Testo di – GIULIA MAINO

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Au Nom Du Fils – Vincent Lannoo, Belgio 2012
Introdotto dalla vice direttrice del TFF, Emanuela Martini, Au Nom Du Fils inaugura contemporaneamente la prima proiezione del Festival e la sezione “After Hours”, dedicata alle pellicole che spaziano dalla cinefilia d’autore alle produzioni indie-horror. L’ultima fatica di Lannoo si inserisce a metà strada fra il film di genere e il l’opera di denuncia sociale; il film, infatti, tratta principalmente dello scandalo dei preti pedofili, un tema molto scottante in Belgio. La trama narra di una donna, madre di famiglia, che si trova a fare i conti con la sua fede incrollabile nel momento in cui perde sia figlio che marito a causa della Chiesa; il ragazzo si suicida a causa della violenza subita da un prete, e il padre muore in un bizzarro “campo di addestramento” cristiano, capitanato da un religioso che trova nelle armi l’unico strumento possibile per “difendere la fede”.
Il film si muove per tutta la sua durata su un doppio binario: il dramma  di una donna costretta ad affrontare le ipocrisie e l’ottusità di una piccola comunità cristiana e l’ironia caustica (e talvolta poco riuscita) di un tentativo di fare satira sulla religione e sui religiosi. La pellicola, in certe sequenza, si tramuta in un film action con inseguimenti e sparatorie, e improbabili momenti pulp con teste spaccate con un soprammobile o esecuzioni degne di un revenge movie vecchio stile. Un dramma con echi tarantiniani, con un’ironia stiracchiata alla John Waters e un pizzico di denuncia sociale. Un po’ pasticciato e confusionario, ma godibile.

Voto:  6 e mezzo

Last Vegas  –  Jon Turteltaub, USA 2013
Dopo il zoppicantissimo L’Apprendista Stregone, Turteltaub ritorna sullo schermo con una commedia piena di vecchie glorie del calibro di Robert De Niro, Morgan Freeman, Michael Douglas e Kevin Kline. I quattro sono dei sessantenni americani, amici da sempre, che si ritrovano insieme per festeggiare l’addio al celibato di Douglas, promesso sposo di una ragazza con trent’anni in meno di lui. Pieni di idiosincrasie, di rimpianti, di acciacchi e senso di inadeguatezza, i quattro uomini ritrovano (o riscoprono?) la voglia di vivere e di essere un passo avanti rispetto al tempo che passa, trovandosi alle prese con un mondo che li stupisce, li esalta, li delude ma li fa anche innamorare, e riguadagnare la fiducia in loro stessi e nei loro affetti. Una commedia piacevole, molto divertente (i quattro mostri sacri non perdono un colpo, sembrano ringiovaniti, o mai invecchiati) con quel tocco di “politically uncorrect” che attira gli applausi a fine proiezione. Una versione de Una notte da Leoni più raffinata, meno “caciarona” e con molto più sentimento. Decisamente un più alla carriera del regista statunitense.

Voto:  7 e mezzo

Lupu/Wolf  – Bogdan Mustata, Romania/Germania 2013
In corcorso nella sezione “TorinoFilmLab”,  l’opera di Mustata è un delicato e controverso romanzo di formazione di Lupo, un ragazzo che vive nella periferia di Bucarest. Orfano di padre, vive con la madre, la quale ha una relazione con un altro uomo, che il ragazzo mal sopporta. E’ innamorato di una coetanea, Clara, ma lei non sa farsene del suo amore, poiché già disillusa da una malizia corrotta e ostentata.
Il film, girato quasi completamente in interni (una casa-nido, o casa-labirinto, della quale vengono sovente riprese le scale con panoramiche rapide e vorticose) è permeato da una luce cupa, o perennemente crepuscolare. La trama è sospesa fra realtà e finzione (Lupo continua ad occuparsi del padre, immobilizzato a letto, non accorgendosi che il suo corpo è solo la proiezione del suo dolore) tra morte e vita. L’eros e il thanatos che caratterizzano la gioventù sono qui descritti attraverso lo sguardo muto del protagonista, l’eros pieno di carezze di Clara, l’appartamento sospeso nel tempo e prigioniero di esso, l’ultima e coraggiosa decisione di Lupo di soffocare il ricordo vivente del padre con un cuscino, per poter crescere e diventare un uomo. Un film sull’adolescenza nelle sue tinte più fosche, dolcemente crudeli e silenziose, con il beneplacito di una Bucarest quasi invisibile, ma pronta a donare la luce del sole a chi ha il coraggio di andare avanti.

Voto:  8

Emmaus  – Claudia Marelli, Italia 2013
In concorso nella sezione “TFFdoc”, il primo lungometraggio della Marelli parla delle tre vite parallele di Antonello, Angelo e Fausto, ospiti di “Casa Emmaus” comunità terapeutica sarda nata per curare le dipendenze patologiche. Il film tralascia volutamente la descrizione della struttura sanitaria per concentrarsi sulle vite di questi tre uomini, e il loro modo di affrontare il percorso di cura. C’è chi, come Angelo, che si adatta con placida tranquillità alla sua nuova vita, prendendosi cura degli animali dell’allevamento con la dolcezza e crudeltà proprie di chi ritorna alle origini. C’è chi non si accontenta e non vede l’ora di tornare a casa, come Antonello, che ha negli occhi la cupa rassegnazione di chi non conosce futuro, né fiducia. Fausto, invece, condivide il percorso di rinascita con i genitori, due visi segnati dal tempo, dal dolore di aver già perso un figlio per colpa della droga e da un mondo che ormai non li riconosce più. Figli di un’Italia dimenticata e offesa, di un’umanità lacerata e autentica i tre protagonisti affrontano la vita con coriacea forza di volontà, con i volti provati da un’esistenza estenuante, ma nei gesti e nella voce la voglia di ricordare gli errori fatti, e di non ripeterli più.

Voto:  7

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