Testo di – DANIELE CAPUZZI & VIRGINIA STAGNI

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Per leggere la trama: http://revolart.it/fidelio-la-liberta-dallamore-sara-la-prima-della-scala/

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Milano – come da tradizione dei più grandi teatri operistici globali, anche ieri la (ante)prima under30 si è fatta attendere per i venti minuti canonici. I giovani, accorsi al Teatro alla Scala, hanno udito le prime note solo all’arrivo dello sfortunato oboista bloccato da un treno e dal traffico meneghino.
Ma l’attesa é stata di certo l’ideale per predisporsi ad un luogo che viene ancora fin troppo sentito come elitario e distante, in particolare da quella che è la realtà giovanile: l’austero sipario rosso, gli stucchi aurei ed il lampadario veneziano hanno costellato gli occhi dei presenti, di certo emozionati per l’eleganza settecentesca del Piermarini.

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Il direttore d’orchestra Daniel Barenboim si è confermato come uno dei più grandi interpreti di Beethoven già dall’esecuzione dell’ouverture. Il suono che ha ricavato dall’orchestra è limpido, ma allo stesso tempo drammatico, come si addice alla Leonore n.2. Questa é stata scelta da un insieme di quattro possibili brani introduttivi dal Maestro, come preludio del suo Fidelio per il pubblico scaligero. I melomani più tradizionalisti rimarranno contrariati per il mancato rispetto delle disposizioni del compositore, ma chi sta sul podio ritiene che questa ouverture sia la più adatta, poiché contiene tutti i temi dell’opera; in particolar modo, questa introduzione ricorda ripetutamente il “tema di Florestan”, ripreso nel secondo atto sulle parole “In des Lebens Frühlingstagen”: infatti, esso andrà ricorrendo nel corso dell’opera divenendone uno dei motivi portanti.
Nel corso della storia della musica sono state scritte numerose pagine, contro oppure a favore di questa ouverture, da parte di molti critici (e anche dallo stesso Beethoven), perché considerata eccessivamente sinfonica e inadatta a fare da incipit ad un simile capolavoro.
L’interpretazione di Barenboim risulta riconoscibile grazie al grande equilibrio nonché al notevole accento posto sul rispetto dei silenzi nell’esecuzione.

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Riteniamo giusto indagare come mai il genio di Bonn si sia eccessivamente trattenuto durante la composizione, soprattutto nel primo atto dell’opera, rispetto alla grande passione riversata nelle introduzioni.
Partiamo dal fatto che il Fidelio é una singspiel, cioè un’opera nata come maggiormente “accessibile”: una composizione che mantenesse lo stile complesso dell’ouverture sarebbe risultata troppo complicata al pubblico di riferimento, cioè un pubblico ampio e, soprattutto, borghese.
L’apertura del sipario, verso la fine dell’ouverture (come tipico dell’estetica più recente) ci accompagna nelle interiora di un moderno carcere di freddo cemento in cui figure in movimento aleggiano nello spazio desolato.
Qui i giovani interpreti Mojca Erdmann e Florian Hoffmann mostrano una notevole cura della regia (che ritroviamo in tutta l’esecuzione) per i dialoghi e per i movimenti, studiati nel dettaglio anche per i personaggi minori. I recitativi sono lodevoli per l’adattamento attuato al contesto moderno dell’interpretazione dell’opera da parte della regista: non solo maggiore colloquialità, ma anche un’impronta nettamente prosaica che rende il testo tedesco più vicino allo spettatore anche inesperto.

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Questo primo atto é di certo apprezzabile per la scenografia moderna, ma forse vi é un eccesso nei costumi, fin troppo scarni e pop, più da nomadi che da guardiani della prigione in cui siamo immersi. Anche quest’anno si conferma una crescente attenzione al corpo maschile: vi ricordate il cameriere nerboruto di Flora nell’atto II (quadro II) della Traviata dello scorso anno? Beh, non manca anche nel Fidelio: un’irsuta guardia si destreggia in esercizi ginnici nel momento musicale antecedente l’arrivo di Pizarro: scelta un poco fine a se stessa, come l’anno scorso.
Le prestazioni canore sono di qualità elevata: apprezzabilissimi i due baritoni  Falk Struckmann e Kwangchul Youn che manterranno l’alto profilo per tutta l’esecuzione. Molto piacevole la soprano nei panni di Fidelio, che vedremo invece avere un leggero deficit nel secondo atto, riprendendosi però magistralmente nella scena finale.
Il secondo atto, più stimolante musicalmente parlando, é, invece, più discutibile per le scelte addotte nella regia. Peccato per la carente performance del tenore, di cui non si comprende se lo sforzo nell’emissione della voce sia dovuto a un eccessivo pathos nella lettura del personaggio del prigioniero sfinito e affranto.

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Come i costumi già premonivano nel primo atto, il secondo si conferma per un eccesso di cultura pop (si pensi alla  scena della liberazione e la intera contestualizzazione del coro), quasi dimostrante un certo gusto kitsch per la trasposizione su un palco lirico di quello che é più una rappresentazione drammatica hollywoodiana: piovono dall’alto pezzi di carta luccicante, dal carattere più da musical che da opera europea. Di certo una conferma per l’ammodernamento dell’opera tedesca, ma a tutto c’è un limite: da Priscilla la Regina del Deserto passiamo a un collettivo CGIL: sventolano energicamente su delle fondamenta musicali pompose e in pieno stile sinfonico beethoveniano (richiamano infatti alla mente il coro della IX sinfonia) sciarpe, cappelli ed elementi rossi scarlatti che ricordano le piazze delle proteste sindacali: impossibile non notare, grazie ai caschetti da operai, una certa consonanza (umoristica?) con il mondo della protesta coeva. E qui ci si conceda una nota ironica: sembra quasi che la regia abbia voluto appunto ricordare le giornate di sciopero davanti alla Fiat ed improvvisamente diventa inevitabile il paragone con un Pizarro marchionizzato nonché un ministro del Re dal tocco renziano. Che si sia voluto fare un parallelo politico con la nostra società? Forse questa é solo una lettura oltremodo attualizzante rispetto a ciò che probabilmente la regia voleva trasmettere: una profonda modernizzazione per avvicinare i più all’opera e portarvi riferimenti contemporanei non appena ve ne fosse occasione, dato il carattere sempreverde della trama, instancabilmente amante di un leit motiv shakespeariano della catabasi in nome dell’amore.

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Il coro milanese si conferma eccezionale ed è notevole la coraggiosa scelta delle luci:  forti, aggressive, inusitate per quelli che sono i canoni del teatro milanese, hanno saputo trasmettere il “guazzabuglio dell’animo umano”, dalla morte alla rinascita, dall’oscurità delle incatenanti segrete alla luce del liberante amore.

Come sempre, un’esperienza unica.

Foto: si ringrazia Guido Montaldo; l’ultima foto non è in nostro possesso -sito Milanotoday

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