Testo di – GIULIA MAINO

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La Sedia della Felicità – Carlo Mazzacurati, Italia 2013
Tre anni dopo “La Passione”,  che raccontava la crisi creativa di un regista d’essai, Mazzacurati torna alla regia  con una storia ambientata nel Veneto.  Un tatuatore (Valerio Mastandrea) e un’estetista (Isabella Ragonese) vanno alla ricerca di un tesoro nascosto di una vecchia ladra. Si mette sulle loro tracce anche un prete (Giuseppe Battiston), interessato al bottino.  Mazzacurati recluta in massa i suoi attori feticcio per una commedia “nera”, che narra le difficoltà e i difetti di un’Italia odierna, costretta dalla crisi a fare i conti con i propri principi, la propria morale. Il regista delinea con ironia e amara delicatezza dei personaggi disposti a tutto pur di rimediare ai loro vizi, e ai loro debiti,  a costo di rimetterci onore, senso di giustizia e persino la vita. Un’avventura goffa e stralunata nel quotidiano, fatto di preti bugiardi e dedita al video-poker,  maghi imbroglioni e contadini dal cuore buono, con un pizzico di surreale magia.
Le interpretazioni di Ragonese, Mastandrea e Battiston regalano al film quel tocco in più, senza il quale il film soffrirebbe troppo di mancanza di originalità.

Voto:  6 e mezzo

C.O.G – Kyle Patrick Alvarez, USA 2013
Film in concorso nella sezione “Torino 31”, il secondo lungometraggio di Alvarez racconta di David, neo laureato a Yale, il quale decide di “prendersi una pausa” dalla solita vita passando l’estate a raccogliere mele in un campo nell’Oregon.  Il giovane si ritroverà ad affrontare un datore di lavoro scorbutico e vendicativo, un collega omosessuale deciso a conquistarlo e l’improvvisa rottura con la fidanzata, la quale scapperà con uno sconosciuto. David, figlio dell’upper class americana, con un atteggiamento presuntuoso e supponente a là “Giovane Holden”, si dovrà scontrare con l’altra America, quella fatta di lavoratori silenziosi, fede pura e incrollabile, cattiveria dovuta all’isolamento culturale e alla povertà. Si troverà a confrontarsi con la sua ottusità dovuta ad una cultura onnisciente e arrogante, che non ammette né religione né lavori umili, imparando (purtroppo a sue spese) ad entrare in contatto con la parte più intima di sé, quella non abituata al fallimento. Un coming of age di un’ironia caustica, e di una sincerità spiazzante che lascia l’amaro in bocca. Da un racconto di David Sedaris.

Voto:  8

2 Automnes, 3 Hivers – Sébastien Betbeder, Francia 2013
Armand e Amélie  sono due giovani parigini, che si incontrano per caso mentre fanno jogging nel parco. Si presentano, si parlano, ma subito dopo si perdono; per una serie di coincidenze riescono a ritrovarsi, per poi innamorarsi. La vita li accompagna, li prende in giro, li abbraccia in una routine piacevole e dolce, per poi scaraventarli in un vortice di incomprensioni e di litigi. Attorno a loro si intrecciano, dividono e sbocciano nuove vite e nuove storie, compresa quella del migliore amico di Armand, colpito da una malattia molto grave ed improvvisa. Betbeder racconta la vita nelle sue più piccole e apparentemente insignificanti sfumature, strizzando l’occhio alla nouvelle vague, allo stop motion di Wes Anderson e all’ironia di Allen, rischiando nella prima parte del film di scadere nella trappola della messa in scena troppo ben curata a scapito della trama, per poi recuperare nella seconda parte dando la giusta attenzione allo snodo narrativo, donando all’intera pellicola un’allure française deliziosa e avvolgente.

Voto: 7 e mezzo

The Way, Way Back – Nat Faxon & Jim Rash
Gli sceneggiatori di “Paradiso Amaro” esordiscono alla regia con la storia di Duncan, quattordicenne nerd e al limite della sociopatia il quale si ritrova a dover sopportare per un’estate intera la madre succube, un patrigno insopportabile (uno Steve Carrell inedito) e una sorella menefreghista. Troverà conforto nella figlia della vicina di casa, tormentata e incompresa come lui, e nel gestore di un parco acquatico (un magnifico Sam Rockwell ), un mattacchione irresponsabile e immaturo. Nel film gli adulti non esistono: tutti troppo concentrati sul divertimento e distratti da loro stessi, i maggiorenni non si prendono cura dei più giovani, abbandonandoli ai loro dubbi e al difficile mestiere di crescere. Solo chi non ha la presunzione di essere già cresciuto abbastanza, chi sa rimettersi in gioco riuscirà ad aiutare Duncan ad affrontare la solitudine e la paura di non riuscire a sopravvivere all’adolescenza. Gli adulti faranno una pessima figura, perdendo credibilità, affetti e orgoglio. Un affettuoso romanzo di formazione, forse troppo scontato nel finale, che regala grasse risate e un po’ di malinconia.

Voto: 7

 

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