LA SALOMÈ CEDUTA: TRAGICOMMEDIA IN DUE ATTI

esprimeremo, in quanto seguirà, due differenti (forse antipodiche) riflessioni su quanto si mormora stia accadendo nell’ amministrazione Veneziana in queste settimane, ben consci del fatto che entrambi i pezzi esprimono giudizi legati a riflessioni di natura personale: nell’ottica che forse il giusto giace proprio nel mezzo degli opposti, laddove per ricercarlo serve una vista a 360°.

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ATTO I : PASSIO 

Testo di – GIULIA BOCCHIO

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È una notizia che rimbomba fra le sale dei musei e fra le vie umide di una Venezia che ha ormai visto spegnersi quel Fuoco che D’Annunzio le regalava in indimenticabili pagine di pura estetica. Oggi, 115 anni dopo quel ritratto, è la città ad aver bisogno di venderne uno per non annegare nei debiti: Luigi Brugnaro, il sindaco, intende vendere all’asta Judith II Salomè di Klimt (il cui valore pare ammontare a svariati e succulenti milioni, oltre i 100 si direbbe) ma anche altre opere del calibro di Chagall, il Rabbino di Vitebsk, attualmente custodite a Cà Pesaro, la Galleria internazionale d’arte moderna, nel sestiere di Santa Croce. Sì, proprio quella Giuditta dal profilo di una Salomè eco e simbolo di voluttà, seduzione e splendore, quella stessa che fra danze e gioielli rubino chiese a Re Erode la testa del Battista su un vassoio. Martirio d’un martirio che si ripropone, ancora una volta Salomè protagonista di un balletto meno malioso e d’uno scambio altrettanto iniquo.

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Certo, le cifre potrebbero sanare il debito della città ma, nel medesimo, inaridire il patrimonio artistico della stessa. Sulla scia dei commenti di Vittorio Sgarbi :  “Brugnaro ha fatto benissimo, la sua idea è davvero interessante e molto logica. Non si tratta di vendere un Canaletto o un Tiziano. Si parla di opere che non sono legate alla storia di Venezia, Klimt a Venezia è un corpo estraneo, il suo quadro può stare ovunque, a Parigi come a New York” ad annaspare fra le acque melmose del Lido v’è una concezione d’arte limacciosa, confusa col lucro; e che tale dichiarazione si realizzi o meno, che rappresenti la voce ventricolare della necessità di sanare i conti pubblici della città dei Dogi, la mancanza di effettive risorse non innesca il cambiamento di un sistema politico o il ripensamento della spesa pubblica: va a suggere, e quindi svenare, le collezioni dei musei civici. Un po’ come quando si vendevano le indulgenze.

Inutile anche l’appello al Presidente Mattarella,  “Venezia cade a pezzi”, poiché il rosso in bilancio ha fatto scattare il verde a tale trovata che di per sé potrebbe anche rappresentare una temporanea soluzione, ma di un sistema politico già esangue e malaticcio non ne costituisce né il vaccino né la cura.

Solo l’inestetico anestetico, poiché barattare e vendere la bellezza per sanare le brutture di un’amministrazione inefficiente, lenta e inefficace non garantirà la rifioritura immediata della città lagunare, patrimonio dell’umanità e quindi da tutelare esattamente come le opere d’arte che la abitano e la ornano.

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ATTO II: MAGNIFICAT

Testo de – IL FASTIDIO 

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Siamo ben consci che quanto stiamo per scrivere potrà, forse ad un primo acchito, far storcere il naso ai più: ci teniamo però ad invitarvi alla più genuina “riflessione” su quanto seguirà, ad un ragionamento che, concedetevelo e concedetecelo, possa partire scevro dal preconcetto.

Il punto è noto: Venezia venderà pezzi del suo patrimonio artistico per saldare parzialmente il suo debito pubblico.

Non siamo i primi, certo, a dirci favorevoli alla manovra in questione, né, ad ogni modo, siamo interessati a scimmiottare in qual si voglia maniera il pensiero di ben più noti (o forse chiassosi) Nomi della “cultura” nostrana esternatisi a proposito (dopo tutto, emulare pensieri di stampo Sgarbiano equivarrebbe forse ad un auto-inflitto calcio in culo sull’orlo di una foiba in notturna).

