Testo di – DAVIDE PARLATO

 

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“I film, i media in genere sono strumenti molto potenti. Se con essi non educhiamo le persone, non le facciamo pensare, guardare il mondo da una diversa prospettiva che senso ha? Ma da questo punto di vista, la prospettiva è grama. Hollywood ha abituato le persone ad aspettarsi sempre il solito film preconfezionato. Hollywood ha ottenuto quello che ha sempre voluto. Il pubblico oggigiorno sembra istupidito, guarda e riguarda sempre lo stesso film. Pagano per vedere cose tutte uguali. Magari è perché così le persone si sentono a proprio agio, dirai tu. […] Così la vita di tutti diventa più complessa, la crisi economica sempre più pesante e la gente si aggrappa ad alcune certezze che le fa stare bene, come il rivedere sempre lo stesso lungometraggio.”

                                                                                                                                                                                                          (Terry Gilliam intervistato il 7/01/2014 dal programma romeno Grantat 100%)

Così Terry Gilliam, il noto cineasta (Twelve monkeys, The fisher king, Parnassus) e membro del gruppo comico inglese MontyPython parla della sua visione del cinema, criticando le produzioni scintillanti dell’Hollywood più disimpegnata e trovando il pretesto presso la trasmissione di schernire il suo nemico numero uno Steven Spielberg, colosso dell’emozione preincartata. Questa è la sua provocazione.

Ma in sostanza cosa rende un film un buon film – un gran film?

Schematizzando in modo del tutto approssimativo, si potrebbe dire che esistano quattro categorie di film: i film con un grande contenuto in termini di sostanza cerebrale ma del tutto vacanti di estetica, i capolavori visionari dallo stile visivo ineccepibile ma del tutto privi di contenuto, i film che riescono magicamente ad coagulare questi due elementi (che nell’ideale filmico dovrebbero sempre e comunque essere compresenti e legati in modo armonico) e, ultimi ma davvero ultimi, i film mancanti di qualsivoglia contenuto visivo e intellettuale (due proprietà che, latitando, trasformano un tentativo di film in un abominio e di certo una velleità usurpatoria della settima arte).

Esisterebbero ovviamente le vie di mezzo. Ma questi quattro vertici disegnerebbero un quadrato magico all’interno del quale sarebbe possibile collocare un’opera cinematografica secondo un chiaro metro qualitativo.  I mostri in celluloide che Gilliam deplora amaramente, considerati complici di un inebetimento collettivo da sogno, dovrebbero essere collocati nell’angolino dei reietti. Ma in verità tale visione pare molto semplicistica.

Un film non ha l’obbligo etico, l’impellenza morale che il Python regista considera suo attributo basilare: un film può benissimo essere annoverato fra i grandi capolavori pur mancando di una ferrea struttura mentale sottostante. In modo molto simile come accade con quell’arte figurativa disimpegnata tipica del nord Europa, esponenti della quali furono ad esempio i preraffaeliti: non si può parlare di arte di impegno o educativa, ma di arte per l’arte. Questo sarebbe un demerito? Forse, posto il discorso in questi termini monolitici, lo potrebbe apparire.

Ecco che allora si ritorna con slancio alla provocazione iniziale del nostro regista: funzione educativa del cinema? Via: con questo assunto si getterebbero alle fiamme tutte le produzioni che, come le pitture preraffaelite, svolazzano lievi sull’onda di un’estetica svincolata da ogni pretesa di senso. Verrebbe allora da porre in dubbio un’asserzione simile: siamo sicuri che un’opera che privilegi l’estetica al contenuto sia davvero priva di un binario concettuale che ne guidi il divenire e la sua progressione artistica? Non ritengo che ciò sia possibile: nel semplice constatare che la creatura, al momento della nascita, non può non recare in seno la scintilla vitale del suo creatore, ciò che le dà vita e che, inevitabilmente è. Tale fuoco sacro non è che l’intuizione artistica, senza la quale l’opera non potrebbe esistere. Detto in altri termini, nessuna creazione estetica può fuoriuscire dall’atto creativo dell’artista senza essere legata imprescindibilmente dalla speculazione intellettuale alla base dell’atto creativo medesimo: ovvero, il concetto. In quest’ottica pragmatica tutta l’arte sperimentale perderebbe il valore di partenza di opera svincolata alle leggi dell’intelletto (l’assente iperpresente), ma manterrebbe la sua peculiare struttura che le dona il proprio nome: ovvero la struttura dell’esperimento, del gioco caotico di particelle che, inevitabilmente collidono, si abbracciano, si fondono, sotto gli occhi dell’occhialuto direttore d’orchestra.

