testo e intervista a cura di Salvatore Grasso

Molte volte ci approcciamo alle opere d’arte senza conoscerle abbastanza, ci mancano infatti gli strumenti, le conoscenze per poter comprendere il lavoro che dietro la tela muove i fili di un mercato complesso  e competitivo , in cui è oggi molto difficile affermarsi del tutto. Intorno al concetto di arte gravita un enorme quantità di elementi tra loro connessi, come ad esempio quello dell’artista. La celebrità di un artista o di un designer contemporaneo può essere dovuta ad un merito concreto ,ma anche a una combinazione di mode e tendenze e come tale è labile. Il discriminante che ne determina le sorti solitamente è un professionista che agisce nelle retrovie. Un altro è fornito dal mercato e dalle regole che lo muovono. In un contesto patinato come quello del mercato ci si può spesso sentire smarriti , quando ci vengono presentate così tante “vetrine” è diventato difficile distinguere la forma dalla sostanza , e immersi in così tanta vaghezza si finisce spesso con il chiedersi se l’arte esista davvero , o se non sia il frutto di una mercificazione crescente ,che oggi più che mai sacrifica l’umanità in nome del denaro.

La stima di opere artistiche o di design non è più immediata e risulta addirittura ostica se non si è del settore : il fine non è  unicamente funzionale, ma piuttosto intento a toccare la sfera delle emozioni. Per i giovani che si avvicinano per la prima volta l’approccio è confuso, spesso non riescono a capire se l’arte possa trasformarsi in una fonte di guadagno stabile e quanto possano essere alti i fattori di rischio. Vengono considerati più affidabili i grossi guadagni di una multinazionale che concentra le grosse percentuali della propria strategia su dei prodotti in serie distribuiti in supermercati e centri commerciali.  Appurato che un prodotto sia un’opera d’arte, bisogna constatare il tipo di impatto che potrebbe avere a livello culturale, sociale, filosofico e di moda. Spaziare così tanto nel mondo del possibile lascia spazio a dubbi difficilmente colmabili; molti professionisti del settore commerciale hanno sviluppato competenze vincolate a settori specifici, comportando una percezione visiva poco flessibile. Alla luce di queste riflessioni mi sono rivolto a Roberto Gagliardi, fondatore dell’omonima Galleria, oggi una delle più attive nel panorama delle esposizioni e delle vendite nel mercato dell’arte.

  • La Galleria Gagliardi ha un trascorso dorato: i riconoscimenti ne sottolineano l’importanza conquistata in anni di duro lavoro in un settore oggi fortemente in ascesa, quello artistico. La Galleria possiede sedi in Italia e all’estero, in particolare nel quartiere di Chelsea a Londra, e lei ne è il fondatore. Come dovrebbe muoversi una galleria per chiudere con un utile e non con una perdita?

Ovviamente la galleria deve sopravvivere, vengono scelti lavori attuali , compatibili con la domanda dei consumatori. Bisogna innanzitutto distinguere tra mercato Italiano e Inglese anche a livello tributario. In Inghilterra, ma anche in Germania e in molti altri paesi c’è molta più attenzione e aiuto nei confronti delle Gallerie così come degli onesti lavoratori in generale. In Italia c’è bisogno di più attenzione perché il sistema burocratico è troppo rigido e poco fruibile e associato ad un’elevata e sempre crescente tassazione. Parlando di “Mercato” direi che è una parola dai molteplici significati , strettamente connessa al campo dell’arte. Le faccio un esempio: la galleria di Londra, a Chelsea, si rivolge ad una clientela con un budget molto diverso rispetto a quello disponibile in Italia. A Londra la richiesta proviene da acquirenti disposti a spendere diversi milioni per acquistare le proprie abitazioni e pertanto il loro approccio alla Galleria è differente. Ci rivolgiamo a vari tipi di clienti, con bisogni e disponibilità diverse. Il mercato non è assolutamente mero collezionismo, di collezionisti ce ne sono pochi sfortunatamente per l’arte: la maggior parte degli acquisti vengono effettuati per consumo. Si va alla ricerca di un determinato status symbol. L’arte è un prodotto essenziale per la classe medio alta. E’ un metro di valutazione. Si può esporre nel proprio salotto un’opera storica di grande importanza o un bel quadro dipinto approssimativamente da un pittore emergente ma il valore sta nel giudizio di chi viene ad ammirarla, specialmente se possiede o no conoscenze artistiche. Se chi si approccia al quadro non possiede esperienza in senso artistico potrebbe restare anche più colpito dalla cornice che dalla tela , che non riempie più uno spazio con la sua presenza , ma lo crea .In questo caso la funzione del quadro sarà quella di abbellire, se non addirittura di costruire un ambiente e non quella di essere un capolavoro artistico, una rivoluzione storica e il fine ovviamente si estende non solo a chi osserva ,ma anche a chi acquista.

