Testo e foto di – Leandro Bonan, per Revolart, a WASHINGTON D.C.

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Quando, dopo la Seconda Guerra Mondiale, la Germania fu punita con la divisione forzata in aree d’influenza, la metà occidentale del paese scelse come capitale Bonn, una piccola cittadina, conosciuta soprattutto, e quasi esclusivamente, per aver dato i natali a Beethoven. La decisione si basava sull’assunto che una capitale più forte, come Amburgo o Francoforte, avrebbero reso il processo di unificazione più arduo.

In Europa sono pochi i casi di città scelte come capitali senza ch’esse rappresentassero il fulcro economico, storico o culturale dello Stato, e hanno generalmente avuto vita breve e travagliata. Si pensi, sempre in Germania, alla sventurata Repubblica di Weimar, o alle pseudo repubbliche di occupazione di Vichy e Salò.

 

Gli Stati Uniti, al contrario, adottarono fin dalla fondazione una filosofia radicalmente differente: la capitale era intesa come un centro burocratico e politico, spesso di minore importanza, talvolta perfino costruita a tavolino per ospitare parlamento e uffici. Gli esempi si sprecano. Giusto per citare il più noto, New York non è la capitale dello stato di New York: il titolo spetta a Albany, una città che ad oggi non raggiunge i 100,000 abitanti.

Le radici di questa particolare concezione risalgono al 1790, quando un atto del Congresso americano sancì la creazione di una città ad hoc, frutto di un compromesso politico: sulla costa est, perché centro degli Stati Uniti di allora, ma esattamente a metà tra il Maine e la Florida, per non scontentare né gli Stati del Nord né quelli del Sud (già allora piuttosto litigiosi tra di loro).

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E’ qui che mi trovo da fine Agosto, e finalmente sento di conoscere Washington D. C. sufficientemente da poterne scrivere.

 

Il primo aspetto che mi ha colpito, appena arrivato, e che continua a stupirmi ed affascinarmi, è proprio l’idea di una città nata apposta per celebrare gli Stati Uniti e la loro Storia. Più che una capitale, è un tempio alla memoria collettiva, e se la città è diventata turistica è un risultato abbastanza incidentale, perché Washington è davvero dagli Americani per gli Americani.

 

Architetto di questa gloriosa città fu il francese Pierre Charles L’Enfant, che disegnò una pianta perfettamente quadrata, il cui centro era, simbolicamente, il Congresso degli Stati Uniti. Da lì partono infatti quattro quadranti, Nord-Est, Nord-Ovest, Sud-Est e Sud-Ovest, e da lì inizia la numerazione delle strade. Le direttrici est-ovest hanno numeri progressivi, quelle nord-sud lettere dell’alfabeto (Viva l’originalità, commenterebbe qualcuno).

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Dal Congresso inizia, oltre che il mio ideale vagabondaggio, anche un lunghissimo doppio viale alberato, The National Mall, che è il cuore della celebrazione a cui ho accennato. Questo tappeto verde lungo più di tre chilometri, infatti, ospitata la maggior parte dei musei Smithsonian, oltre dieci memoriali, ed è lambito da un lago artificiale, il Tidal Basin, in cui dopo la seconda guerra mondiale vennero piantati dei ciliegi. Gli alberi, che fioriscono puntualmente ogni primavera regalando uno spettacolo ineffabile, furono regalati dal sindaco di Tokyo nel 1912 alla città, come simbolo di amicizia.

 

Sulle sue rive, appena fuori dal viale, c’è forse il più affascinante dei memoriali, quello dedicato allo scrittore della Dichiarazione d’Indipendenza, nonché terzo presidente, Thomas Jefferson. Il memoriale è un piccolo ed al contempo imponente tempio, a pianta rotonda, sormontato da una cupola, che volutamente ricorda il Pantheon di Roma. Uno stato laico come gli Stati Uniti ritrova infatti negli uomini che ne hanno scritto la storia un culto quasi religioso. All’interno, un bronzeo Jefferson alto quasi 6 metri osserva la Casa Bianca, ove soleva vivere, circondato dalla sua Dichiarazione, incisa sul marmo delle pareti. Dai gradini della scalinata si ha una struggente vista dell’intero lago, e lo sguardo spazia dal Congresso all’onnipresente obelisco, sempre visibile ovunque in città in quanto, per legge, è l’edificio più alto della capitale.

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All’altro estremo del Mall, rispetto al maestoso parlamento, si trova il Lincoln Memorial, un edificio di marmo alto 30 metri, che, avendo l’aspetto di un tempio greco, celebra la democrazia e l’uguaglianza. E’ adornato da 36 colonne doriche, una per ciascuno stato che faceva parte dell’Unione alla morte di Lincoln. Il vero stupore, però, lo si prova quando si entra: un austero e imponente Abraham Lincoln osserva pensoso l’orizzonte e l’iconico obelisco che campeggia al centro del Mall (che è il memoriale dedicato a George Washington), dall’alto dei suoi quasi 9 metri d’altezza.

 

Lì, nella penombra, ho provato a sostenere lo sguardo dell’uomo che ha riunificato gli Stati Uniti durante una sanguinosa guerra fratricida, ma mi sono sentito soverchiato da tanta grandezza e mi sono mestamente girato, fissando con lui la spianata in cui Martin Luther King raccolse nel 1963 trecentomila persone con il suo sogno.

 

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Una targa ricorda ancora oggi il punto in cui pronunciò le parole che avrebbero modificato il corso della storia:

 

“Io sogno che un giorno sulle rosse colline della Georgia i figli di coloro che un tempo furono schiavi e i figli di coloro che un tempo possedettero schiavi, sapranno sedere insieme al tavolo della fratellanza. […] Con questa fede saremo in grado di strappare alla montagna della disperazione una pietra di speranza.”

 

Washington ha voluto rendere tangibili quella montagna e quella pietra, affinché nell’America non andasse perduto il messaggio di Martin Luther King, e nel 2003 l’amministrazione inaugurò una statua alla sua memoria. Anch’essa si trova nel complesso del National Mall, sulla sponda del Tidal Basin e guarda decisa nell’orizzonte, con un chiaro riferimento a Lincoln, che per primo liberò gli schiavi afroamericani dalle loro catene. Alle sue spalle due ammassi rocciosi, la montagna della disperazione e la pietra della speranza, per l’appunto.

 

 

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Avrei voluto immortalare la statua sola in tutta la sua quasi minacciosa imponenza, ma una fila ininterrotta di persone aspettava pazientemente di scattare una foto ai piedi del Reverendo. Erano quasi tutti afroamericani, e la loro composta commozione e la loro gratitudine, la familiarità con cui le madri dicevano ai bambini di “fare una foto con Martin” mi ha davvero emozionato. Ho capito, forse in quel momento, quanto l’America come la conosciamo, multiculturale a tal punto che necessita di erigere statue alte 10 metri per ricordarsi le proprie radici, non sia altro che lo stadio, peraltro non ultimo, di un lungo processo di evoluzione e trasformazione, e di quanto un Presidente degli Stati Uniti nero possa essere emblematico, seppur con tutte le sue difficoltà politiche, di questo graduale cambiamento.

 

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