Testo di – Ludmilla Gabusi, inviata Revolart presso il TFF

Torino-film-festival

TORINO – E’ finito il mio secondo giorno qui al Torino Film Festival e nella mia dose settimanale posso già contare 10 film sulle spalle. Sono giornate frenetiche, il baccanale del cinefilo torinese si risolve in folli spostamenti tra i cinema dedicati alle proiezioni del festival, junk food, litri di caffè e discussioni col personale perché si è rimasti fuori dalla sala, a bocca asciutta per un film che, come direbbe Pozzetto, un tuo “carrrrissssimo amico” ti ha detto che dovevi assolutamente vedere.
E’ quindi nella frenesia che si spande tra rush-line, commenti a caldo e spaesamento oculare che dovete collocare queste mie recensioni.

 

It follows

Il mio battesimo al TFF avviene con il film It follows, categoria After Hours del festival. La trama è semplice: dopo aver avuto un rapporto sessuale con un ragazzo Jay viene inseguita da un essere ignoto desideroso di morte. Soltanto con l’atto sessuale, “passando” la maledizione ad una nuova vittima, è possibile liberarsene. Quest’horror, terzo film di David Robert Mitchell, ci presenta un’America suburbana, nostalgicamente connotata da ambientazioni alla Nightmare. Il rimando al passato non è l’unico: i ragazzi protagonisti si ritrovano più volte a guardare film alla televisione, rigorosamente in bianco e nero. L’attrice protagonista Maika Monroe riesce nell’intento di trasmetterci il suo senso di angoscia e depressione, il tormento tra il desiderio di urlare contrapposto al non poter dire, la pazzia. Se ad un certo punto il continuo inseguimento comincia a risultare ridondante e, soltanto in pochi frangenti, quasi ridicolo, va evidenziata la potenza visiva di determinate scene, prima fra tutte quella nella piscina pubblica. Il vero punto forte del film risulta comunque essere la musica (come d’altronde ci si aspetta da un film horror). Se fossi nata qualche decennio fa e nel 1975 avessi visto Profondo Rosso in sala penso che l’impatto della musica dei Goblin sarebbe stato il medesimo di questo film: potente, coinvolgente, emozionante. Tuttavia, mano a mano che si procede nella visione e parallelamente in altri film del festival, questo passaggio dal progressive-rock all’utilizzo della musica elettronica comincia a risultare fin troppo evidente e sfruttato, quasi da cinema mainstream.

 

Life after Beth

E se di cinema mainstream vogliamo parlare sicuramente Life after Beth è uno di quei film che non avrà problemi di distribuzione. Ci sono tutti i presupposti: attori più o meno famosi, cura dei dettagli, humor nero e, soprattutto, gli zombie. Sì, lo capisco, dopo tutti quei film con i vampiri stiamo diventando scettici anche col tema zombie, e dopo The walking dead come darvi torto. Ciò che si cerca in questi casi è l’originalità ma, credetemi, in questo caso non rimarreste delusi.
Jeff Baena (regista per la prima volta) dirige questa commedia horror, parabola della crescita adolescenziale, dell’abbandono di un amore e la riscoperta del proprio ambiente famigliare. Dane DeHaan (abbiamo imparato ad apprezzarlo negli anni in Chronicle, Come un tuono e The Amazing Spider-Man 2) interpreta Zach Orfman, un ragazzo in lutto che, dopo il ritorno della sua ragazza Beth dal regno dei morti, si troverà ad affrontare il vero contrasto tra la vita e la morte incorniciato in una sorta di Doomsday tra cari vivi e morti. Notevole l’interpretazione di Aubrey Plaza nel ruolo di Beth, ragazza zombie sballottata tra stati d’animo contrastanti, opposti: l’amore per Zach e l’istinto “zombiesco”. Un film che ci fa ridere tanto e commuovere poco; di simbologie se ne porta dietro parecchie, infatti sarebbe facile paragonarlo a Warm Bodies ma vi consiglio di non farlo: è di un’altra pasta. Non si arrende alle banalità ricercando anche piccoli dettagli (Beth indossa sempre lo stesso vestito: è morta, congelata sia dentro che fuori) che donano al film qualità e godibilità.

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata