riuscito ad immaginare fino ad ora e che ancora adesso che la sto vivendo è troppo… troppo troppo per esser possibile.

Una sorta di sogno idealizzato che va ben oltre il sogno stesso.

Il concetto di tempo qui è distorto perché lo stimolo sensoriale è costante nel suo innovarsi e sorprenderti, fatico un po’ a ricordare l’ordine esatto del corso degli eventi e cerco di orientarmi nel tempo trascorso qui ricorrendo allo stratagemma gastronomico: andando a ritroso ricordo di aver addentato un gambero fritto, dei “tipical Italian Pasta with meat” (che di tipical ancora non capisco bene cosa avessero), un hot dog con cipolle, un altro hot dog con cipolle ma questa volta coi peperoncini piccanti, un burrito Inka, una “tipical italian pizza with ham, cheese e bacon” (anche qui si potrebbe aprire un dibattito sulla “tipical italian dimension” del bacon…ma non stiamo a sottilizzare), e così via… ad ogni intervallo pietanza/pietanza cerco poi solitamente di ricollegare gli eventi intercorsi.

Tipical italian pizza with ham, cheese e bacon / burrito Inka /hot dog con peperoncini piccanti (13Aug, pomeriggio)

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Jake Bugg

Fuor dalle fin facili speculazioni ironiche sull’ età dell’infanto musico o presunto tale (che non so quanti anni abbia ma giurerei non più di venti a vederlo così), Bugg sale sul palco alle 16 del 23, inaugurando così il terzo giorno di festival. Il genere non è certamente il mio favorito però nel complesso lo spettacolo è buono anche musicalmente: magari non brilla per originalità, ma il ragazzo sa suonare la sua chitarra e sa come si canta (elementi che purtroppo, invece, molti dei mostri musicali convenuti per il Festival Ungherese non paiono avere totalmente chiara).

Uno show assolutamente senza infamia e praticamente senza lode, ma nel complesso promuovibile come “dai piccolo Jake, hai fatto il tuo lavoro!”.

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Imagine Dragons

Partito prevenutissimo per recarmi nel pit dei fotografi (genericamente questi grandi nomi dello scenario pop-rock contemporaneo mi lasciano perplesso ricordandomi più un’ accozzaglia di cover band di se stessi che una serie di progetti originali) è stato invece un piacere ricredermi sulla combo alternative: lo spettacolo è energico e i musicisti capaci, ottima abilità nell’ ingraziarsi le folle e nel condurre lo show, che scorre veloce e piacevole.

Una particolare nota di plauso personale (in quanto io grande ammiratore del pacchiano in ogni sua manifestazione e forma) va al chitarrista Wayne Sermon e al suo set di chitarre/microfoni/orologi “total gold”: vittima probabilmente di una sorta di sindrome di Re Mida, di fatti, il musicista ha proposto un’ ampia collezione di strumentazioni e ninnoli dorati degna del titolo di “tamarro ad honorem”. Grande.

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Placebo

Eccola. Sapevo che sarebbe arrivata puntuale puntuale nel suo “padulico” splendore.

Sono i Londinesi placebo a portarsi a casa la prestigiosa statuetta di “Grande Delusione” di questa giornata di Festival.

Li aspettavo con grandissima ansia avendo perso in passato molti loro live in Italia per contrattempi e imprevisti personali. Sin dalla prima canzone e lungo tutta la scaletta l’unica emozione suscitatami dagli inglesi è stata invece una sola: la noia, il più supremo spleen e male di vivere con tanto di cocci aguzzi di bottiglia, mostri delicati e tutti gli altri cliché del caso. Un po’ ti spiace per il frontman Molko quando ti rendi conto che il 50% delle canzoni inizia con costrutti e derivati della frase “I’m alone” e la restante metà invece con ben più drastici “I have no friends”…

Fuor da queste scemate, lo show è al limite del soporifero al punto di chiedersi se per la performance siano state scelte calzature in granito troppo pesanti per poter permettere il movimento on stage o se i musicisti non siano stati sostituiti da figure in cartonato ad altezza umana.

Quella di riuscire a coinvolgere il pubblico è forse la più fondamentale delle capacità per una live band, subito dopo alla abilità di esecuzione, ma i Placebo pare abbiano dimenticato entrambe le cose durante l’ora di spettacolo che scorre lenta con pochissime eccezioni (e qui bisogna, per dovere di cronica, citare la splendida “Too many friends”: ottima).

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Skrillex

Ottimo spettacolo, da manuale: divertente e coinvolgente condito dal vero elemento chiave della riuscita performance cioè le fantastiche grafiche che illuminano le scenografie del palco.

Skrillex è forse il più riuscito prodotto della cultura di massa degli anni dell’ e-moticon ed è proprio su questo tema che è imperniato il leitmotiv delle psichedelie proiettate sugli schermi: faccine frattali ripetute all’infinito diventano i pixel di uno show digitale poderoso e luminosissimo, un flash che superbamente ma non del tutto riesce quasi a distrarti da domande tipo “come riesce un DJ a mixare e nel mentre accendersi x sigarette, bere y cocktail(s), saltare qua e là per il palco, battere le mani eccetera?”.