Troviamo qui l’affermazione proprio del mediacritico d’arte Vittorio Sgarbi “Nessuno va a Venezia per vedere Klimt e dovendo scegliere fra Venezia e Klimt, è meglio che muoia Klimt. Non si tratta di vendere un Canaletto o un Tiziano” grossolana, per lo meno pensando di rivolgere la medesima osservazione traslata al primo cittadino di Parigi a proposito de La Gioconda.

D’altro canto una lunga serie di fattori va in questo caso considerata.

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Venezia, innanzi tutto, è forse il più rappresentativo esempio dello scenario “mete turistiche” di tutto il mondo, un simbolo e un vanto di valore incommensurabile per l’Italia. Proprio a questa sua condizione simbolica di ideale “arcadico” è legata l’intrinseca necessità di una sua totale alienità da una qual si voglia condizione di vizio, per lo meno per il bene di ciò che in questa veste si trova a rappresentare: la totalità della Nazione agli occhi del mondo. È accettabile in questo senso il default cittadino? No. Allora, data la sua imminenza, cosa si è disposti a fare per evitarlo? Qui è il punto su cui discutere.

Si pone davanti a noi una fondamentale scissione fra un piano ideale d’azione e uno fattuale, pratico, pragmatico: la prosaica monetizzazione dell’opera d’arte ancora oggi desta scalpore e allergicamente scandalizza i puristi più romantici. D’altro canto c’è da considerare: un’opera d’arte in un museo, per quanto custodita e protetta, non subisce a suo modo un medesimo processo di monetizzazione, costituendo un patrimonio artistico immobilizzato? Patrimonio, si ricorda, non rappresenta solo un costrutto ideale di appartenenza, ma possiede nella sua accezione un evidente contraltare economico. Fatta questa precisazione, perché non poter disporre liberamente di quello che forse, tradotto in termini di potenzialità economiche, potrebbe essere uno dei più rilevanti giacimenti di contante dell’intero globo e, nella fattispecie, della nostra Nazione?

Un piano ideale, come accennato poc’anzi, suggerirebbe di proteggere il patrimonio artistico e valorizzarlo al fine di un più cospicuo frutto economico, specie nell’ottica di un’amministrazione sul lungo periodo. Il punto è che ci si trova dinanzi ad un aut aut per la Serenissima: su un piatto della bilancia il default, il fallimento economico di uno dei principali simboli di italianità e uno dei più importanti poli turistici e attrattivi al Mondo; dall’altra il sacrificio della testa del Battista.

Concedeteci poi qui un’ulteriore piccola riflessione, questa volta più in linea con quanto già detto dai sostenitori della manovra: le opere di cui sta disquisendo sulla cessione sono effettivamente terze ad una posizione di protagoniste dei circuiti artistico/espositivi in cui sono attualmente inserite. In termini di costo/beneficio, quindi, anche un ragionamento in termini di “perdita di identità artistica” legato alla loro cessione non sarebbe quindi totalmente corretto e svincolato da ragionamenti puramente romantici.

Pieno è in Italia, dall’Accademia di Brera, al museo egizio di Torino solo per citare due esempi noti alle cronache, di istituzioni culturali a dir poco claudicanti sotto il punto di vista economico strutturale arroccate però sui loro stessi magazzini straripanti di opere mai rese accessibili al pubblico.

Sarebbe forse inaccettabile per situazioni analoghe vendere l’ “accessorio” per valorizzare e/o salvaguardare l’ ensemble?

Forse è anche attraverso il pragmatismo della capacità di affrontare i bilanci e i patrimoni per quello che sono che, pur comprendendo cordogli e stridore di denti dal sapore un po’ retrò, può passare una strada maestra verso il risanamento di conti all’apparenza insanabili.

In questo senso concedeteci un’ultima provocazione: è forse meglio cedere un Klimt o soppalcare piazza San Marco per permettere a più transatlantici di sgommare tra i piccioni?

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