Testo di — DAVIDE PARLATO.

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Sesso, droga, soldi, donne, droga: soldi. L’universo allucinatorio di Wall Street indagato dal cinico occhio di Scorsese e reso vivo da un travolgente Leonardo Di Caprio: questi in sintesi gli ingredienti vincenti del nuovo film del vecchio Martin The wolf of Wall Street, uscito ieri nelle sale italiane e senza dubbio prima grande sorpresa di quest’annata cinematografica.

Tratto dalla vicenda autobiografica di Jordan Belfort, il film traccia l’ascesa e il declino del protagonista, assunto a Wall Street come stockbroker in quella infelice giornata del 19 ottobre 1987 (il “lunedì nero” della borsa statunitense) e successivamente risollevatosi con la costituzione progressiva della sua azienda di brokeraggio, la Stratton Oakmont, il suo biglietto d’oro per la ricchezza più sfacciata. Le due lezioni per garantirsi il successo e il denaro facile sono insegnate a Jordan in due contesti del tutto opposti: lezione numero uno, appresa a Wall Street ancora nei panni di uno sprovveduto ragazzo di campagna, il broker non fa gli interessi del cliente, ma i suoi. Il guadagno deve passare dalle sue mani prima che da quelle del compratore, cui l’unica cosa che il broker deve puntare a vendere è il coraggio di buttare i propri soldi nel giro di danaro della borsa (e da qui nelle tasche degli stockbroker). Lezione numero due, appresa in una piccola azienda di brokeraggio gestita da sprovveduti semplicioni di Long Island: i cosiddetti “penny stock”, ovvero azioni di società piccole e senza alcuna garanzia, sono molto convenienti per il broker, promettendo una commissione del 50%. Allora il trucco sta solo nel saper fregare molto bene il compratore, cui si rifilano dei pezzi di carta con valore di partenza assolutamente iniquo e relativi ad aziende dalla dubbia fortuna. In effetti ci sarebbe una terza lezione. Lezione numero tre: masturbarsi almeno due volte al giorno, tirare di coca, bere un vodka martini ogni 15 minuti fino allo svenimento e scopare ogni giorno con una donna diversa sono ottimi agenti motivazionali per massimizzare la propria attività sul mercato azionistico, avere la sufficiente grinta e, forse, dimenticare per un solo istante che l’attività che ti rende ricco si basa su una truffa legalizzata, a spese dei poveracci che inganni con l’arte della vendita.

Senza contare che alla truffa legalizzata,progressivamente, si aggiungono sempre più truffe meno legalizzate: nel raggiungimento dell’obiettivo di coronare un sogno di ricchezza e di possesso consumistico del mondo. E dalla moglie racchia e moralista si ha tempo per passare alla bionda ultimo modello e fiammante nel sesso, e da qui ad ogni sorta di spasso, di droga, di donne e di divertimento pervasivo e travolgente: come lanciare nani vestiti di velcro su un tiro a segno in mezzo al proprio ufficio. Stratton Oakmont: un sogno partito da persone assolutamente sprovvedute e che ben presto si concretizza, tramite l’arte di vendere illusioni, in una fiera delle vanità talmente allucinata da essere reale, soprattutto dopo aver ingurgitato un cocktail di varie pasticche. È importante però notare come, nel pieno stile di Scorsese, il tutto viene osservato tramite un filtro etico forte (alla fine tutti i nodi vengono al pettine) ma d’altro canto del tutto amorale, una sospensione del giudizio tagliente sulla dinamica della vita dei “bravi ragazzi”, che tutto possiedono tranne che una coscienza sporca.

Dicevamo i due ingredienti vincenti: Leonardo di Caprio e Martin Scorsese.

Leonardo di Caprio che davvero sta vivendo il suo momento d’oro sulla scena del mercato in celluloide internazionale: interpretazioni forti, a metà strada fra il goliardico e l’intensità emotiva, coinvolgenti e assolutamente irresistibili. Jordan Belfort è un uomo sicuro di sé, pronto a tutto, vizioso e ambizioso, e questo suo essere incredibilmente stronzo coinvolge fortemente lo spettatore (d’altronde si sta parlando di un uomo che ha fatto della sua vita il compimento del sogno americano). D’altra parte è fortemente bambino nel suo spasmodico appendersi alle cose materiali senza dare significato a nulla, alla famiglia, al successo se non come appendici secondarie di una vita all’ultimo respiro e stacco momentaneo fra una droga e l’altra o fra una donna e l’altra. Interpretazione impeccabile perciò, che però sottende una minaccia: di Caprio riesce talmente bene in questa parte, è così bravo a compendiare stile e spassosa sregolatezza che corre il rischio di sedimentarsi nel suo personaggio (tra Candy, Gatsby e Belfort siamo di fronte a tre riproposizioni di una parte molto simile). Personalmente mi auguro che ciò non accada e al momento mi limito ad elogiarlo in tutto e per tutto.

Martin Scorsese: beh, è Martin Scorsese. In grande spolvero per l’occasione ritorna, dopo il rifugio più riflessivo e immaginifico dell’apologia dello special effect compiuta con Hugo Cabret, al suo stile tagliente e irruento di Goodfellas o The departed (tanto per citarne qualcuno), al suo taglio cinico e beffardo della realtà e delle conseguenze dell’azione umana. La scelta della commedia nera come registro stilistico risulta azzeccatissima e i colossali 180 minuti di proiezione sembrano non stancare proprio mai, lasciando incollato allo schermo lo spettatore senza sosta. Scene esilaranti e nonsense si mischiano ad un’analisi critica della realtà del capitalismo americano, ritagliato nella cinepresa del regista nella sua componente più affascinante e allo stesso tempo più spaventosa: la rincorsa divertita all’american dream. Il tutto, come già accennato, senza giudizio morale, ma anzi evidenziando beffardamente il divario fra la gente che lavora e non guadagna e la gente che vive della truffa e ottiene, seppure a caro prezzo, la sua gloriosa possessione delle cose.

Nominato a cinque premi Oscar, vincitore di due Golden Globes, The wolf of Wall Street è un film imperdibile per gli amanti di Scorse e non, che merita di sicuro di accaparrarsi qualche premio importante. La scelta sottilmente intrigante della trama e del personaggio lo rendono un film interessante; la virata erotica verso la tendenza attuale della cinematografia di analizzare la “bella vita” come scelta per fuggire al marasma interiore di passioni e alla scabrosa personale inutilità lo rende un film pungente e alo steso tempo appagante per lo spettatore, per tre ore a contato diretto con la cartolina capitalistica, ritagliata da voluttuose forme femminili e imbevuta di ebbrezza. Ancora una volta siamo di fronte a questo fenomeno strano del cinema internazionale, il ripiegarsi nel superficiale che da una parte segue la tendenza, dall’altra è spia di uno scoramento generale rispetto al grande nostro sogno occidentale di voltare la pagina della nostra interiorità.

E se quest’onda anomala investe anche un regista come Scorsese, forse dovremmo cominciare ad analizzare più a fondo quest’epidemia di consapevolezza.

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