Mah… dopo tutto è un fenomeno… cioè, speriamo…

Gambero fritto / Tipical italian pasta with meat / Hot dog con cipolle senza peperoncini piccanti (14 Aug)

qui permettetemi un piccolo e sentito ringraziamento al Demiurgo per la sua ironia e aver pensato bene di far piovere uno tsunami d’acqua su un Festival su un’isola di terra trasformandolo in un colossale porcile: Grazie sig. Demiurgo perché senza fango sul 90% del corpo non potrei certo vantare di aver vissuto un’ esperienza Woodstock completa (ora però chiudiamo un po’ i rubinetti e diamoci una bella calmata, eh?)

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Caparezza

Già lo vedemmo sul palco del Collisioni di Barolo e anche qui in terra straniera, sotto al diluvio e su un palco grosso un quarto dell’ altra volta l’effetto è stato lo stesso: il delirio.

Con uno spettacolo ottimo e musicalmente ineccepibile, improbabili orazioni anglofono-pugliesi e, seppur con scenografie mutile (non certo per scelta dell’ artista) ma abilmente riarrangiate in chiave “Art Attack”, il rapper di Molfetta ha, ancora una volta, conquistato tutti i convenuti, italiani e non.

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Bastille

Qui penso che mi guadagnerò le ire della maggior parte dei lettori quindi questo messaggio è per te, grande fan del gruppo Londinese: salta a piè pari questo paragrafo e passa oltre, non è il caso che tu ti rovini la lettura.

I Bastille si sono riconfermati essere fedeli al modello della combo alternative britannica contemporanea: la stereotipizzazione più assoluta di un format abusato alla nausea.

Uno show del quale non riuscirei a trovare un qualcosa che possa scandire una differenza o una rottura in un flusso di ovvietà musicali: tutto è uguale al resto, ma questo d’altronde penso sia l’effettivo filo conduttore di questo filone neo brit-rock.

Scomoderei la “cagata pazzesca” fantozziana, ma non penso che, dopo tutto, ne valga neanche la pena.

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Lily Allen

Lily fa il suo dovere, nulla di meno e, anche in questo caso, nulla di più.

Penso che uno show di Lily Allen corrisponda letteralmente alle aspettative che uno può avere su uno show di Lili Allen: colori, ballerine, battute sul pacco di vecchi amori passati, palloncini, coriandolini… Nulla che possa far gridare “alla Nuova Regina del Pop”, certo…

Ad ogni modo mi è piaciuto, forse complice anche del fatto che non sono abituato a live performance di pop di massa e l’effetto novità ha saputo conquistarmi.

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Macklemore & Ryan Lewis

Forse gli ospiti più attesi dai 480mila di questa edizione, i due statunitensi sono stati semplicemente bravi.

Un bello spettacolo, emozionante e ben condotto, complice di una scaletta davvero interessante e eseguita perfettamente.

Si balla e si canta facendo finta di conoscere le parole (comunque scandite sempre perfettamente da Macklemore), ci si diverte e si ha la consapevolezza di trovarsi di fronte a una combo destinata a crescere ancora più di quanto già non sia adesso.

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Stromae

Con The Bloody Beetroots, The Prodigy e i deludenti Placebo era la performance che più attendevo di questa edizione dello Sziget e, a spettacolo visto, mi rendo conto che questa volta le aspettative sono state coltivate più che giustamente.

Stromae si è dimostrato essere, oltre che un bravo musicista e eccellente cantante (coadiuvato comunque da una combo di strumentisti electro pop rock capaci), un grandissimo ballerino (ma questo già si sapeva) e, perché no, un capace attore.

Le canzoni, hit e non, sono state di fatto eseguite al limite della drammatizzazione, che è andata ben oltre la già nota e sempre splendida esecuzione e recitazione di Formidable, animando e arricchendo ogni secondo dello spettacolo.

Stromae è semplicemente uno show-man professionista, ed è qui che vorrei aprire un punto importante.

Il professionismo è qualcosa che, nello spettacolo, sembra si stia progressivamente dimenticando: la creazione di prodotti di massa sempre più spesso rivelatisi fuochi di paglia usa e getta ad opera delle principali major dello spettacolo sta saturando lo scenario Artistico di figure di amatorialità parzialmente professionalizzate.

Nulla che possa durare più di due o tre stagioni senza poi finire nel dimenticatoio.

Questa esperienza allo Sziget Festival mi sta aiutando anche in questo.

Assistendo a molte performance live ogni giorno, di Artisti veri e fanfaroni provenienti da ogni genere e backround possibile, è lampante quando ci si trova davanti ai primi in mezzo alla massa dei secondi.

Gente come Stromae, Sir Bob Cornelius Rifo, Macklemore e Ryan Lewis o gli Ska-P (questi ultimi certo con le riserve del fatto che di essere “Artisti Professionisti”, dopo tutto, forse non glie ne frega nemmeno più di tanto) sono veri Artisti, non semplici performer o bambocci impomatati voti alla stimolazione dell’ ormone femminile, e, realmente con tutto il cuore, spero a questi ne seguiranno altri nei giorni che abbiamo davanti qui a Budapest.

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