Testo di –  Francesco Galluccio

“Ma voi che filosofate sulle disgrazie,
e criticate tutte le paure,
toglietevi il fazzoletto dalla faccia.
Non è il momento per le vostre lacrime.”

Il terzo album di Bob Dylan (precede il celebratissimo “The Freewheelin’ Bob Dylan”) è forse il disco più politico e controverso del cantante statunitense; appare come il più classico dei dischi folk, ma dietro gli statici e ripetitivi accordi di chitarra, dietro il suono semplice e quasi elementare dell’armonica traspaiono la rabbia, le inquietudini e le paure di un giovane ventitreenne, forse troppo maturo rispetto alla sua età anagrafica, che impotente assiste al fallimento del sogno americano.
In un’America che manda a morire i propri figli in Vietnam, segnata dalle morti violente ( e per molti versi oscure) di John F. Kennedy, Malcom X e del Dr. King, e che appare reticente sul permettere agli afroamericani di avere gli stessi diritti civili dei bianchi, canzoni come “With God on our side”, dove Dylan spiega come le guerre fatte in nome di qualsiasi Dio siano sempre ingiuste e nocive, o come “Only a Pawn in their game”, bellissimo e magniloquente canto di protesta contro chiunque promuova l’odio razziale manipolando le coscienze della popolazione, devono aver dato molto fastidio al mondo politico di allora (sia di destra che di sinistra), messo in difficoltà da un gracile ragazzo venuto dal Minnesota che con una chitarra ha dato voce a un’intera generazione di sognatori, di idealisti, di sconfitti.
In molte canzoni dell’album Dylan si schiera infatti dalla parte degli ultimi, degli emarginati; basti pensare alla tristissima “Ballad of Hollis Brown” o a “The Lonesome Death of Hattie Carroll”, dove Dylan riesce in maniera stupefacente a trasporre in musica eventi drammatici (come quello della cameriera Hattie Carroll, uccisa ingiustamente da un giovane e ricco proprietario terriero) la cui tragicità però è ricollegata alla crudeltà di una società e di un mondo sempre più duro ed inospitale (Come in”North Country Blues”, dove una delle tante crisi del settore minerario viene raccontata da una madre ormai caduta in disgrazia).
Vi sono anche canzoni come “Restless Farewell”, “When the Ship Comes In” e “One Too Many Mornings” dove emerge un lato di Dylan più introspettivo, che peró conserva un’aura di malinconia anche nei versi più sentimentali, in cui oltre al tema dell’amore ricorre quello del viaggio, spesso utilizzato dal cantautore.
La canzone che però colpisce più di tutte è la magnifica “The Times They Are A-Changin'”, title track dell’album; folgorante e potentissimo inno al cambiamento, al non chiudersi nella bieca ipocrisia delle proprie convinzioni, questa è una canzone senza tempo. Dylan parla ai politici, ai giornalisti, ai critici, agli scrittori, alle madri ed ai padri e senza rabbia li invita semplicemente a farsi da parte, per permettere alle nuove generazioni di salvare quel poco di umanità rimasta
o almeno di provarci.

 

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