Testo di : Marco Ferrario

 

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Qualche volta io intravvedo come una mandria di individui grossolani che stanno a far resta e Pindaro che con tutto il suo grande pathos si accoda al loro seguito”.

Firmato Giacomo Burcardo, al secolo Jakob Burckhardt, storico della cultura svizzero, compagno di corsia di Leopardi, Schiller, Winckelmann, Keats, Foscolo, D’Annunzio, Nietzsche, tra i nomi più illustri, nel reparto di terapia intensiva per i malati della “sindrome di Hölderlin”, vale a dire la struggente, lacerante, tutta romantica (non nel senso di Lilly -la cagnolina della Disney- e Biagio davanti al piatto di spaghetti, piuttosto nel senso in cui Goethe parla delle rovine di Roma antica) nostalgia (nel senso etimologico di “malattia del ritorno”) del passato, bello e perduto nella sua mitica aura di perfezione. Il passato in questione è l’antichità classica, e prima di Roma la Grecia, in virtù di un certo pregiudizio compendiabile nella formula, riduttiva ma forse non del tutto errata, di “classicista” per cui la seconda sarebbe figlia e dunque statutariamente inferiore rispetto alla prima. Solo il tempo ed il progredire degli studi ha permesso di comprendere quando senso avesse ritenere Virgilio inferiore ad Omero, Tacito inferiore a Tucidide, Plauto a Menandro, lo stesso che potrebbe avere ritenere Milton inferiore a Dante, vale a dire nessuno.

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Chi soffre della sindrome di Hölderlin ad ogni modo è un malato dell’antico, e tra XVIII e XIX secolo antico per eccellenza era la Grecia di Pericle, Fidia, Sofocle, prima una pallida alba, dopo le angosciose tenebre della decadenza. É questa senza dubbio una semplificazione un po’ rozza del quadro, ma serva per un’idea. A smentirmi si staglia in calce al discorso la citazione di Burckardt che rinvia all’alba di cui si diceva, ad un’età che è arcaica solo nel nome, al tempo della fondazione dei giochi panellenici, del fiorire della cultura simposiale, della grande stagione dell’omosessualità paideutica, dei contatti con l’oriente, delle aristocrazie, del riformularsi dell’etica omerica alla luce della “riforma”oplitica, della lirica, monodica e soprattutto corale, di cui Pindaro è esempio insigne. Le parole di Burckardt celano dietro se stesse un mondo. Pindaro è il simbolo di una cultura che rapisce la fantasia perché enigmatica, fastosa, distante e soprattutto in gran parte perduta e frammentaria. La poesia, sosteneva Poe, deve stare su di una pagina, perché deve essere letta di un fiato. Dato il genere è impensabile che i componimenti della melica corale, destinati ad essere eseguiti con accompagnamento di musica e danza, intonati da cori di giovani o fanciulle, potessero essere contenute nel giro di pochi versi, come testimoniano gli epinici di Pindaro, che superano agevolmente il centinaio di versi. Ma il poeta di Cinoscefale è un caso più unico che raro. Della imponente produzione lirica arcaica non abbiamo salvato che relitti, risputati sul litorale della coscienza moderna dalla risacca del tempo. Molto è perduto per sempre, e quello che è giunto spesso ha la forma del frammento, frammento che restituisce un’immagine, un baluginio, suggerisce, suggestiona, mette le ali alla fantasia ed all’emozione, ma subito le tarpa la lacuna e la gelida crux desperationis, nomen omen, posta dal solerte filologo che non può che attestare lo stato delle cose, come il chirurgo di una serie televisiva americana che esce dalla sala operatoria imbrattato di sangue e scuote la testa mentre madri, padri, fidanzate, mogli e parenti scoppiano in lacrime. La forma frammentaria se è un giogo nel caso della prosa può però rivelarsi uno stimolo potentissimo nel caso della poesia. Burckardt parla di Pindaro, non di Polibio, e di entrambi non abbiamo l’opera completa, ma uno scrive in prosa, l’altro in versi, uno argomenta ed espone, l’altro dipinge quadri meravigliosi e vola (i voli pindarici, molto meno desultori di quanto non lasci intendere il proverbio) sopra i campi di Pito e di Olimpia, lacera con un’immagine le nebbie del tempo e ci riporta ad un’età di ricchezza, onore e gloria. Spesso la forma in cui i malati della “Hölderlin” si esprimono svela come in quel passato essi non cerchino tanto, o in prima istanza, le radici della cultura ellenica quanto acque del Lete per la loro anima sterzata dal grigiore del presente. Prima della figura storica con una certa probabilità in Pindaro, Saffo, Omero, Eschilo o Lorenzo il Magnifico, Burchardt e con lui molti altri andavano cercando se stessi. La conoscenza e la comprensione di ogni passato richiede anche e soprattutto freddezza, studio e razionalità, riflessione meditata, erudizione, tutti requisiti assai poco “poetici”. Non si può vivere di sola suggestione, e questo è vero, ma mi sia lecito credere che se non fossero stati emozionati da quello che studiavano nessuno da Wolf a Lachmann a Wilamowitz a Page passando per Jacoby, Pohlenz, Jaeger, gli stessi Winckelmann, Leopardi e Nietzsche mai avrebbero atteso ai loro studi con la dedizione con cui vi si dedicarono. Se un’utilità ancora esiste nel conoscere e valutare la storia della percezione del passato credo che quel che più dobbiamo all’epoca romantica sia la capacità immaginativa, la volontà di scavare alle origini dell’umanità fino a scoprirne il cuore pulsante ed a sentir vibrare la musica dello spirito dei popoli. I sospiri elegiaci di Keats sulla sua a urna greca, la follia di Hölderlin e la più scaltrita filologia sono i migliori figli della temperie culturale che si suole definire romantica.

