Testo di — LEANDRO BONAN

Ruggine americana di Philipp Meyer

Per molti di noi, svegliarsi scoprendo che Donald J. Trump sarebbe diventato il 45° presidente degli Stati Uniti è stato un duro colpo. I sondaggi della vigilia ci avevano rincuorato, l’infallibile fivethirtyeight.com – che nella precedente tornata elettorale aveva predetto il numero esatto dei grandi elettori di Obama – dava alla Clinton una probabilità di vincere superiore al 70%. C’era perfino chi sosteneva che la gara fosse ormai decisa da tempo, e che i giornali fingessero fosse combattuta per poter vendere più copie, per rendere la storia più avvincente. Sappiamo tutti com’è andata.

Per cercare di capire come fossimo riusciti a sbagliarci tutti in modo così plateale, ho ripreso in mano un libro che avevo letto qualche mese fa e che racconta una storia americana diversa da quelle a cui siamo abituati. Si tratta di Ruggine americana di Philipp Meyer (Einaudi, 2010) e non è ambientato tra gli scintillanti grattacieli di Manhattan o sulle colorate spiagge californiane, bensì in una cittadina rurale della Pennsylvania, stato tradizionalmente democratico che settimana scorsa ha clamorosamente voltato le spalle a Hillary Clinton.

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Noi tutti pensiamo alla Pennsylvania come allo stato di Philadelphia, città colta e benestante (anche se non bellissima) che custodisce la Liberty Bell, simbolo dell’unità americana, che ha dato i natali a Benjamin Franklin e dove ha sede una delle università più prestigiose d’America, la UPenn, membro della Ivy Leaugue insieme alle più note Harvard, Yale, e Princeton. Non è questa, però, la Pennsylvania in cui vivono Isaac e Poe, due ragazzi che decidono, come talvolta capita al finire dell’adolescenza, di scappare di casa.

Isaac è un ragazzino di 19 anni, gracile e introverso, molto brillante a scuola che potrebbe ambire a frequentare un’università d’eccellenza, ma che è rimasto da solo a seguire il padre malato, dopo il suicidio della madre e la partenza della sorella maggiore, che vive in Connecticut e che si è sposata. Poe è la sua antitesi, di un paio d’anni e trenta centimetri più grande, grosso e poco sveglio, ha sempre faticato a scuola e ha stretto ancora anni fa un patto con Isaac: aiuto nei compiti in cambio di protezione dai bulli del paesino. Anche lui ha avuto la sua possibilità e anche lui l’ha sprecata: avrebbe potuto entrare in un college per meriti sportivi (corre veloce, in una squadra di football americano avrebbe fatto la differenza), ma non se l’è sentita di lasciare il paese in cui è rispettato e temuto da tutti i coetanei.

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Decidono quindi di fuggire, più che dalle famiglie, dal senso di oppressione che li attanaglia, dalla paura che quella che hanno perso fosse l’unica possibilità che la vita avrebbe loro offerto. Subiscono però, poco dopo essere partiti, un’aggressione da parte di tre vagabondi e nella colluttazione uno dei tre rimane ucciso.

Che fare, allora? Tornare a casa facendo finta di nulla oppure continuare questa fuga disperata, senza mezzi né programmi, rischiando di essere braccati? Qualora poi si venisse scoperti, che versione dare? Confessare, bruciando quell’ultima speranza di vita migliore che ancora resta, o incolpare l’amico di sventura, trascinando lui a fondo nel disperato tentativo di salvarsi? L’autore dà voce a questi dubbi, lascia che siano i protagonisti stessi a tormentarsi tra sensi di colpa e istinto di sopravvivenza, utilizzando un espediente molto interessante: la voce narrante cambia di capitolo in capitolo e lo stile di adegua a chi racconta. Lunghi periodi con digressioni e riferimenti a storia, geografia e scienza si alternano a frasi brevi, secche, immagini nette e pratiche, e la vicenda prende progressivamente forma, diventando un racconto corale, in cui i tormenti e le scelte (disperate e spesso sbagliate) dei ragazzi appartengono ad un mondo che, come corroso dalla ruggine, si sta sgretolando inesorabilmente.

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Attorno ai protagonisti e ai loro dubbi, infatti, c’è una città che sta morendo, in cui le aziende chiudono perché hanno perso la competizione con la Cina, e la gente si ammala per le tossine accumulate negli anni dai forni e dalle acciaierie. Privi di lavoro, salute e prospettive, gli abitanti tornano allo stato animale, con relazioni in cui c’è tanta pena e poco amore, diffidenza verso gli immigrati, e molto violenza, spesso causata dall’alcol a cui gli uomini ricorrono per dimenticare di aver perso il loro ruolo di pilastro, economico e morale, della famiglia.

In quest’America, disillusa e stremata, non poteva che vincere Trump.

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