Testo di – GIULIA BERTA

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Ricordate le sale silenziose dei musei, che risuonano solo dei passi degli affascinati visitatori? Ricordate l’Opera d’Arte racchiusa in una cornice, talvolta protetta da una teca di vetro? Ricordate i custodi del museo che vi chiedono di non fare foto ai quadri per non rovinarli? Ecco, dimenticate tutto, perché Van Gogh Alive, presso la Promotrice delle Belle Arti di Torino fino al 26 giugno, non è nulla di questo. Come scrivono i curatori dell’evento, “La fruizione semplicemente visiva dei quadri in gallerie silenziose viene dimenticata, a favore di un viaggio dove il pubblico diventa protagonista, interagendo con l’arte in un modo che mai avrebbe immaginato”. La mostra promette infatti di rivoluzionare il concetto di museo, grazie ad un sistema che si avvale di 40 proiettori in alta definizione, una grafica multicanale e un suono surround che ricorda quello delle sale cinematografiche. Il progetto è ambizioso: trasformare ogni parte dello spazio espositivo in arte, dalle pareti ai soffitti e ai pavimenti, e creare un’esperienza immersiva e multisensoriale, coinvolgendo lo spettatore e catapultandolo dentro alle opere dell’artista olandese. Insomma, non è il fruitore che corteggia un’arte che si mostra a tratti, schiva e pudica, ma è l’arte stessa a corteggiare il fruitore e ad aprirsi ad esso con compiaciuta civetteria.

Senza dubbio, almeno una parte delle molte promesse che l’imponente pubblicizzazione sta facendo sia sui social sia sul territorio torinese viene mantenuta: di un tradizionale museo c’è solo l’onnipresente negozio di souvenir alla fine del percorso. Ma, purtroppo, la rottura rispetto alle obsolete classiche mostre è l’unico elemento presente tra quelli decantati sul volantino dell’evento e sui pannelli presenti all’inizio del percorso. Sorpassata (e sorpassabile) la ricostruzione della famosa Camera di Vincent ad Arles, la seconda sala ci accoglie in maniera effettivamente trionfale: sui tre muri scorrono i suggestivi dipinti di Van Gogh corredati da toccanti citazioni delle sue magnifiche lettere, mentre nelle orecchie rimbombano le Quattro stagioni di Vivaldi. Uno spettacolo di indubbio impatto, che colpisce e ha il potere di coinvolgere anche persone che si avvicinano all’arte per la prima volta e che rimarrebbero intimoriti dall’austerità di una silenziosa sala dalle bianche pareti coperte di quadri.

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Scemato lo stupore iniziale, i punti deboli iniziano però ad emergere impietosamente. Cambiando sala, ci rendiamo infatti conto che il filmato che abbiamo appena lasciato è lo stesso, ripetuto in ogni punto del percorso. Effettivamente, tutta la mostra si riduce ad un’unica sequenza di immagini, il che sì ci permette di osservare molte opere dell’artista fiammingo senza per forza andare fino ad Amsterdam, ma forse non basta per emozionare. L’impressione che si ha è quella di osservare un gigantesco uovo con il guscio d’oro, opulento all’esterno e dal caro prezzo, ma completamente vuoto all’interno. La grandissima forza di Van Gogh, artista complesso e diviso tra una disperata spinta alla vita e un atroce e continuo pensiero alla morte, sta infatti moltissimo nella sua pennellata, grezza e sofferta, nel suo modo di raccogliere il colore e di depositarlo sulla tela in maniera irregolare, contorta, disperata, lasciando evidenti i solchi e le alture che le setole hanno tracciato, una pittura quasi materica che, come moltissimi altri dettagli, un filmato, per quanto in alta definizione, non può e non potrà mai cogliere. Volendo anche prescindere dall’infelice scelta dell’autore da utilizzare per questo progetto, guardare il filmato di un quadro non è la stessa cosa che vederlo dal vivo, e qui di quadri non ce ne sono: l’allestimento sfolgorante non ha un solido substrato a cui appoggiarsi, e la conseguenza di ciò è che si esce dall’edificio per nulla soddisfatti, ma anzi con un certo amaro in bocca. D’altronde una casa senza fondamenta non può certo restare in piedi da sola.

Inoltre, richiamando ancora una volta le promesse fatte al pubblico all’entrata, l’interattività dovrebbe essere uno dei punti forti, vera ventata di novità rispetto alle noiosissime e banali gallerie. Anche questa viene però sacrificata sull’altare dell’esibizionismo di stampo Expo 2015, dei colorati filmati proiettati su schermi che si reggono sull’aria: l’intima relazione che si instaura tra il quadro e lo spettatore, quel colpo di fulmine la cui potenza ci attrae come calamite vicini all’opera, sempre più vicini, in modo da cogliere ogni pennellata, ogni dettaglio, ogni sbavatura, quel legame di amore che scatta tra te ed il quadro di cui, tra tutti quelli della mostra, conserverai il ricordo più forte, quella strana forza che ti spinge a sederti di fronte ad un’opera e a sondarla per lunghi, lunghissimi, interminabili minuti, qui manca del tutto. Lo spettatore, che a parole dovrebbe essere protagonista, non può effettuare una selezione tra le opere, non può scegliere cosa vuole vedere e cosa no, non può soffermarsi sul suo quadro preferito per più tempo e scorrere velocemente quelli meno graditi: il filmato scorre inesorabile, ad ogni opera è dedicato un numero prestabilito di secondi, e al pubblico, completamente passivo di fronte alla mastodontica modernità che gli viene riversata addosso, non resta che adeguarsi – o in alternativa, aspettare che il video ricominci.

In definitiva, Van Gogh Alive è un bel Luna Park dell’arte, divertente e con buone possibilità di coinvolgimento, che può intrattenere persone non amanti dell’arte e dell’ambiente museale in senso stretto e che offre anche alcuni spunti per rinnovare e rendere più alla portata del vasto pubblico le tradizionali gallerie (interessante, ad esempio, è la sala-classe con tanto di banchi, sedie e fogli di carta, dove ai visitatori vengono impartite lezioni per imparare a disegnare come Van Gogh, ottima soluzione per divertire e istruire i visitatori più piccoli). Inoltre, al martedì dalle 17 nell’ultima sala si serve il tè con i biscotti e il venerdì dalle 18 è possibile gustarsi un bell’aperitivo ammirando i visi smunti dei Mangiatori di patate scorrere sui muri. Per alcuni questo può bastare.

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