Testo di – DAVIDE PARLATO

 

 

Siamo infine arrivati all’ultimo giorno di festival e abbiamo raggiunto dei livelli di laidume mai immaginati. Le piogge monsoniche di questi ultimi giorni ci hanno regalato l’emozione di avere tre dita di acqua nella tenda comprata al discount, di pigliarci una quasi febbre e di scivolare in una pozza di fango e orina. Ma d’altronde siamo sulla Island of freedom: tutto è possibile – anche imprecare.

Sciocchezze a parte, i giorni qui sono davvero volati. È difficile pure parlare di giorni: il tempo non si scandisce normalmente, tutto è regolato dalla capatina al bistrò piuttosto che al bar e dagli orari dei concerti. Il simpatico Sziget clock dà un tempo a tutto questo, fino  a perdere completamente la percezione del tempo comune (legale).

Emozioni fortissime e un’esperienza difficile da raccontare a parole – un vivere la comunità, la fraternità, il divertimento così fuori dal comune che per poterlo capire bisogna davvero viverlo.

E ora parliamo degli appuntamenti musicali dei giorni 5 e 6.

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Un toccante momento dell’ esibizione di Ceelo

Ceelo Green

Con un fare da boss e un’allegria senza freni, questo gigante d’ebano ha aperto le danze per la serata del giorno 5. Una vera sorpresa: portando un repertorio di brani originali e cover da disparati generi (tutti riarrangiati in chiave soul, r&b e anche molto rockeggiante), Ceelo Green ha coinvolto tutta la piazza principale, che nel giro di pochi minuti si è gremita di un immenso pubblico in festa. Circondato da un crew di musiciste donne e accompagnato dai sinuosi movimenti di due splendide e succinte ballerine, il nostro ha regalato uno spettacolo tanto inaspettato quanto galvanizzante. Musicalmente ineccepibile. Spettacolo vero e talento nel gestire palco e pubblico. Adrenalina (per la musica) e testosterone (per le procaci ballerine): una formula a dir poco vincente. Lo spannung di questa perla del festival è infine giunto con la fantastica riproposizione di Crazy del collega Gnarls Barkley: un pezzo già di per sé stupendo ma riscritto con un timbro e una carica da brividi e pelle d’oca. Miglior voce di questo festival a nostro parere – calda, emozionante, neanche una sbavatura.

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Manic Street Preachers

La folla oceanica riversatasi per il piccolo Ceelo magicamente sparisce. Ma sì certo, è quasi ora di cena, ritorneranno tutti per il concerto dei Manic Street Preachers! Imbarazzantemente, il gruppo gallese si è invece ritrovato a condividere le sue note con il pubblico più ristretto del main stage di questa edizione. Spettacolo smortissimo, performance dominata dall’effetto “super attack” (Brian Molk docet), un repertorio assolutamente fuori contesto per il target di età partecipante all’evento. Sinceramente la scelta di portare un gruppo di “vecchi” in mezzo a tutti questi artisti contemporanei mi è parsa realmente infelice. Il fastidiosissimo gruppo è infatti riuscito a coinvolgere di più la massa solo per l’encore If you tolerate this then your children will be next (guarda caso l’unica canzone del complesso viralmente trasmessa dalle emittenti radiofoniche di questa stagione), complice forse la già assaporata fine dell’esecuzione.

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Korn

La scelta dei Manic Street Preachers è parsa ancora più infelice pensando alla sua collocazione: fra l’emozionante Ceelo Green e i molto meno pacati Korn. All’arrivo di questi non si può certo dire che il pubblico fosse euforico. Ma è bastato poco tempo alla formazione statunitense per infiammare la platea. Il genere dei Korn è forse stata l’alternativa più completa di questo festival: pur sempre restando in una dimensione electro-commercial, il gruppo ha regalato l’unica performance metal sul main stage. Il che, oltre ad aver soddisfatto le aspettative di molti, è stato capace di coinvolgere l’intero pubblico. Il motivo è immaginabile: adrenalina pura, una potenza musicale sbalorditiva (benché i rastoni chitarristi non avessero a nostro parere ben chiaro come funzioni una chitarra – o meglio, che essa possa servire per emettere, ogni tanto, anche dei suoni melodici e non solo urla strazianti). La performance ha raggiunto massimo livello di carica (e di ignoranza – due aspetti molto importanti dell’esperienza Korn) con una sorta di tributo ai Pink Floyd: la formazione ha riproposto le tre Another brick in the wall e Goodbye (ultima traccia del concept più famoso dei Pink Floyd). Totalmente ingiustificato. Ma in fondo – perché no?

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Press tour – ovvero come ottenere pareri positivi dalla stampa

Il giorno 6 per noi della stampa si è aperto con un tour del festival organizzato dalla direttrice artistica del festival Fruzsina Szép, una simpaticissima e soprattutto giovanissima donna. In grande allegria e costeggiando i più curiosi angoli del festival, Fruzsina ha pensato bene di allietare il nostro tour con abbondante alcool: di sicuro si è ingraziata parecchi giornalisti (puntando molto Sziget sull’ appoggio della stampa come principale fonte di marketing). Il tutto si è concluso con degustazioni di prodotti tipici pugliesi presso il Puglia village (zona dell’evento completamente italiana gestita dall’organizzazione Puglia sound, partner di Sziget e interessante progetto nostrano). Imbottiti di cibo e vino ci prepariamo a recarci allo stage per una delle serate più attese della settimana – The Prodigy, finalmente.

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The Prodigy

Livelli epici di ignoranza: i Prodigy hanno nuovamente riempito la piazza, dimostrandosi uno dei gruppi più attesi del festival. Stranamente quasi (quasi eh!) dritti, gli inquietanti pischelli hanno regalato una performance al limite dell’adrenalinico. Pogo, salti, urla a squarciagola: tutto troppo emozionante. Ovviamente non si può parlare di virtuosi e anzi, i pezzi più complessi sono stati riarrangiati con alcune semplificazioni evidenti (un peccato anche per Invaders must die, troncata di netto a metà). Leroy Thornhill, frontman del complesso, ha gestito superbamente l’enorme massa di ragazzi e ragazze, spingendosi anche per una passeggiata di piacere in mezzo al pubblico. Luci, strobo, laser, fumo e un basso che suonava direttamente nel petto (complice forse un’equalizzazione un po’ troppo sommaria): aspettative soddisfatte.

Manca un giorno alla fine del festival e mentre lo scrivo qui, in questo container adibito a sala stampa, comincio a provare un certo magone. Vivere in quest’isola ci mancherà enormemente: vivere quest’isola sarà qualcosa che non potremo mai raccontarvi pienamente.

Basta fregnacce: è tempo dell’ultimo esaltante giorno.

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