Intervista a cura di – SVEVA SCARAVONATI

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In questi giorni abbiamo intervistato Gianluca Gozzi, direttore artistico di TOdays Festival, che si terrà dal 24 al 26 agosto a Torino, presso l’ex fabbrica INCET.

Da quanti anni sei direttore artistico di TOdays? Qual è la tua visione del festival e cosa vuoi comunicare?

TOdays nasce nel 2015, su iniziativa della città di Torino, quindi ufficialmente nasce come festival istituzionale.
L’istituzione vigente nel 2015 era reduce da esperienze precedenti come per esempio il Traffic festival che era già arrivato alla decima edizione consumandosi nella formula; si è deciso di ripensare l’evento, individuando in me che opero nella musica da diversi anni una persona valida.
Mi sono sempre occupato di musica, in particolare concerti nello Spazio 311, club che organizza eventi con musiche non convenzionali.

Torino infatti è famosa per essere una città underground…

Questa è una visione che viene riportata soprattutto dalle persone che vengono al di fuori; io credo che ogni città abbia una propria energia e creatività che seppur caotica si esprime in maniera dirompente, per cui in alcune zone geografiche o momenti storici si da attenzione a generi non conosciuti.

In cosa TOdays è diverso?

Ho provato a pensare ad un nuovo concetto di festival, diverso da una semplice sequenza di concerti.
Il festival è diviso su tre giorni in cui ci si immerge da pomeriggio a notte fonda nell’arte vera e propria, quindi musica e non solo.
Introduciamo musiche non necessariamente rassicuranti con l’obiettivo di tornare a casa e pensare “è stato come non me lo aspettavo”, qualcosa di diverso dalla semplice animazione; vorrei portare musiche meno allineate a ciò che ci si aspetta.
Il festival diventa una esperienza immersiva in cui si può vivere qualcosa di diverso da quello che si vive nel quotidiano
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Come prevedi lo sviluppo negli anni di questo festival? Hai già un disegno evolutivo?

TOdays si chiama così non a caso, nel senso che l’idea è di fare una fotografia dinamica e sincera di quello che è il momento. Ci si vuole concentrare sulla contemporaneità. In Italia è molto difficile fare progettazione realistica su quello che sarà il lungo periodo, quindi in questo momento a me interessa pensare al contemporaneo, all’attualità e lasciare tre puntini di sospensione per quello che accadrà nel futuro. Penso però che il futuro si costruisce nel presente, quindi ogni volta l’edizione successiva matura rispetto all’edizione precedente.
La prima edizione era un format diverso: gratuito, a luglio e con band famose. Ora siamo a fine agosto, con un biglietto a pagamento e in un’area fisica diversa: vogliamo rendere centrali musiche di confine e per questo portiamo il festival al lato nord della città, ma solo per un fatto geografico e non culturale
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Tra i diversi artisti annunciati ci sono anche diverse esclusive italiane, come i Mount Kimbie e Ariel Pink, ma anche Cosmo, che ha già fatto sold out a Milano… Qual è il loro filo conduttore?

Non esiste più un pubblico che ascolta solo rock o solo musica elettronica. Un festival deve essere un contenitore in cui ci si può avvicinare a musiche non conosciute e incuriosire; si deve andare ad un festival non per l’artista in quanto tale ma per l’idea di festival.
Vorremmo che le persone dicessero “sono andato al TOdays”. Il festival ha più palchi e quindi anche dal punto di vista delle sonorità ci interessa questo tipo di passaggio: dalle chitarre dei War On Drugs a quelle più post dubstep dei Mount Kimbie. Ci interessa un pubblico trasversale, fatto di persone che partecipano ad un evento emozionale ed emotivo. Proponiamo un ascolto di musiche non allineate sperando che incidano sulle persone. Bene o male non importa: l’importante è che se ne parli. Un evento culturale è diverso dal fare intrattenimento
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Stai organizzando diversi eventi precedenti al TOdays, come i June of 44…ci puoi spiegare questa scelta di “anticipare” il festival?

Un festival non deve essere una cosa estemporanea, l’idea è quella di ingerire delle modalità da riprendere e ripetere, sia in termini di luoghi come fabbriche abbandonate o musei, gallerie d’arte o spazi pubblici e quindi in qualche modo si vuole suggerire un diverso approccio. Questa operazione viene fatta sul territorio in termini di presidio: per questo motivo viene chiamata “TOnight”, una serie di appuntamenti in vari luoghi per accompagnare un pubblico che si affezioni al nostro festival.

Torino è una città che storicamente ha ospitato festival molto famosi: come vedi questa interconnessione? Hai qualche miglioramento da proporre?

Forse si dice questo di Torino per la sua posizione geografica, nel senso che guarda all’Europa. Torino ha permesso la nascita anche di famosissimi collettivi artistici nati in scantinati.
Da torinese però credo che la mia città sia una città di porto ma senza il mare, nel senso che c’è commercio, movimento di idee ma spesso le potenzialità rimangono inespresse. I festival torinesi per la maggior parte si basano sull’iniziativa privata, ma è altrettanto vero che è difficile in questo periodo storico fare un salto di qualità. Il pubblico è un po’ annoiato
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C’è un artista che sogni di vedere sul palco?

In realtà sono moltissimi e spesso inseguiamo artisti per anni, come PJ Havery, uno dei miei artisti preferiti. Quest’anno per esempio realizzo un mio piccolo sogno con i My Bloody Valentine.
Sono tanti, tantissimi, in generale amo artisti capaci di proporre ed osare con qualcosa di nuovo
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TOdays festival, dal 24 al 26 agosto.

Biglietti acquistabili qui: https://bit.ly/1QXH1hn

 

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