Testo di — FEDERICO QUASSO

Keiko è una bambina di dieci anni. Una sera, dirigendosi nel quartiere K, sede di molte fabbriche, fra cui quella in cui lavora suo padre, ma anche di bar e locali a luci rosse, viene avvicinata da uno sconosciuto con una scusa e rapita. L’uomo, di nome Kenji, la trascina, chiusa in un sacco nero, nel suo appartamento, un luogo piccolo, buio e lurido con le finestre sempre sbarrate. Il rapitore, qui, si dimostra per quello che è: un uomo disturbato dalla doppia personalità che instaura con la piccola un rapporto ambivalente e morboso. Di giorno ne è l’aguzzino, violento e irascibile; di notte, invece, si comporta come se fosse un bambino della stessa età di Keiko, ma a lei sottomesso.

Dopo circa un anno di violenze fisiche subite di giorno, e psicologiche perpetrate di sera, la bambina una mattina si sveglia e trova la porta dell’appartamento aperta. Improvvisamente, e senza una ragione precisa, si ritrova libera. Le indagini successive porteranno all’arresto di Kenji e alla sua carcerazione, ma Keiko si chiuderà in un ostinato silenzio nei confronti degli investigatori e del magistrato che tentano di far luce sul caso.

Cresciuta, intraprende con successo la carriera di scrittrice, e riesce a vivere una vita pressoché normale fino a quando, senza preavviso, sparisce. Lascia dietro di sé, per il marito, una copia di un manoscritto, con l’istruzione di farlo recapitare al di lei editore, e una lettera.

Il romanzo di Kirino Natsuo, Una storia crudele, è prima di tutto un metalibro costruito su più livelli, il primo dei quali è costituito dal manoscritto in cui Koumi Narumi, nome d’arte di Keiko, racconta del suo rapimento e del suo anno di prigionia. Il secondo è quello che dà l’avvio alla vicenda, ovvero la lettera che Kenji, uscito di prigione, scrive alla donna e che è la causa della sua sparizione improvvisa. Il terzo livello è quello della missiva di accompagnamento che il marito allega al manoscritto spedito all’editor.

Con il suo stile tagliente, essenziale ma non scarno, Kirino Natsuo miscela perfettamente le tre voci (quella della donna, del marito e del rapitore) creando un quadro imperfetto, discordante, che rende il lettore incerto su quali siano verità e quali menzogne. Keiko ripercorre i giorni del suo rapimento con una narrazione realistica e precisa, mentre si lascia andare ad una ricostruzione quantomeno azzardata, se non del tutto immaginaria, delle motivazioni sottese al gesto di Kenji, inserendo dettagli smentiti invece dal marito nella sua lettera.

Ancora una volta, come in molti altri suoi romanzi, basta citare ad esempio Morbide guance, Grotesque e OUT (tradotto in italiano con un titolo da Harmony: Le quattro casalinghe di Tokyo), l’autrice assume il punto di vista di una donna, e non solo per una ovvia più facile immedesimazione, ma per poter attaccare il modo in cui la società giapponese, ancora oggi, percepisce la figura femminile. Ben esplicativo è il parallelismo che si viene a creare fra la prigione fisica in cui è costretta nell’appartamento del suo rapitore, e quella psicologica in cui si rifugia per sopportare la curiosità delle persone che, dopo la liberazione, vorrebbero sapere da lei i dettagli della sua macabra storia; a questo Keiko reagisce addirittura rimpiangendo il suo aguzzino, l’unica persona che, a suo dire, avendo vissuto la sua stessa esperienza, potrebbe realmente capirla.

Una storia crudele, riesce, grazie alla maestria dell’autrice nel genere noir, a scendere nei meandri dell’animo umano con perizia e a descrivere immagini violente senza scadere nel grottesco. Kirino Natsuo si cimenta con successo nel portare alla luce quella parte delle tragedie che normalmente è associata solo al lieto fine, ma che in realtà fa emergere tanti altri piccoli – o anche meno piccoli – drammi, come ad esempio il divorzio dei genitori di Keiko a seguito della sua scomparsa.

Il romanzo è un continuo gioco di luci ed ombre, diviso fra realtà e fantasia che si toccano, si intrecciano, si mescolano divenendo un gomitolo inestricabile. Ognuno dei tre personaggi principali del romanzo ha una doppia natura, a cominciare dall’aspetto più patologico del rapitore, passando per la Keiko bambina che se da una parte soffre per la sua prigionia, dall’altra non si esime dal rivalersi anche con cattiveria verso il Kenji notturno; fino ad arrivare al marito della donna, che si scopre essere il magistrato incaricato di investigare sul caso, e che quindi incarna perfettamente quella curiosità morbosa da cui la ragazza voleva scappare.

Con Una storia crudele Kirino Natsuo consolida il suo ruolo di primo piano della letteratura giapponese contemporanea, e anche in Italia, fortunatamente, sta ricevendo, negli ultimi anni, il giusto riconoscimento: sono state tradotte sei delle sue opere, numero decisamente notevole per un’autrice che non fa Yoshimoto di cognome.

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