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Detto questo, passiamo ad argomenti più seri: il 6 Marzo di quest’anno è uscito nelle sale 300 2, l’alba di un’ impero. Pensavo che non fosse possibile peggiorare il primo 300, ma mi sbagliavo. Ora, a parte una scena gratuita di sesso, scaturita dal pretesto di un abboccamento diplomatico tra i due, che in verità ha il sapore di uno stupro, tra Temistocle ed Artemisia nell’arco di centotrenta minuti non è possibile individuare una trama che non sia la giustapposizione di scene gratuite di sesso e di violenza, e quella che ci interessa vede un Temistocle uscito direttamente da Mister Olympia recarsi a Sparta in veste di ambasciatore per reclutare uomini e navi in vista della resistenza alla calata persiana. Sorvoliamo sui trentacinque chilometri che separano la città laconica dal più vicino specchio d’acqua, a noi interessa quello che il nostro eroe trova appena entrato in città. Assistiamo ad una scena di circa cinque minuti all’interno della quale quattro energumeni prendono a pugni un povero disgraziato in un’arena di sabbia. Quella che dovrebbe essere una rappresentazione dell’austera educazione spartana si risolve in un tripudio di sangue, mascelle rotte, rumori di ossa frantumate e via dicendo. Dopo essere stato suonato come un tamburo il povero disgraziato cade rantolando nella polvere mentre gli altri muggiscono come caproni nel trionfo dello stereotipo e della volgarità. Mentre quello che dovrebbe essere un allenatore, ma potrebbe benissimo essere un incrocio mal riuscito tra Borghezio e Razzi (avendo ereditato dal primo la raffinatezza, dal secondo la proprietà linguistica), sbraita insulti allo spartano agonizzante, arrivano altri due personaggi armati di un secchio d’acqua che viene scaraventato con tutta la violenza possibile in faccia al poveretto, il quale contro ogni legge della fisica e del buon senso si rialza come se si fosse svegliato in quel momento, nemmeno fosse stato curato con il ghiaccio spray che resuscita calciatori in articulo mortis sui campi d’Europa. “Spartani”, commenta Temistocle scuotendo la testa. La sagra dello stereotipo, chiosiamo noi. Una scena come quella che abbiamo descritto, ma l’intero primo capitolo della saga, a ben vedere, illustra come meglio non si potrebbe gli effetti che nel corso della storia ha prodotto il “miraggio spartano”. Fatta salva la versione nazista avremmo preferito ai due 300 qualsiasi cosa, dall’esaltazione giacobina alla censura tra l’astioso e l’imbarazzato della storiografia britannica del secolo successivo, ma ogni epoca storica ha quello che si merita, al 1700 Babeuf e Marat, a noi è toccato Zack Snyder. La vulgata su Sparta riflette le incomprensioni, i pregiudizi, l’ostilità non scevra di ammirazione, i timori e le suggestioni che i contemporanei, il che per noi equivale a dire gli ateniesi, nutrivano nei confronti di quella che fu, almeno fino al 480-479 a. C. un’alleata, e non sembra ozioso ricordarlo. Semplificando un po’ potremmo dire che con l’ascesa del partito di Efialte e Pericle venne eretto un muro tra i due “occhi della Grecia”, e nella memoria ateniese e sulla sua scorta in quella delle generazioni future si identificò la Sparta del secolo V con l’unica Sparta che la storia avesse mai conosciuto, perché la sola possibile. Non è un caso che Tirteo venne cooptato tra le fila ateniesi, sembrando inverosimile che potessero uscire letterati da una caserma. I nostri sguardi sembrano fatalmente incanalati attraverso le pompose arcate della secolare retorica anti spartana, che del resto è molto più facile condannare quanto ci è estraneo anziché sforzarsi di comprenderlo, ma ad aver pazienza, c’è un’altra possibilità. Si tratta di avvicinarsi in punta di piedi alle porte della Sparta del secolo VII, guardare attraverso il buco della serratura ed ammutolire di stupore. Mi piacerebbe poter dire che la metafora di cui sopra sia mia, ma non è così.

