Testo di – DDAVIDE LANDOLFI

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Eterea, evanescente, delicata e ora “violenta”, Lana Del Rey ritorna sulle scene musicali (dopo un debutto, Born To Die, che ha superato ogni aspettativa) con Ultraviolence che ha il compito di andare a confermare quanto fatto dal disco precedente.

Interamente prodotto da Dan Auerbach, leader dei Black Keys, Ultraviolence è perfettamente in linea con le sonorità alternative del momento, facendo sì che le influenze volutamente retrò anni ’60-’70 costantemente up-to-date, confezionino uno dei dischi migliori di questo primo quarto dell’anno.

La ghetto girl di Born To Die lascia spazio ad un’artista che spinge, come mai prima d’ora, su sentimenti come la nostalgia, andando ad esasperare un ventaglio di situazioni malinconiche fino all’ossessione (Pretty When You Cry).

È dunque questa la “violenza” di Ultraviolence: un quasi concept album interamente in bianco e nero che racconta la storia di amori avvelenati, folli.

Le atmosfere strumentali e cinematografiche sono le assolute protagoniste di questo secondo disco che fin dalla prima traccia mostra il suo essere nettamente superiore rispetto a Born To Die.

Cruel World racchiude al suo interno una tradizione rock del tutto americana e tipicamente west coast così come il primo singolo, West Coast appunto, che per sonorità pare una vera e propria dichiarazione d’intenti.

Non sempre immediate (West Coast è forse la meno radiofonica dell’intero progetto), tutte le tracce di Ultraviolence necessitano di un processo di metabolizzazione non indifferente. Ne è una dimostrazione la title track Ultraviolence che mette in scena l’ultra-violenza di un amore visto come unica soluzione possibile: “Jim told me that he hit me and it felt like a kiss”.

Shades Of Cool è forse l’evoluzione pressoché obbligata di brani come Young & Beautiful o Once Upon A Dream dove Lana mette a tacere tutte le malelingue che da sempre l’hanno accusata di avere scarse qualità vocali, mostrando una voce da singing bird capace di raggiungere anche le note più alte.

Impossibile non rintracciare i rimasugli di Born To Die in Brooklyn Baby che appare come un cordone ombelicale definitivamente reciso con la spregiudicata Sad Girl: “Being a bad bitch on the side it might not appeal to fools like you”.

Rappresentano l’unico cedimento del disco le faticose Money Power Glory, Fucked My Way Up To The Top e The Other Woman, segno che troppa esasperazione sia nelle melodie e sia nei testi porta ad un trascinamento senza sosta che innesca un circolo vizioso spezzato dalla ballad Old Money che riporta l’intero progetto in carreggiata. Delicata, sussurrata e potente al tempo stesso, Old Money è il momento più alto di Ultraviolence. È la canzone segreta degli amanti inscenata da Christian e Satine in Moulin Rouge, è la testa di Orfeo che mozzata dalle Baccanti cerca, in riva al mare, la sua Euridice in un lamento che sprigiona la violenza di un amore incondizionato che necessita di essere consumato. È ricerca costante del proprio amato, è una supplica incessante: “And if you call for me you know I’ll run I’ll run to you I’ll run to you I’ll run run run”.

Nonostante Ultraviolence non sia sempre facile da digerire, racchiude al suo interno un corredo di immagini e situazioni d’impatto, “violente” appunto, che hanno a che fare con una violenza riguardante la sfera sentimentale, e non quella fisica, portata all’eccesso, all’esasperazione, all’ossessione.

Sentimenti privi di colori dove i contrasti chiaroscurali modellano le luci e le ombre mostrando tutte le sfaccettature dell’amore irrazionale. Ultraviolento.

Voto: 8+

 

 

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