Testo di – ALBERTO ANDREETTA e FEDERICO QUASSO

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Antiporno

Anche questa volta Sion Sono si presenta a Torino con un film decisamente sopra le righe, come si può evincere già dal titolo. Una ragazza, un’artista, si sveglia sola nel suo letto, riflette sull’esistenza, poi, all’arrivo della sua assistente e successivamente di altre ospiti, si è calati in un vortice di erotismo, sottomissione, masochismo. Una trama semplicissima, che non rispecchia però la complessità formale e sostanziale di questo film. Si parte da una struttura articolatissima, con continui sbalzi temporali, continui rovesciamenti di ruoli, un ordine che non pare tale, che (cifra caratteristica dell’autore) disorienta e contribuisce esso stesso alla creazione di senso. Le protagoniste sono essenzialmente donne, con gli uomini ridotti a poco più che guardoni, che ci rendono una sorta di immagine in negativo del porno universalmente noto (il titolo da un’indicazione più che chiara), non tanto nel senso del melò, della storia da donnicciole, non ci riporta all’angelo del focolare, ma anzi ribalta la visione di donna oggettivata tipica della pornografia, verso un’emancipazione che è tanto affettiva quanto sociale e sessuale. Tecnicamente curatissimo, con lunghe carrellate a percorrere la stanza dove si svolge gran parte della vicenda e colori che ruotano intorno alla gamma del giallo fino a esplodere nella grandiosa sequenza finale e con una colonna sonora composta di sole sonate classiche per pianoforte veramente d’impatto. Si noti la lucertola nella bottiglia, metafora in nuce del desiderio di evadere della protagonista.

Elle

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Uno dei grandi nomi di quest’anno, Verhoeven presenta un thriller atipico, dove suspance, eros e commedia cinica si mescolano senza soluzione di continuità. Una donna di mezza età (la bravissima Isabelle Huppert), è vittima di uno stupro in casa propria, ma cerca di continuare la propria vita come se niente fosse, senza rinunciare comunque a cercare di scoprire il colpevole. Come nel film di Sion Sono abbiamo le donne, una donna in effetti, al centro del quadro,  con gli uomini nella parte degli inetti, o al massimo di partner sessuali; una donna che di nuovo non si rifugia nel melodramma, ma rimane protagonista attiva della vicenda, senza mai subirla, come si vede perfettamente nella relazione perversa che si viene a creare tra “vittima” e “carnefice”. Questo si riflette sull’intero punto di vista col quale ci è mostrata la vicenda, un taglio deciso, spesso cinico e alle volte ironico. Un punto interessante è il tema trasversale della finzione e della contraffazione, il quale attraversa tanto il lavoro della protagonista circa i videogiochi quanto la perversa relazione di cui sopra.

The happiest day in the life of Olli Maki

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Basato sulla storia vera del pugile finlandese Olli Maki, il film si concentra sulle due settimane prima dell’incontro con l’americano Moore per il titolo mondiale dei pesi piuma. La vicenda però mette il focus sul rapporto tra la vita pubblica del pugile e quella privata, così che la data fatidica del 17 Agosto 1962 non rappresenti tanto il giorno del match più importante, quanto quello che sancisce l’amore tra Olli e Raja. Un film delicato e leggero, una storia di formazione in antitesi con quanto di solito vediamo al cinema (di egida hollywoodiana) e che fa combaciare successo e felicità. In tempi di crisi una sorta di inno alla “decrescita felice”, se così si può dire, sottolineato dalla distanza che si viene a creare tra il pugile ed il suo allenatore, emblemi delle due diverse ed antitetiche posizioni. Circa lo stile è interessante l’utilizzo del bianco e nero, un tocco vintage capace di esaltare, con i suoi chiaroscuri, le diverse forze in gioco, e i numerosi long take e piano-sequenza, che si concentrano ossessivamente sul protagonista, seguendolo nei suoi spostamenti e insistiti in particolare sul suo viso.

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