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La rubo a Claude Calame, autore di una monumentale edizione critica uscita nel 1984 del poeta di cui vorrei parlarvi: Alcmane. Intorno agli anni ’70 del XIX secolo l’egittologo Mariette rinvenne tra i piedi di una mummia un frammento papiraceo che riportava un ampio brano del nostro poeta. Si tratta di un Partenio (fr.3 Calame), ovvero un canto intonato da un coro di fanciulle in occasione di una ricorrenza del calendario religioso della comunità, nel caso specifico sembra di intuire si tratti del dono di una veste al santuario di Artemide Orthia, o secondo altri di un rito in onore di Aoti, una dea del mattino. Da altre testimonianze apprendiamo che il ruolo del poeta era quello di corodidascalo, ovvero maestro di danza, il che vuol dire autore del testo che veniva cantato, probabilmente curatore delle coreografie, dei costumi e della musica che accompagnava l’esibizione. Questo si intende per “melica corale”, così dovevano venire eseguite alla corte dei tiranni o nelle città le odi pindariche, al suono della musica, in un’ esplosione di velo, drappi e mantelli, cantate da cori danzanti. Mutatis mutandis “corega” fu anche Saffo all’interno del tiaso, giusto per aver chiaro il livello di raffinatezza poetica non meno che materiale di cui si parla. In un suo frammento (8 Calame) leggiamo:”Non era un uomo rozzo, e neppure incolto, e non era nel novero degli insipienti. Non era di stirpe tessala, e non era un pastore di Erisice, ma era dell’alta Sardi“. A partire da Aristotele molta critica ha letto il testo in chiave biografica. Il poeta qui si firma, secondo il tipico modulo della sphragis il “sigillo” apposto alla propria opera dichiarando la propria origine, la Lidia, un nome visceralmente associato all’Oriente, alla mollezza, al lusso “persiano”, una patria decisamente più appropriata per il nostro poeta. Obiezione: la sphragis segue un modulo ben definito, che implica solitamente l’esplicita menzione del proprio nome. A questo proposito si é soliti citare il parallelo di un altro lirico arcaico, che dice così: “Questi sono i versi di Teognide di Megara“. Nell’epoca dell’auralità il poeta doveva fare in modo che il proprio lavoro si presentasse in qualche modo parcato, pena il divenire, come accadde a Teognide, da poeta di una classe, l’aristocrazia riunita a simposio, una classe di poesia: i versi di Teognide tanto incarnavano una mentalità che persero la loro paternità ed il legame con l’occasione che li aveva generati (e la lirica arcaica é sempre poesia di occasione perché nasce in una circostanza precisa e per un uditorio preciso, il simposio, il tiaso, la comunità intera o un distaccamento di mercenari, una fazione politica o un tiranno siceliota, ed è poesia originale nel suo rapporto con i modelli di cui è intessuta e con il contesto che la ha generata, mentre il “libero traboccare di sentimenti potenti” è storia del secolo XIX) e da lirica d’autore divennero “repertorio poetico”, un prontuario dell’aristocrazia simposiale. Nessuno qui ci dice che Alcmane stia parlando di sé, e se anche egli non fosse nato a Sparta questo poco importa. L’identità di un uomo e di un artista non è legata ai dati anagrafici, ma alle idee di cui è portatore.

 

Quella di Alcmane è una delle più alte voci liriche dell’antichità nonché il migliore interprete (il fatto che sia l’unico superstite non è un argomento contro, anzi, probabilmente una conferma di questa eccellenza) dell’epoca in cui la cultura Sparta non temeva rivali sul suolo di Grecia. La personalità del poeta appare sfuggente, un continuo mascherarsi dietro un’allusione scherzosa, una citazione erudita, un’etimologia dotta, come nei primi versi del papiro Mariette, con quello ´απεδιλος ´αλκά su cui si sono infranti innumerevoli capi di illustri lessicografi e filologi. Si tratta con buona probabilità di una perifrasi per designare una “forza sfrenata”, rimandando ad un calzare, il πέδιλον, che si allacciava legandolo al piede. Il senso sarebbe quindi quello di “forza a piede libero”. E l’elenco potrebbe continuare. Mi preme segnalare la freschezza inventiva, la sottigliezza e la densità dei rimandi culturali, la consapevolezza del proprio statuto letterario, l’ironia ed al contempo il pulsante sentire religioso, la delicatezza del tocco descrittivo di questo artista. Nel frammento 3 Calame, alla narrazione, per noi perduta, di un mito di ´υβρις punita, quello degli Ippocoontidi, fa seguito la γνώμη destinata ad avere forse più successo nell’etica dei secoli successivi: “beato colui che lieto intreccia il giorno senza pianto“. Ritengo che in proposito ogni altra parola sia superflua. Non è nemmeno possibile descrivere i ritratti mozzafiato delle fanciulle che si susseguono nel Partenio, come dice il nostro poeta, “perché lunghe parole“? Sembra più opportuno un sussurrato invito alla lettura, tentando di immaginarsi in riva allo Xanto, all’alba di un giorno d’estate di ventotto secoli fa.

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