Testo di – ALBERTO ANDREETTA e FEDERICO QUASSO

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 Il 15 Gennaio 2009 un pilota di aerei di linea della US Airlines sale alla ribalta delle cronache per aver compiuto un’impresa più unica che rara: pochi minuti dopo il decollo, a causa dell’impatto con uno stormo di uccelli, entrambi i motori dell’airbus 320 diretto da New York a Charlotte perdono potenza, fino a spegnersi del tutto; nel breve tempo a disposizione, il comandante Chesley “Sully” Sullenberger decide di non dirigersi verso gli aeroporti nelle vicinanze, ma di virare verso l’Hudson, il fiume che attraversa la Grande Mela. L’ammaraggio che egli riesce a portare a termine è, nella storia dell’aeronautica, un evento miracoloso: tutti i passeggeri e l’equipaggio, infatti, sopravvivono all’impatto e per di più, salvo qualche ferito lieve, illesi. Una storia incredibile che Clint Eastwood sceglie di raccontare nel suo nuovo film, Sully, che noi abbiamo visto in anteprima al Torino Film Festival, e che nelle sale italiane sarà distribuito dal 1 Dicembre.

Pur essendo una pellicola diretta da Eastwood, il cui animo a dir poco patriottico è noto a tutti, riguardante un eroe nazionale, Sully ha il pregio di non scadere nella facile esaltazione delle virtù del popolo americano, semmai vi si legge una più ampia empatia, comune a tutti gli uomini, di stringersi l’uno con l’altro, aiutandosi nel momento del bisogno. Così, il protagonista del film, la cui azzardata manovra ha consentito di salvare le vite di tutti coloro che erano a bordo dell’aereo, non è l’unico atto eroico e straordinario: un ruolo altrettanto importante, nell’ottica del regista, lo hanno avuto tutti coloro che hanno partecipato al salvataggio, dagli uomini della guardia costiera, ai sommozzatori fino alla croce rossa.

Ciò che rende il film particolarmente interessante, poi, è la struttura narrativa non lineare. La narrazione si apre quando il miracoloso ammaraggio è già avvenuto, e segue i fatti che ad esso sono conseguiti, in particolare la differente reazione dell’opinione pubblica e degli addetti governativi preposti all’indagine sulle cause dell’incidente: se per la prima il capitano Sullenberger è un eroe senza se e senza ma,  per i secondi le possibili responsabilità di quest’ultimo vanno accertate. Lo spettatore è così portato a interrogarsi su come si siano realmente svolti i fatti, giungendo alla verità solo alla fine dell’indagine, così come accade per gli investigatori. Un dramma che ha la forza e la capacità di attrazione di una crime story, uno sviluppo accattivante che rende impossibile perdere la concentrazione.

Ancora più importante è lo sviluppo psicologico del protagonista: Sully, dapprima convinto di aver agito per il meglio, si ritrova a pensare più volte a cosa sarebbe potuto accadere, a quali sarebbero potute essere le conseguenze del suo gesto, chiedendosi silenziosamente se avesse potuto e dovuto agire diversamente; il finale però, insieme alla verità sulla bontà della sua condotta, porterà il comandate a una rinnovata fiducia in sé stesso, all’essere fiero delle proprie azioni.

Forte della sua pluridecennale esperienza prima come attore e poi come regista, Clint Eastwood si dimostra ancora una volta un direttore classico eppure efficace: preferendo evitare scelte tecniche innovative o azzardate, egli sceglie di puntare sul “fattore umano”, arrivando a toccare i sentimenti dello spettatore. Grazie a un Tom Hanks la cui recitazione nella parte di Sully risulta credibile e pressoché mai stucchevole,  il regista confeziona un’opera pregevole, la prova che nel cinema di oggi una sceneggiatura precisa e un occhio di riguardo all’aspetto emozionale hanno un impatto maggiore sullo spettatore rispetto a una regia virtuosistica ma fredda.

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