Testo di – FEDERICO SCARFÓ

 

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Non conoscendo bene Polanski come vorrei, avendo visto solo Carnage e il magnifico il Pianista, la sua Venere in Pelliccia mi ha colpito sotto la cintura di tutti i miei intellettualismi, e l’ho vissuto, dalla sala cinema in cui mi trovavo, senza alcun pregiudizio, ma con una mente aperta a farsi spiazzare.

Sono stato effettivamente spiazzato, in positivo, dall’ultimo film del regista polacco, la cui trama presenta due ambigui personaggi inseriti nel contesto di un libro terribile, “La Venere in Pelliccia” di von Sacher-Masoch, artista dal quale, come il più noto De Sade, prende il nome la tendenza sessuale del sadomasochismo. Lui è l’adattatore del libro ad opera teatrale, intellettualoide, frustrato, banale nella sua vita quotidiana e sentimentale, poche cose di lui che il film ci permette di capire. Lei, un’attricetta in ritardo, volgarotta, ignorante, che subito dall’inizio convince l’artista a farle il provino nonostante sia in ritardo con uno dei più classici mezzucci femminili: le lacrime. Il rapporto di forza è scontato, quasi da commedia: lei è sottomessa a lui subito prima del provino, ma lui è sottomesso a lei che lo conquista piangendo.

Questa ambiguità nei continui rapporti di potere cangianti e mutevoli su cui si basa il film coinvolge, a dire la verità, anche lo spettatore fin dall’inizio, quando viene costretto dentro un teatro, e forzato a seguire scene all’inizio ostentatamente banali, senza che gli sia concesso nulla di nessun personaggio. Lo spettatore si trova bloccato in un mondo chiuso e fittizio, con solo due attori a fare compagnia per tutta la durata dell’azione e nessun salto temporale, e con una trama incredibilmente incalzante per un film del genere. Appena i due cominciano a recitare “La Venere in Pelliccia” (all’interno della trama, si intende) ecco che tutto cambia, il mondo ci viene rovesciato contro: ora è lei che domina lui, tanto per il fascino che la sua bravura di attrice esercita su di lui in modo fatale sia per il suo ruolo all’interno dell’opera teatrale. Infatti lei rappresenta il personaggio chiave del libro, Wanda von Dunajew, centro di tutte le passioni e gli squilibri di potere, sia all’interno dell’opera che all’interno della trama del film. La donna-protagonista, che si chiama Wanda anch’essa, raggiunge il gradino della divinità incarnandosi in Venere, e possedendo nel termine più intimo l’artista, rendendolo suo schiavo. Ma è qui che il film ci costringe ad aprire gli occhi brutalmente: ogni rapporto di forza del film non è solamente ambiguo, è l’essenza stessa dell’ambiguità e dell’ambivalenza. Infatti, un sadomasochista che come Severin si rende schiavo di una donna per il proprio piacere sfigura il potere della donna su di sé in un mero capriccio, un gioco forse passionale e intenso, ma che comunque oggettiva la donna e la trasforma in un giocattolo che segue il suo ruolo concentricamente, fino all’esaurimento del desiderio. Così la divinizzazione di Wanda tramite il desiderio di Severin-adattatore è al tempo stesso la sua umiliazione più bassa e più terribile, nella quale perde ogni interiorità per presentarsi come potere stesso del capriccio e del desiderio dell’uomo, adattandosi e plasmandosi e sacrificando tutto di sé.

I deliziosi e ironici equilibri e squilibri di potere, da interpretare alla luce di questa ottica di divinizzazione-morte interiore, si puntellano attorno a una serie di fulcri su cui i protagonisti ruotano liberamente, sopraffacendosi l’un l’altro. Una sequenza che potrebbe essere esemplificativa è, guarda caso, una delle più surreali del film, eccettuata quella finale. L’adattatore si sdraia su un divano di scena, di forma simile a un lettino da psicanalisi, e Wanda, in biancheria intima e reggicalze, subito dopo aver recitato la scena dell’apparizione della Venere nuda, indossa la sua giacca e i suoi occhiali, tramutandosi così, in pochi secondi, in un tipo completamente diverso di donna. Questa donna ha un potere estremo sull’adattatore, essendo per così dire una creatura nuova che incredibilmente conosce tutto di lui. Si mette infatti a raccontare vita, morte e miracoli della fidanzata dell’adattatore, Marie-Cecilie, che rappresenta il contatto con la realtà e l’equilibrio di potere svincolato dalla morbosità. In seguito Wanda, mentre recita (ma starà recitando, poi?) la parte della padrona, costringe Severin-adattatore a liquidare Marie-Cecilie con una chiamata e a spegnere il cellulare. Da lì, arresosi al potere degradante per ambo le parti, Severin soccomberà rapidamente e il film perderà ogni pretesa di realismo assumendo invece gradazioni simboliche e oniriche.

Il finale è surreale e violento nel suo cadere dal nulla, e il film si rivela alla fine il padrone più crudele di chiunque dei suoi personaggi, veri o “finti”. Non posso non ammettere che all’interno di questa trama di crudeltà sadica, o meglio, sado-masochista, ho rabbrividito per il grottesco e il crudele che mi venivano sbattuti in faccia, per tutti i dipoli formatisi nel film che potrebbero rappresentare i rapporti normali tra uomo e donna che invece crollano nella polvere distrutti dalla passione stessa, da Venere. Bellezza-attrazione, recita-verità, padrona-schiavo, uomo-donna, tutti questi equilibri che danzano attorno ai due personaggi del film, sforzandosi ogni volta fino al punto di rottura cedono alla fine (in un modo simile al climax finale di Carnage), causano una trasformazione dei due personaggi in entità antiche eprimitive. Il film è crudele, seducente, e avvolge lo spettatore in un vortice inquieto e instabile, dal quale si esce solo come vi si è entrati, attraverso la remissione a quel magnifico gioco di passioni.

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