Testo di – GIULIA BELTRAMINO

 

La mia città che in ogni parte è viva,
ha il cantuccio a me fatto, alla mia vita
pensosa e schiva.

(Umberto Saba, “Trieste”, da “Trieste e una donna”)

 

Torino si presenta ai suoi abitanti come una città cosmopolita e incantevole, falsa e scintillante, ben più affumicata che verde, fredda e dura almeno quanto misteriosa e affascinante.

In una parola? Sorprendente.

Di giorno, Torino è frenesia: macchine che sfrecciano a tutta velocità per incroci sovraffollati, attraverso piazze invase da turisti e pedoni frettolosi, sotto gli alberi dei corsi; giovani giocolieri di strada che ai semafori  sbarcano il lunario acchiappando i proverbiali tre sacchetti di stoffa colorata, vecchi clochard che animano gli autobus, ciclisti spericolati che tagliano la strada a tutta birra ad automobilisti stressati, e ancora aule studio gremite di liceali, università traboccanti dei protagonisti del panorama professionale di domani e ogni viottolo, ogni stradina risuona del caotico, allegro scalpiccio di passi sui sampietrini che caratterizzano il centro. Ma è di notte, che Torino si illumina: si illumina quando il cielo inizia a colorarsi d’arancione, nei dehors si accendono le candele e i bambini lasciano di malavoglia le altalene per tornarsene a casa: un’altra giornata che finisce.

A Torino, ci sono serate e serate..

Ci sono serate da passare in macchina, coi finestrini abbassati e l’aria calda che ti soffia sul viso, a guardare le luci della città, e ci sono momenti in cui il fruscio leggero del Sancerre in un calice da bianco, più di ogni altra cosa, ha il potere di cancellare ogni pensiero.

Ci sono le serate in San Salvario, quelle al Quadrilatero, Quelle in Piazza Vittorio e ai Murazzi.

Di notte, Torino è ipocrisia: ragazze imbellettate ed egocentriche dai sorrisi smaglianti ma dagli occhi sfuggenti che chiacchierano di facezie da dietro alle vetrine di qualche locale alla moda, giovani benvestiti che trascinano le loro coscienze e le lunghe barbe curate di superalcolico in superalcolico, non più tanto giovani ma altrettanto benvestite matrone che, dal braccio dei loro mariti snob, si sistemano il monocolo sul naso varcando i cancelli del Regio, per sorbirsi l’ennesima opera di cui non conoscono nemmeno l’autore, pronte a riempirsi la bocca di giudizi di sorta i quali, notoriamente, lasciano il tempo che trovano..

Torino, di notte, è bellezza: i maestosi salici che, dalle rive del Po, illuminati a giorno protendono i lunghi rami a sfiorare l’acqua; c’è bellezza in ogni orecchino che sfavilla negli sprazzi di luce di un night, in ogni profumo che non sa di stantío, in ogni scintillío di denti scoperti da un sorriso ebbro, in ogni nota jazz che pervade l’aria afosa di inizio giugno, in piazza San Carlo, di notte,  nelle mani sinuose dei dj, nella tecnica perfetta dei barman, nell’avvizzita gioventù dei trentacinquenni che non si prendono troppo sul serio, nel melancolico sguardo della futura sposa uscita a fare baldoria.

Torino, di notte, è fame: trattorie tipiche dalle scolorite, immacolate tovaglie a quadri fintamente logore che ammiccano ai passanti dai vicoli più sperduti; ristoranti giapponesi dallo stile essenziale e dalle linee morbide che affascinano coi i loro colori particolari; apparentemente sudicie taverne dai tavolacci sbeccati guarniti di boccali da birra in lucido vetro massiccio, dai biliardi tirati a lucido, dai vecchi lacrimevoli jukebox e gli immancabili, precari, illegali baracchini del cibo-spazzatura ai lati delle strade.

Nelle notti di giugno, Torino cambia pelle: si lascia alle spalle la polverosa clausura dell’inverno e si riempie di lumini, candele, festoni e bandierine.

San Salvario, casa de “La Stampa”, è una caotica esplosione di etnie diverse che convivono in maniera (non sempre così) pacifica; di notte diventa il ritrovo dei tiratardi, tutti quelli che portano baraonda. É un quartiere tanto trash quanto attraente, tanto pericoloso quanto intrigante e ricco di fascino, misterioso.

Di notte, Torino è accozzaglia indistinta, mélange disordinato e grossolano dei caratteri più disparati: dalla goffa, timida diciassettenne al primo appuntamento all’attempata vamp arrampicata su tacchi indicibili; è prendersela in quattro contro uno, è risata, è desiderio. É sussurro.

Quando non piove da molto tempo, l’aria si appesantisce del ciprigno dei fiori e legna bruciata, di esaltazione e armonia, di sudore e malinconia.

Lo sguardo che si rivolge a Torino, di notte, è uno sguardo a tratti laconico, lapidario e intenso, teso all’oggettività che però è mera illusione: non si può essere imparziali, nel descrivere i luoghi natii, i luoghi dell’infanzia, amati quanto odiati ma senz’altro pienamente vissuti, in cui ritroviamo ricordi, e speranze, e desideri.

Torino, in generale, è scontrosa grazia: ruvida e interessante, è una città da percorrere per poter essere capita, apprezzata, amata.

É una città da fuggire per poter essere rincorsa.

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