Testo di—GIUSEPPE ORIGO

Trovarsi nella stessa stanza di Umberto Eco e Dario Fo significa essere in presenza di due mastodonti sacri, forse i più importanti punti di riferimento del panorama artistico/letterario Italiano contemporaneo nella sua totalità.

L’ opportunità si presenta il 18 Febbraio, nella Sala Grande del Teatro Franco Parenti di Via Pier Lombardo, dove trovo i due letterati seduti sul palco, in occasione della celebrazione del primo compleanno de “La collana dei Classici della letteratura Bompiani”, insieme con altri illustri colleghi e addetti ai lavori.

Se non ci fossero i libri saremmo tutti rozzi e ignoranti, senza alcun ricordo del passato, senza alcun esempio; non avremmo conoscenza delle cose umane e divine; la stessa urna che accoglie i corpi, cancellerebbe anche la memoria degli uomini.0x13

Citando il Cardinale Bessarione, Nuccio Ordine, moderatore dell’evento e curatore della collana, introduce e presenta la necessità didattica da cui scaturisce l’idea del progetto: la diffusione dei Grandi Classici su larga scala.

Si tratta di un’ innovativa catena di ristampe dal costo assolutamente moderato, circa 30 €, testo a fronte e commento”.

Constato l’ incompatibilità della nozione di “costo moderato” secondo il dott. Ordine con la mia.

Il discorso è per di più incentrato sulla, condivisibilissima, necessità di una crociata contro il Bignami, supremo format del testo, al fine della salvaguardia dell’ identità letteraria e di impedire lo “stupro dell’ opera”. L’elitè intellettuale riunita, idealmente impersonata dal verbo di Ordine, si scaglia alla carotide del “Con la cultura non si mangia”, rivendicando l’ utilità di ciò che “dal Profitto è ormai presentato come inutile”. Si respira un po l’aria di manifesto snob, timore che dal primo grande ospite verrà confermato.

Cedutogli il microfono, Umberto Eco esordisce con un “sinceramente non ho capito bene cosa ci faccio qui” e dopo una breve parentesi sull’ importanza di un’ unità culturale europea “perfettamente incarnata dalla collana Utet  in quanto dotata di testo a fronte e quindi incoraggiante al bilinguismo”, si butta in una complessissima e arzigoggolata analisi per date degli scrittori analizzati dalla collana sostenendo fantascientifici  nessi numerico/temporali ai limiti dell’ onirico…

Segue lettura/citazione maratonistica di 4 pagine, di autori misti con prevalenza Cervantes, e un quarto d’ora netto…  Mentre due sedie più in là la maschera di Dario Fo si contorce nel primo plateale sbadiglio io mi ritrovo a meditare sull’ 11° dei famosi “36 suggerimenti per aspiranti scrittori” che proprio il saggista alessandrino aveva spillato nei suoi “Appunti di Scrittura”: “sii avaro di citazioni”.

Nel mare di parole della complessa lettura il messaggio si perde rapidamente, e l’uditorio, in balia di quello che dopo poco sembra essere più un fiume che un Discorso, si assopisce lento… Dario Fo compreso che spalanca la sonnolenta bocca per la seconda volta ed è ormai perso in un attento studio dei lacci color crema della sua calzatura sinistra…

Improvvisamente un timido applauso risveglia gli astanti dallo stato catatonico e segna lo spartiacque tra Eco e Fo, sarei sinceramente disonesto se affermassi di aver pienamente colto il messaggio lanciato dal discorso del padre de “Il Nome Della Rosa”, nonostante la mia completa applicazione nel cercare di trovarlo.

Fo, attore innanzi tutto, si alza in piedi e il teatro, stiracchiatosi, è tutto per lui. Non si limita a parlare ma drammatizza l’importanza della lingua madre, in un’ orazione spettacolo in Italiano e Grammelot.

Si trasfigura prima in Gargantua poi in menestrello, con gesti plateali rapisce ogni spettatore portandolo nel suo mondo di teatro e follia, trascinandolo e accogliendolo nel suo Mistero Buffo in un’ orgia di suoni e movimenti, una perfetta lezione di teatro e comunicazione. Sono l’enfasi senziente e l’impeto turbineo e universalmente coinvolgente di Fo a fare di se stesso sublime narratore del senso insensato e del nonsenso sensato. L’applauso esplode, violento e entusiasta. 

Nessuno si preoccupa più di non aver colto il messaggio di Eco perché ormai la totalità è rapita dal ciclone Fo. Forse la comunicazione è proprio questa: è trascendere financo il linguaggio, far abdicare il significante innanzi al significato per perpetrare un messaggio che giunga universale, che spazzi via gli snobbismi vaqui di incomprensibili monologhi “dotti”, ma solo fra virgolette.

Perché l’artista è tale se universale, deve parlare sia al dottore che allo stolto sorridendo tanto all’ uno quanto all’ altro e riuscendo ad essere ricambiato dall’ empatia di entrambi.

È vero: “il classico è importantissimo”. Ma prima de Il Classico sarebbe giusto fornire il mondo dei giusti mezzi per comprenderne i messaggi. Non è certo un economico tomo “dal costo assolutamente moderato, circa 30 €” ad essere opportuno cocchio globale della cultura.

W Dario Fo.

 

 

 

 

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