Perciò stimato signor Gilliam, risponderò così alla sua provocazione: più che un cinema educativo e in grado di far pensare lo spettatore, la priorità dovrebbe essere un cinema in primo luogo pensato, e, proprio per questa sua passività regalatagli, pensante, in grado di stimolare una reazione emotiva (e per questo intellettuale) nello spettatore. Una tale visione salverebbe una gran fetta di cinema di valore che il buon Terry probabilmente getterebbe alle ortiche o osserverebbe con poca simpatia. E tale stessa visione ridimensionerebbe l’opera stessa del regista, forse un po’ troppo presuntuoso nel pensare che ciò che renda un suo film paragonabile ad un Kubrick sia l’intrinseco porsi domande: forse non basta mettere punti interrogativi, ma occorrerebbe anche pensare a dove posizionarli, strategicamente.

Tutto ciò, come è palese, non scredita la filmografia di Terry Gilliam, una perla preziosa sia dal punto di vista estetico che da quello contenutistico. È solo un punto interrogativo (ben posto?) che vuole riflettere una luce diversa su una delle personalità più irriverenti del cinema, in preparazione anche del nuovo attesissimo suo film The Zero Theorem, nelle sale a febbraio, annunciato come una nuova critica (dal tono più pessimistico rispetto agli standard del regista del Minnesota) sul nostro mondo mediatico.

Di sicuro una nuova provocazione.

Terry Gilliam on Spielberg: http://www.youtube.com/watch?v=CAKS3rdYTpI

2 Risposte

  1. Leonardo

    Certamente Gilliam è sempre stato e rimane un grande provocatore che spesso fa affermazioni più grandi di lui, ma le sue conclusioni e le tue sono identiche. Lui chiede un film che stimoli, che crei domande,un film pensato e “pensante”, come dici, ma secondo me nella tua conclusione c’è un difetto di interpretazione. Il salto che fai dicendo “una reazione emotiva (e per questo intellettuale)” fa crollare il tuo ragionamento perché, per quanto sia intuibile quello che vuoi dire,argomentandolo dai per scontati elementi che invece sono necessari per provare il tuo punto. Esistono reazione emotiva e reazione emotiva: si può parlare di reazione emotiva viscerale e istintiva come di reazione emotiva complessa e destabilizzante, e di tanti altri tipi se per questo e certamente non tutti prova di un riscontro “intellettuale” parallelo; facendo l’equazione “reazione emotiva = reazione intellettuale” rendi possibile paragonare la risata (?) che strappa un rutto di Boldi (è un azzardo, ma è solo un esempio), risultato di automatismi infantili che ci fanno ridere davanti a situazioni scatologiche, alla risata lacerante di fronte all’assurdo feroce di un Buñuel, con la differenza che nel primo caso l’emozione è un mero processo biologico che non si accompagna assolutamente ad uso alcuno dell’intelletto, mentre nel secondo caso la stimolazione intellettuale inconscia legata all’emozione c’è ed è palese. Allo stesso modo si potrebbe paragonare il pianto di fronte a Julia Roberts che bacia Richard Gere alla fine del film e quello di fronte alla fine del mondo in Melancholia. Certamente quando Gilliam dice che Spielberg fa schifo e tutti i film di Hollywood pure fa una banalissima generalizzazione, ma è assolutamente vero che un qualsiasi film che Hollywood sforna giorno dopo giorno non è paragonabile per portata filmico-filosofica a un Kubrick o un Buñuel o un Herzog. E non è vero quando dividi arbitrariamente in “film con un grande contenuto in termini di sostanza cerebrale ma del tutto vacanti di estetica” e “capolavori visionari dallo stile visivo ineccepibile ma del tutto privi di contenuto”, certo, parli di vie di mezzo, ma confondi i concetti, sopratutto per quanto riguarda il termine “visionario”, che immagino tu riferisca alle strordinarie scene in CGI di film come Avatar (che, non c’è dubbio, sono mozzafiato), ma che sarebbe ben più adatto a quelle visioni che, oltre a eccitare la retina, ti scavano dentro e lì rimangono incastonate come apparizioni mistiche grazie al colore, alla composizione, all’inquadratura, alla scenografia, certo, ma soprattutto grazie all’universo che dietro vi si cela (vedi ancora Herzog, Kubrick, Buñuel, ma anche Lynch o Bergman). Il concetto di visionario, per me, non può esistere dove non c’è contenuto. Infine, stai attento quando dici “un film può benissimo essere annoverato fra i grandi capolavori pur mancando di una ferrea struttura mentale sottostante” perchè nel momento in cui concludi dicendo “la priorità dovrebbe essere un cinema in primo luogo pensato, e, proprio per questa sua passività regalatagli, pensante” il paradosso è dietro l’angolo, essendo dichiarazioni contraddittorie. Io, per esempio, sono in totale disacordo con la prima frase, ma quell’altra la trovo più che condivisibile (fatta eccezione per il concetto di passività, ma non vorrei aggiungere altri sedici paragrafi a questa filippica). In conclusione, se Gilliam sbaglia, palesemente, a fare una così priva di sfumature divisione tra bei film e film Hollywoodiani, è sbagliato anche quello che dici tu, in parte, affermando che la perfezione estetica del film basti a innescare una serie di meccanismi capaci di sopperire alla mancanza di sostanza, perché un film non può essere pensante se utilizza i suoi mezzi solo in maniera spettacolare, invece di sfruttarli per far si che significante e significato dell’opera si compenetrino (che è poi questo il concetto di art pour l’art preraffaelitico, non un mero elogio della bellezza vuota). E’ ovvio che Hollywood sforna anche capolavori straordinari e spesso sconcertanti, che Spielberg è un grande regista nonostante non lasci mai domande aperte (io stesso amo Schindler’s List e tanti altri suoi lavori) e che è possibile creare prodotti di intrattenimento spettacolari, coinvolgenti e profondi, ma è anche vero che portare solo la forma (e la spettacolarità) o solo il contenuto agli estremi credendo di poter fare a meno dell’una o dell’altra è errato. La bellezza per la bellezza, quanto è vero, ma nel maggiore dei casi si finisce per fare bellezza per coprire il vuoto, che non è la stessa cosa.

