Testo di Davide Parlato

 

Alan Turing, o meglio, l’esperienza di Alan Turing, è stato l’evento determinante l’inizio di studi, ricerche ed invenzioni che ci hanno permesso, ad oggi, di fruire di questi stessi contenuti digitali. La Macchina di Turing vive il suo perfezionamento dal secondo dopoguerra fino ad oggi, nelle vesti dell’ormai ubiquitario Personal Computer. The Imitation Game è la testimonianza filmica degli eventi che hanno portato all’invenzione del computatore e, in particolare, della vita e della persona di Alan Turing, eclettico matematico britannico così indispensabile alla sua Nazione – durante le operazioni di spionaggio e controspionaggio effettuate dall’MI6 durante il secondo conflitto mondiale – da essere, al termine dei giochi, dimenticato, bistrattato e umiliato dal Governo da lui servito.

Il biopic del regista norvegese Morten Tyldum narra l’esperienza di vita di Turing lungo tre piani narrativi-temporali specifici, che si alternano (peraltro abbastanza fastidiosamente) lungo la pellicola: l’esperienza infantile, il suo lavoro presso il segretissimo distaccamento di crittografia di Bletchley Park, gli ultimi anni di vita. Distendendo la trama in senso rettilineo, ne emerge la fedele riproposizione filmica (quasi documentaristica) della vita del grande matematico britannico, tra le cui righe è possibile leggere la difficile personalità del protagonista, resa viva dalla magistrale interpretazione di Benedict Cumberbatch (peraltro già nominato per il Golden Globe – qualcuno sente già profumo di Oscar). Turing è una mente geniale calata in un individuo disadattato, inabile a relazionarsi con gli altri, terrorizzato in fondo dalla possibilità che qualcuno possa davvero penetrare nella sua vita e scombussolare il suo ordine ideale. Il suo pensiero autistico lo rende capace dell’incredibile scoperta di cui fu autore ma allo stesso modo lo espone alla sofferenza che caratterizza la sua vita fino al tragico epilogo: condannato dallo Stato per atti osceni – o meglio per la sua omosessualità – preferisce al carcere la castrazione chimica, sperando di poter continuare a lavorare con la sua macchina. Tuttavia, la devastazione fisica perpetrata dalla cura ormonale somministratagli esacerba un tormento e una solitudine che lo spingeranno a commettere suicidio all’età di 41 anni. Il dramma è pertanto su due livelli: ad un livello personale è il dramma della difficile esistenza di un “genio-ritardato” (e in questo senso il film ricorda molto A beautiful mind di Howard – cui era stata in vero proposta la sceneggiatura), ad un livello più sopraelevato è il dramma di un eroe di guerra (anche se la sua guerra non fu combattuta in trincea ma a suon di calcoli e cablaggi, fino alla decrittazione del famigerato codice Enigma – utilizzato dall’Asse) e del suo oblio, oltre che della sua emarginazione da parte dello Stato.

In generale il film è una sorta di contenitore, e questa sua essenza cava rappresenta sia un punto di forza che uno di debolezza. Il punto di forza è rappresentato in primo luogo da Cumberbatch: la natura lineare della sceneggiatura permette al protagonista e perciò alla performance attoriale di spiccare con forza nell’insieme. Come già anticipato, è proprio l’attore londinese a dare corpo e profondità alla fotoimpressione rappresentata dall’opera, caratterizzata in tutto e per tutto come un dramma all’inglese dal sentore documentaristico alla BBC – o History Channel, per intenderci. La struttura film-contenitore inoltre permette al regista di buttare parecchia acqua al suo mulino: dalla relazione genio-malattia all’emancipazione femminile, dai diritti degli omosessuali al tema dell’intelligenza artificiale (abbozzato in una piccola scenetta rievocativa alla Blade Runner). Questo permette allo spettatore di tirarsi le sue somme circa molti aspetti. Ad esempio sulla relazione sottile intercorrente fra la struttura della macchina di Turing e il funzionamento della mente del suo inventore: almeno noi nativi digitali (la cui mente è stata pesantemente plasmata dalle esperienze informatiche) avremmo di cui speculare – essendo germogliata la natura computazionale della macchina proprio dalla mente di un individuo incapace di comprendere l’esperienza emotiva dell’essere umano.

L’aspetto di debolezza emergente dalla pellicola però si fa sentire proprio in questi aspetti ubiquitari della trama: tutto e niente può esser detto (o quasi) senza che l’opera fornisca una linea direttrice di riflessione, insomma un Senso. Mi rendo conto che questo aspetto rappresenta una caratteristica tipica del genere biografico, tuttavia la stessa adesione stereotipata al Vangelo del biopic da parte del regista (tutto è seguito fedelmente: dallo sviluppo fiabesco alla Propp, all’utilizzo di differenti piani temporali in simultanea, fino alla scritta finale prodiga di numeri e dati supplementari) rappresenta per me un punto un po’ fragile. La superficialità generale della pellicola si concreta sul finale con un riferimento al numero di omosessuali condannati dallo Stato britannico fino a tempi recenti (Turing fu condannato nei primi anni 50): ancora una volta un dato abbandonato allo spettatore senza che il film si occupi per tutta la sua durata neanche una volta di approfondire il tema dell’omosessualità del protagonista (un malizioso potrebbe considerare la scelta anche un po’ ruffiana).

Tirando le somme, il film è da vedersi se non altro per due aspetti fondamentali: l’opera rappresenta un encomiabile documento storico della vita di uno dei personaggi più interessanti del secolo scorso e di un evento decisivo della nostra Storia; per di più l’interpretazione di Cumberbatch da sola vale il prezzo del biglietto, come si suol dire (anche se attendo una seconda visione del film in lingua originale). Gli aspetti negativi sopracitati, d’altro canto, confinano la pellicola nella globalità come un film ordinario, sguarnito della potenza emotiva del suo predecessore (A beautiful mind) e che, sentendo i rumors nell’aria, dovrà vedersela duramente con il biopic del collega Hawking in uscita in questa stessa sessione invernale (The theory of everything).

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