Testo di – ALBERTO ANDREETTA e FEDERICO QUASSO

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Un film della durata di due ore e mezza è già di per sé un azzardo, se poi il genere con cui lo si vuole identificare è l’horror, diventa un’impresa riuscire a confezionare un’opera pregevole: il rischio è di produrre una pellicola che si accartoccia su se stessa, non riuscendo a mantenere la tensione e l’attenzione dello spettatore, ovvero ciò che è accaduto al secondo capitolo della saga di The Conjuring, diretto da James Wan.

Goksung o, nella traduzione inglese, The Wailing, dura appunto quasi 150 minuti, eppure non stanca, non annoia, tiene incollati alla poltrona grazie a una struttura narrativa complessa, location stupefacenti condite da una fotografia superba e la capacità del regista Hong-jin Na, di maneggiare con estrema maestria tre generi: il noir, il thriller e l’horror si compenetrano e si fondono in un climax ascendente di ritmo e di potenza visiva.

I fatti da cui la narrazione parte sono una serie di efferati omicidi che sconvolgono un piccolo paesino di montagna immerso fra i boschi della Corea. I colpevoli sono subito individuati e arrestati, ma gli abitanti sono convinti che il vero responsabile sia un uomo giapponese appena trasferitosi in quei luoghi: sostengono che sia un demone in grado di impossessarsi delle persone e farli divenire degli assassini. Da qui in poi il racconto si fa a mano a mano più complesso, più sfaccettato: Hong-jin Na si diverte a instillare nello spettatore certezze che con il passare dei minuti si trasformano in dubbi, con un doppio plot twist finale che lascia spiazzati, insicuri di aver compreso del tutto chi siano realmente i buoni e chi i cattivi.

A voler essere pignoli, si potrebbe affermare che la sceneggiatura propone diversi elementi fra loro contrastanti, finalizzati naturalmente a creare la base su cui si installano i colpi di scena, ma che, ripensati con il senno di poi, risultano, se non forzati, quantomeno stonati. Ma questo non infastidisce, perché la forza maggiore della pellicola non risiede nella trama o nei twist, bensì nella potenza visiva e nella crescente tensione che mantiene per  l’intera durata. Le scene che al meglio coniugano questi due aspetti sono quelle in cui si tenta di compiere un esorcismo per liberare dal demone la figlia del protagonista. La danza dello sciamano, cui fanno da sottofondo percussioni dal ritmo incalzante è accompagnata da un montaggio che diviene sempre più rapido lasciando lo spettatore col fiato sospeso.

Il misticismo, poi, è un altro degli elementi fondamentali del film che si concretizza non solamente nelle pratiche sciamaniche, ma soprattutto in un sincretismo, caratteristica comune a molte pellicole coreane, che attinge a piene mani dal cristianesimo. La visione della religione è però decisamente pessimistica: i due personaggi che vengono interpellati, lo sciamano e il prete, sono impotenti di fronte alla forza del male. I protagonisti scivolano così lentamente in un mondo fatto di caos, di paure, di paranoie senza aver possibilità di scampo, senza un  Deus ex machina che intervenga a ristabilire l’ordine, e ancora peggiore, se anche ci fosse, essi non saprebbero riconoscerlo preda di quelle stesse incertezze che prova lo spettatore.

The Wailing è un ottimo film, uno di quei casi in cui il piacere della visione è abbastanza alto da non aver nemmeno voglia, una volta usciti dal cinema, di questionare sui dettagli della sceneggiatura di cui abbiamo parlato; è un’opera riuscita a tutti gli effetti, e se anche non si può probabilmente gridare al capolavoro lo si deve senza dubbio annoverare fra i migliori horror dell’anno.

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