    Perdonami se mi sono dilungato tanto.

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    • Davide

      temo che il mio scritto non sia stato compreso nei termini corretti, peccando forse, nel suo volere lanciare più provocazioni sinergiche, di essere unpo’ oscuro nei passaggi da te sopra evidenziati. senza dilungarmi sui punti su cui ti sei soffermato (in fondo si tratta di opinioni) vorrei ribadire il mio punto di vista che forse è un po venuto meno nel flusso di parole. la mia tesi non coincide affatto con quella di Gilliam, in quanto questi vede nel film una funzione sostanzialmente educativa, io non la trovo. l’arte in generale per me non è educazione, è un estrinsecare un concetto sottoforma di prodotto tangibile (nell’accezione più greca possibile di “tecnica” perciò). ed è proprio per questo motivo che alla ripartizione ideale (che non condivido se non su un piano formale di semplificazione, cosa che nel testo ribadisco) io contrappongo un concetto ben diverso: che non esiste estetica se non congiunta ad un intelleggibile di fondo, non si dà forma senza contenuto: perciò il cinema non è strumento educativo, ma reca in sè inevitabilmente un concetto, lo deve fare perchè se non ci troveremmo davanti ad una produzione che per convenzione chiamiamo “film” ma in realtà non ha proprio nulla a che vedere con l’arte. per quanto riguarda l’emozione, al d là di sviolinate poetiche, scientificamente parlando (permettimi di dire questo visto che è ciò che studio :)) la reazione emotiva fisiologica ha una natura del tutto diversa dall’emozione accompagnata all’intelletto. piccolo inciso che vuole ribadire come la reazione che scatena una scoreggia è ovviamente diversa da quella che scatena un Bunuel, e la differenza sta proprio nella presenza-assenza dl contenuto.
      ergo, la pensiamo pressappoco allo stesso modo ma sembra che lo scritto porti con sè ambiguità (il che era nelle intenzioni iniziali). pessima idea

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