  • Che cosa pensa sia accaduto nell’ultimo secolo al mercato dell’arte? Personalità come Kopytoff parlano nei loro saggi di una progressiva “mercificazione” dell’arte e di tutto quello che questa può coinvolgere, anche da un punto di vista antropologico: lo stesso corpo dell’uomo è protagonista di dibattiti su come sia possibile personalizzarlo, modificarlo e addirittura comprarlo.

Ma le dirò, in realtà parlando di questo fenomeno le dico subito che non si tratta affatto di qualcosa di nuovo o sconosciuto. Anche il concetto di ”mercificazione” è un concetto vasto e in qualche modo se ne può parlare già partendo da tempi lontani. Giotto disegnava mani e piedi e il resto veniva completato dai suoi allievi in studio. Gli artisti in passato lavoravano per la chiesa, per le istituzioni religiose quindi storicamente possiamo dire che ci sono stati artisti che hanno lavorato per un fine creativo, ma anche lavorativo, con scopo di profitto, di mantenimento, quindi si può parlare di una mercificazione. Quando oggi parliamo di mercificazione dell’arte ci rivolgiamo ad una fascia medio-alta: chi ha poche finanze può permettersi poster, litografie senza firma, copie non troppo costose. I quadri hanno un grande valore e sono soggetti a una fortissima svalutazione dopo l’acquisto. L’investimento nell’arte deve esser fatto da individui ben radicati nel settore, capaci di riconoscere un’occasione. Diverso è per il collezionismo o per lo studio delle opere. Un collezionista si approccia all’arte per amore del quadro, non per i soldi. Il quadro comunica un’emozione, parla. Per colui che compra per amore dell’arte l’opera ha raggiunto il suo scopo: creare un’emozione. Per la maggior parte della gente, consumatori medi, invece l’arte crea un’ambientazione – sta bene in casa – non necessariamente un’emozione.

  • Quale ruolo ricoprono invece gli artisti oggi? Come viene riconosciuto il talento in mezzo a tante false promesse? Come viene determinato un riscontro positivo da parte di pubblico e critica?

Riguardo al talento lavorare nelle gallerie permette di capire che è un vero e proprio dono e non lo si acquisisce neanche con anni di studio. Poi bisogna dire che è necessaria una fortuna sfacciata. L’artista da solo non arriva molto lontano. Deve trovare qualcuno che lo capisca, perché il talento da solo non basta. Se ci si mette nei panni di un gallerista emerge Il bisogno di molti numeri, numero di quadri da esporre e altro. Anche Monet ad esempio segue un percorso analogo, cambia gallerista e dipinge una grande quantità di quadri per esporli. Possiamo dire che un Monet più intimo emerge quindi nelle opere attinenti l’ultimo periodo della sua vita, anche perché agli inizi aveva problemi economici e quindi dipingeva sicuramente per creare arte, ma anche per sopravvivere. Il mercato dell’arte può conoscere la crisi ed è sconsigliato investirci se non vi è totale controllo da parte della Galleria. In Genere questa decide su chi investire capitale da destinarsi a esposizioni e promozione. Sicuramente è un mercato in ascesa, ma c’è molta disinformazione e il consumatore spesso spende delle grosse cifre per opere di qualche nome emergente (destinato magari poi a svanire o a venire drasticamente svalutato) quando alla stessa cifra poteva essere acquistata un’opera di Andy Warhol.

