Testo di – VITO PUGLIESE

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Fino all’8 Gennaio presso la Monnaie di Parigi si ha l’occasione di esplorare il mondo di uno degli artisti meno scontati del nostro tempo: Maurizio Cattelan.

La Monnaie, un’istituzione per la cultura contemporanea, si appresta a vivere un cambiamento di rotta dopo che la direzione artistica è passata nelle mani di Camille Morineau, la quale ha già annunciato che ci sarà un cambio di programma netto rispetto all’impronta di Chiara Parisi. La curatrice italiana lascia uno dei poli principali dell’arte francese e bisogna in tutta franchezza dire che le scelte effettuate in questi anni sono sempre state audaci e innovative. Memorabili la fabbrica di cioccolato di Paul McCarthy, l’installazione di Baldessari e il drammatico e intimo lavoro del greco Jannis Kounellis, esponente di spicco dell’arte povera.

Ovviamente quando si prendono scelte drastiche, si incontrano sempre critiche facili e sopracciglia alzate, ma questo è un rischio che bisogna consapevolmente correre, se si vuole godere del plauso silenzioso e confortante dell’esclusività.

Come ultimo saluto, l’artista a cui è affidato il compito di completare questo cammino interessantissimo è un connazionale, precisamente Maurizio Cattelan.

Il grande pubblico conosce Cattelan per I Tre Bambini Impiccati, che tanto (troppo) fecero parlare. Alcuni lo conoscono per il divertente e coloratissimo Toilet Paper Magazine, ma la maggior parte delle sue opere restano nell’ombra ai più. Le più famose opere sono di gallerie che di sicuro a chi s’intenda un minimo di arte non suoneranno nuove: The Wrong Gallery di Londra, Massimo De Carlo di Milano, Goodman di NY.

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Perché, ci si chiede, un artista così singolare ? La risposta è ovvia: Cattelan è un artista graffiante, è uno che dell’arte fa quello che vuole, uno che usa l’opera per impressionare, colpire, scandalizzare. Un Wharol dei tempi odierni, che rende pop le quattro dimensioni e non si stanca mai di scoppiettare, dando fastidio a chi è comodo intellettualmente.

La mostra attualmente in corso a Parigi dimostra quanto detto, rende difficile quello che era facile e incomprensibile quello che apparentemente tutti decifriamo. Ci sentiamo costretti a farci domande, perché ci troviamo catapultati di fronte all’assurdo: un meteorite colpisce Papa Wojtyla, mentre un bambino seduto in un angolo in alto suona un tamburo egocentricamente, distraendoci di colpo dalla riflessione, e così, mentre stiamo per arrivare al centro del ragionamento, veniamo rispediti al controsenso, all’antinomia, all’inintelligibile, al nonsense.

Poi andando avanti, ci imbattiamo in molte stranezze: un barbone sull’opulenta moquette rossa del palazzo napoleonico che ospita la mostra, un piccolo Cattelan seduto tra piccioni, un altro la cui testa sbuca dal pavimento riempiendolo, una serie di cadaveri coperti da macabri teli bianchi, che poco spazio lasciano all’immaginazione.

Cattelan è brutale e nella sua eccentrica e instancabile voglia di mostrare l’insensato, esibendolo con la nonchalance con cui si porta una Birkin di Hermès. L’immediatezza è una delle sue qualità: sfodera l’arma del dubbio (solo apparentemente infondato) e assesta il colpo proprio dove vuole.

Il suo bersaglio preferito? Che domande.. come ogni enfant terrible, il potere ovviamente. Questo è possibile coglierlo dalla prima opera (La Nona Ora), che segna il fatale e inarrestabile decadimento di una grande casta di piccoli uomini, vestiti di velluto, che per secoli hanno maneggiato il potere, prima a suon di roghi e poi a suon di scomuniche. Ora i porporati, pur non avendo di fatto perso la loro influenza, si vedono crollare addosso, come un masso, un’attualità liquida, informatizzata, globalizzata che scorre veloce e che, cambiandosi sempre d’abito, ha svelato al popolo il peccato più bello di tutti: la dissolutezza. E la Chiesa, una, impudica, santa, lussuriosa, cattolica, oscena, apostolica e depravata, oggi non dà più risposte.

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Non si creda che solo questo sia lo spiraglio da cui si nota l’odio di Cattelan per il potere: andando avanti, vi è un cavallo che entra nel muro, incastrato, con il corpo che penzola e il collo teso, conficcato nel cemento. Questo è, ancora, un chiaro segno di quanto il possente e nerboruto vigore del potere, della supremazia e la pochezza squallida di coloro che esercitano l’uno e si cibano dell’altra, stiano profondamente antipatiche a Cattelan.

Nelle ultime sale, tutto ciò culmina evidentemente con un Hitler di cera in ginocchio, che prega e che guarda strabico di lato, non avendo il coraggio di fissare lo spettatore che lo scruterà attentamente invece. Un mostro con sembianze quasi infantili e, soprattutto che è inginocchiato, di fronte a un muro, quindi di fronte al nulla. Ogni dispotismo dovrebbe essere ridotto così, costretto a guardarsi in faccia, a scrutare il niente cosmico che apporta all’umanità.

Cattelan finirà persino di appendere se stesso al muro, perché in fondo, in questo stravagante mondo del paradosso, nessuno merita di essere osannato, neppure egli stesso.

Questa mostra rappresenta in maniera vibrante il mood generale che socialmente si sta diffondendo nel mondo: la taciturna accettazione di certe logiche di sopraffazione, si è trasformata in malcelata rabbia e ora in aperto conflitto con l’autorità. Viviamo in un presente frammentato e frammentario, che annienta la complessità delle cose e non vuole riconoscere nessun potere precostituito.

Cattelan realizzò tempo fa per il Comune di Milano un gigantesco dito medio (opera dal titolo L.O.V.E.) che è stato posizionato in Piazza Affari, di fronte alla Borsa. Ecco, quel dito è un Vaffa clamoroso. L.O.V.E. è stata una profezia: i populismi, gli assetti antipolitici della nuova classe dirigente globale, i ringhianti parolai, i popoli di gente incazzata che vota e vota con la bile in corpo.

Chissà quali sorprese il futuro ci riserverà, per ora possiamo limitarci a osservare l’evoluzione delle cose, senza tranciare giudizi infecondi.

Giusto una precisazione finale: la rivoluzione facciamola se abbiamo un progetto di ricostruzione, altrimenti dopo ci saranno solo piccioni sui cornicioni.

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