Video di – GIUSEPPE ORIGO

Testo di – LUCA MONTI (docente a contratto Università Cattolica del Sacro Cuore, coordinamento e organizzazione corsi di alta formazione sui temi della progettazione culturale e della comunicazione per la cultura con ALMED Alta scuola in media comunicazione e spettacolo, dell’Università Cattolica di Milano)

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Esiste un’altra esperienza italiana che racconti così bene il nostro paese come Sanremo ? Una finale di calcio, Miss Italia una volta, la prima della Scala, ma per molti meno coinvolti.

Nulla è così vissuto e popolare come questa settimana, una diretta dalla Riviera di Ponente alla mondovisione.

Una messa solenne, una cerimonia nazionale, con al centro un sacerdote, il presentatore nel mezzo dell’arena… Tutti i conduttori, chi più chi meno, da “Miei cari amici vicini e lontani”, Filogamo e Mike, Baudo, Carrà, Goggi, Fazio, Bonolis, Clerici, Conti governano la scena, intorno le ancelle, le vestali, le vallette, la bionda, la mora, la esotica.

E poi i contendenti, i cantanti, sangue e arena, consapevoli di essere in piazza e di mettersi alla pubblica gogna. Intorno giullari, i comici, nani e ballerine, campioni d’altre arti, donne barbute (già).

I giocatori, questi cantanti che vengono da varie fasce di età, scelti dai potenti talent show, nuove ma soprattutto vecchie e rassicuranti proposte, sono eroi contenitivi e garantiti dalla fazione, dal quartiere, devono corrispondere a precise squadre di fan ed affezionati  “televotanti”.

Il maggiordomo, il personale di sala, il garante della cerimonia è la Rai stessa, servizio pubblico (democratico?) che gestisce la cucina e implicitamente conferma se stessa.

Chissà se la Rai è consapevole di lavorare con questo sistema così ricco di simboli e di segni?

Il rito, la festa, la musica, “tu musica divina”, tu che con i tuoi eroi ci eterni, da 65 anni sempre le stesse storie: Fatti avanti amore, Grande amore, Il solo al mondo, Staordinario, Adesso qui (nostalgico presente), buona fortuna amore, come una favola, libera, sola, un attimo importante.

E a tratti qualche parola poetica, Ritornerò da te,  giovane Caccamo, (ma nel famedio c’è  Bruno Lauzi, Ritornerai)

Il grande racconto. Il mito dell’amore romantico, non solo, l’amore matrimoniale consolatorio di Albano e Romina, eterna coppia, ma non importa, li rivediamo insieme, “…e datevi un bacino!” vi imploriamo di dirci che siete insieme per sempre, ci crediamo anche così.

Amore che è una piccola accademia di fraintendenti, solo innamoramento e altri disastri, siamo fatti per amare, parliamoci, stringiamoci, coccoliamoci, annulliamoci e a tratti qualche altro disagio.

Questa è l’Italia, una canzone, piccoli minuti intensi di creatività e leggerezza.

Al centro della scena e intorno?

Dietro la facciata, il carrozzone con le regine e i suoi re, i comprimari, i lacchè. Per caste, per confermare la rappresentazione sociale, gli attendenti degli artisti, dei giocatori, i preparatori atletici e gli ambasciatori: i giornalisti, prima casta, i messaggeri, tutelano il sistema e portano il verbo al popolo.

Lo scenario, il fondale dell’agone è un paese a vocazione turistica dove si concentra la solennità, tutti cantano per strada a Sanremo, tutti arrivano, tutti consumano qui la festa.

Il riverbero in mondovisione tiene perché parte da un punto concreto, qui dall’infinitamente piccolo, dal local del marchio Liguria, stile di vita slow, pesto e spaghetto con le vongole, caffè, il mare e il sole e poi una spinta di eccellenza siamo qui e proprio qui per i fiori, prodotto locale di creatività e leggerezza, di cui detto.

Se la festa è spreco e il cibo in particolare, segnalo che anche qui ovviamente ci sono show di cucina, offerte di cibo in piazza.

Più lontano si discute e, ovviamente, anche quel criticare, conferma la solennità e la centralità del rito, anzi l’opposizione e la satira ne struttura l’essenza: cari amici dei social che odiate, voi nutrite la casa del re. Nutrite la sfida, il gioco, la canzone migliore, la vittoria.

Legami dunque, affetti forti, odi e amori comunque verso il nostro comune sentire nazionale.

E tutti alla festa devono essere, sprecare, per esistere, per affermare se stessi e per dire che sono immortali. L’eroe vince, qualcuno soccombe, lode e onore ai combattenti.

Strategie e poteri, ma alla fine un senso non c’è, resta solo un disperato bisogno di amore. Uno specchio dunque del Paese. La festa è ritrovarsi intorno ad un segno, un insieme di ritualità di simboli e immagini in cui una comunità si rappresenta e si racconta.

A chi giova? Al Principe, al Re, ma anche al popolo, al benessere sociale, come il carnevale che rimette tutto in discussione per tornare all’ordine. Quello che sembra mancare qui a Sanremo è un certo eccesso … si loda la misura di Carlo Conti, invece ci vorrebbe ogni tanto ancora di più uno spingere sull’acceleratore, un osare, tenere dentro anche qualche guizzo di follia, questo farebbe ancora di più la luce della festa, il bagliore di un grido nella notte.

 

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