  • Come una Galleria riesce a distinguere un capolavoro artistico da un’opera poco rilevante?

Il capolavoro si distingue subito: le parla. Il capolavoro lascia senza respiro, riempie il cuore. Lo vede da mille cose. Certo in un museo forse è più difficile sentire, ma ad esempio se lei fosse a una fiera per le vie di Parigi sentirebbe una grande differenza tra un disegno e l’altro. E’ quando sento queste emozioni che ho la certezza che l’arte esiste. Bisogna saperla distinguere da design e artigianato, attribuirle una collocazione a se stante.

  • Lei si sta occupando di numerosi progetti, mostre, vendite. Tra questi è nota l’imminente mostra di abiti vintage. Cosa può dirci a riguardo?

Posso dirle che non ha nulla a che vedere con abiti di design, è piuttosto un’esposizione storica, del periodo vittoriano. Le ricordo che la galleria si occupa principalmente di quadri, ma è aperta a esperimenti di vario genere in campo artistico, come questo, e verrà portata al museo di Chianciano in Italia. Resta da dire che questa evoluzione è dovuta anche al fatto che la galleria non è formata da ingranaggi senz’anima, è formata da uomini. Galleria non è un termine “marxiano”, è amore per la bellezza.

  • Parlando di abiti ci saranno sicuramente incontri tra culture diverse, che rapporti ci sono oggi tra il mercato occidentale e quello mediorientale?

Si, l’arte riunisce i popoli, è normale che vi sia un incontro tra culture diverse.  Il rapporto Occidente – Medioriente è oggi travagliato.

  • Com’è percepito da uomini come lei, che hanno fatto dell’arte la propria vita, il recente attacco delle correnti jihadiste a musei e città che sono state la culla della civiltà, in piedi per oltre 3000 anni, adesso cenere?

Vede il problema giace nell’ignoranza. Si comportano senza ragionare, è puro fanatismo. Noi non sappiamo se agiscano per fini economici -ci sono molte teorie a riguardo- o in nome del proprio credo, ma ciò che è evidente e che continuano a devastare tutto senza controllo, manufatti e soprattutto persone. Si parla di arte come di uomini, donne e bambini. Viene tutto calpestato senza la minima umanità.

  • Crede che i recenti avvenimenti nel mondo mediorientale o dei paesi confinanti la Russia abbiano avuto un impatto sulla produzione artistica, moda e design occidentale? Ad esempio giusto per citare un artista che ha molto variato le sue collezioni parlerei di Yohji Yamamoto, che ha proposto molti capi nascosti sotto pesanti panneggi scuri, o di Givenchy –  ma qui si parla di diversi anni fa – che fu una delle prime maison a elaborare per le passerelle dei burqa di preziosa sartoria , delle opere d’arte che nascevano contemporaneamente alla questione delle donne nel Medioriente.

L’arte è sicuramente uno specchio degli eventi in cui l’artista vive, quindi necessariamente è influenzata dai fatti, ma è anche una questione appunto di mantenersi “attuale”, quindi non riguarda solo chi crea ma anche chi si trova a osservare. La paura ha scarsa voce in capitolo perché viene vissuta quotidianamente, l’arte ci marcia sopra, così non c’è troppo da stupirsi se in passerella sfilano modelle vestite da soldato con il volto bendato. Se l’Arte è attuale desta più scalpore, viene recepita maggiormente e vende di più .Un esempio potremmo farlo parlando del giornale satirico francese Charlie Hebdo. La satira funziona così, più è pungente più vende, al di la della libertà espressiva. La componente del rispetto nei confronti delle altre religioni viene meno per aumentare le tirature. Le vendite sono aumentate dal giorno dell’incidente, ma molte persone sono morte, e non per scelta. Chi disegnava in redazione sapeva perfettamente cosa rischiava facendo satira su religioni tanto rigide ma quelle persone freddate per la strada o nel supermercato sono rimaste coinvolte pur essendo estranee agli eventi . Si accendono fiammiferi che portano a esplosioni che non possono essere controllate.

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