Scritto da – LEANDRO BONAN

Le polemiche, si sa, da noi non mancano. Quando ho letto, quindi, che a Firenze sarebbe stata esposta una statua di Jeff Koons a fianco del David, mi sono chiesto perché nessuno si fosse ancora lamentato. Tempo due giorni e avevo uno stuolo di critici (di vita, più che d’arte) che si stracciavano le vesti. Brutto, kitsch, un insulto alla storia: la povera coppia composta da Plutone e Proserpina se ne è sentita dire di tutti i colori.

Effettivamente, sobria non è. In caso, non l’abbiate presente, sto parlando di una statua di quasi quattro metri, in acciaio dorato levigato a specchio, ed adornata, giusto per non farsi mancare nulla, da dei vasetti di fiori bianchi. Qui sotto la potete osservare in tutta la sua vistosa esuberanza.

PlutoPros

Ma è davvero “un cartoccio buttato accanto ai capolavori di Piazza della Signoria”, come è stato scritto?

Come sempre, l’arte contemporanea divide molto di più dei classici. Nessun problema, anche perché i classici stessi, quando erano contemporanei, dividevano. Pensate a Monet, oggi incensato (e non a torto) come uno dei pittori più geniali e dotati di sempre, l’unico che tutti conoscono (un po’ come Mozart per la musica classica: puoi anche non capirci niente, ma che Mozart ti piace lo dici comunque, tanto sai di non sbagliare). All’indomani della mostra che lui e i primi impressionisti organizzarono nello studio del fotografo Nadar, il critico d’arte Louis Leroy sostenne che la carta da parati fosse più curata dei quadri esposti nell’atelier.

Partiamo quindi dal presupposto che i contemporanei di stupidaggini ne dicano, e scrivano, tante, da Monet ad oggi. Ignoriamoli tutti, quelli che esaltano Plutone e Proserpina come ciò che farà tornare la città allo splendore dei Medici (giuro, l’hanno detto davvero) e quelli che hanno addirittura creato pagine web per “Salvare Firenze” dal mostro.

Cosa c’è dietro? Che significato ha?

La statua riproduce in larghissima scala una statuetta di porcellana del Settecento, ispirata ad un capolavoro del Bernini, una di quelle che si vedono nei musei e non ci si ferma mai a guardarle, perché sono sempre circondate da altre trenta statuette uguali. Koons l’ha presa, ne ha elaborato una scansione tridimensionale, l’ha ingrandita dai venti centimetri originali a 3,75 metri, e l’ha realizzata in acciaio dorato traslucido. Grazie alla tecnologia (e ai cento operai specializzati che lavorano nel suo atelier) ha trasformato un opera insignificante, sia da un punto di vista artistico che dimensionale, in un gigante glorioso e vistoso che è impossibile ignorare. State attenti!, ci urla la statua, perché siamo sì nani sulle spalle di giganti, come diceva Bernardo di Chartres, ma dobbiamo stare attenti a non trasformare dei nani in giganti solo perché appartengono al passato. L’idolo di Koons ci mette in guardia dalla nostalgia acritica dei tempi che furono, dall’esaltazione della storia in quanto magistra vitae, senza un minimo di riflessione.

E la posizione, a lato del David (anch’esso una replica, non dimentichiamolo, l’originale è alla Galleria dell’Accademia) non è, voglio sperare, casuale: una copia dal valore inestimabile accostata ad una che pretende di esserlo in modo tronfio ed esuberante, denunciando i limiti della società contemporanea, e per questo assumendo una dignità artistica indipendente e enormemente maggiore dell’originale a cui fa il verso.

Dog

Il ruolo dell’arte è d’altronde uno dei temi fondamentali dell’opera di Koons, che si interroga sulle potenzialità e sui limiti del processo artistico. Coerente con la lezione di Duchamp, pensa che Arte sia trasformare ciò che artistico non è, spesso alterandolo in modo selettivo. Così facendo, però, riesce a reinventare la realtà: gli oggetti, privati del contesto o della funzione a cui sono solitamente associati, assumono un’identità completamente nuova. E’ l’arte che diventa gioco e intende riportarci a scoprire quello stupore per il quotidiano che pensiamo di aver perso, ma che in realtà si è solo assopito con l’età e la mancanza di stimoli. Per riuscire a far rivivere il senso della meraviglia, Koons spesso usa come strumento il kitsch, proprio perché non può lasciare indifferenti, e costringe lo spettatore a venire a patti con il proprio lato chiassoso.

Ne è un esempio eccellente la serie Celebration, di cui l’opera più celebre è la riproduzione di un cane di palloncini. Balloon Dog, per l’appunto. Presente quelli che fanno i clown alle feste di compleanno dei bambini? Koons ha voluto esagerare e l’ha fatto alto 3 metri e passa nella sua amata lega di acciaio cromato. Il procedimento assomiglia a quello usato per Pluto and Proserpina, ma l’intento è completamente diverso. Qui Koons si diverte, perdendo l’intento polemico che normalmente lo contraddistingue. Ancora una volta non crea nulla in senso stretto, perché abbiamo tutti visto centinaia di palloncini a forma di cane, e alcuni di noi sono pure in grado di farli. Ciò che crea, però, è una nuova identità per il nostro ricordo d’infanzia. Da effimero, fragile, dalla vita breve e precaria, il cane subisce una metamorfosi e diventa indistruttibile e pesante tonnellate. Koons ci mette sotto gli occhi la nostra anima fanciullesca e giocosa, così grande da non poterla ignorare, e ci intima di darle ascolto. In una versione molto blasfema del “Ricordati di santificare le feste”, Koons consiglia di cercare di divertirsi, perché le feste, le gioie, sono effimere quanto un cane fatto con i palloncini.

(photo credits: www.jeffkoons.com)

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata