Villa Arconati: la piccola Versailles lombarda aperta al pubblico

Testo di – DIANA SALA

Fotografie di – STEFANO DI FONZO

 

La Fondazione Augusto Rancilio sta inseguendo e realizzando un prestigioso progetto di recupero dell’antico splendore di quella che è definita la piccola Versailles lombarda; il progetto iniziato nel 2000 prevede un intervento di recupero della struttura di Villa Arconati che ne mantenga il valore storico e culturale, nel pieno rispetto e valorizzazione della Villa di Delizia, attraverso il recupero e lo studio delle fonti storiche della villa. La volontà è di mantenerla come luogo di delizie senza aggiungervi uno stampo museale, seppur mantenendone la vocazione culturale che dal Settecento ha sempre avuto; si intende dunque utilizzarla come sede delle arti nonché di manifestazioni culturali che mirano anche ad un’apertura e conoscenza del territorio locale circostante. Il restauro che la Fondazione ha voluto impostare è dunque di tipo conservativo.

Per permettere la visione della villa al pubblico sono stati mantenuti volutamente prezzi accessibili a chiunque; è infatti possibile accedervi ogni domenica fino al 23 ottobre 2016 a 4€ oppure con 7€ se si vuole visitare insieme al parco anche il Piano Nobile accompagnati da una guida.

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La villa ad oggi si presenta circondata dal Parco delle Groane, lontano da quelli che sono i luoghi della civiltà moderna come invece è accaduto per la maggior parte delle Ville in Lombardia (per esempio Villa Litta a Lainate); ha una pianta che nel corso degli anni si è sviluppata a forma di H così da avere due facciate principali: una verso Varese e una verso Milano. Il palazzo è frutto di un tipo di architettura addizionale, poiché sono trascorsi circa 150 anni per farlo passare dal Castellazzo–nome con cui talvolta è denominata la Villa–a quella che viene definita la piccola Versailles di Milano (o lombarda).

La Villa inizialmente era di proprietà della famiglia Cusani che la vendette nel 1610 a Galeazzo Arconati, il quale iniziò a progettare una villa edilizia e non più solo di tipo padronale, cioè per la semplice amministrazione delle terre. Si dice che Galeazzo fosse interessato a ingentilire la villa e, per questo, utilizzò anche il Codice di Leonardo da Vinci (di cui era il possessore) in modo da creare un giardino con giochi d’acqua e con un sistema di idraulica piuttosto avanzato per l’epoca.Dal 1621, dopo che Galeazzo ritornò da un soggiorno romano, iniziarono i lavori di integrazione tra villa, paesaggio e giardino, sulla base di esempi di ville romane e fiorentine, introducendo i teatri con i noti giochi d’acqua. Con Galeazzo anche il Borgo raggiunge la sua configurazione integrata con la Villa, sviluppandosi da questo momento in aderenza ad essa.

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Il progetto di nobilitazione del palazzo proseguì sotto la direzione del Conte Luigi Maria Arconati, suo nipote e genero, il quale si occupòprincipalmente di riqualificare il borgo e le scuderie coperte, pur mantenendo unitarietà stilistica.

Alla morte di Luigi Maria (1671) il figlio Giuseppe Maria Arconati portò a compimento le volontà di Galeazzo. A Giuseppe Maria si deve il merito di aver ampliato la Villa costruendo l’ala sud-est ricca di affreschi e quadri.

Nel 1718 Giuseppe Antonio Arconati, nipote di Giuseppe Maria e protettore di Carlo Goldoni (che gli dedicò la Putta onorata inserendovi alcune descrizioni delle delizie della villa), ereditò i beni della famiglia; essendo entrato a diretto contatto con la Reggia di Versailles diede inizio ai lavori di ampliamento dell’ala sud-ovest e del giardino, nonché dei numerosi affreschi nelle sale d’onore.

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Nel 1772 si chiuse la linea dinastica diretta degli Arconati e da questa data la proprietà passa ai cugini Busca, che portarono avanti la volontà di mantenerla indivisa.

Nei primi anni del ‘900 la Villa giunse in eredità alla marchesa Beatrice Sormani-Crivelli, grazie alla quale la villa e le abitazioni delle persone del borgo circostante non furono lesionati dalle guerre mondiali.

Nel 1989, alla morte di Donna Beatrice, vennero alienate all’asta parti di arredamento della villa, per cui ci è giunta praticamente vuota e priva di gran parte dell’arredamento.

Successivamente all’asta la villa ha subìto un ventennio di abbandono durante il quale –in particolare nel giardino– ci sono stati atti di vandalismo che hanno frammentato alcune delle statue classiche con i giochi d’acqua presenti nel palazzo.

Fortunatamente il pezzo più pregiato della collezione Arconati, la statua detta di Pompeo Magno del I secolo d.C., non è stata lesionata ed è oggi visibile nel salone delle sculture, impropriamente detto museo delle sculture; in questa sala, oggi praticamente spoglia rispetto alle testimonianze fotografiche che ci sono giunte, erano conservate numerose statue di gusto classico in linea con l’idea di Galeazzo Arconati di recupero del classicismo.

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Per accedere al Piano Nobile bisogna salire sullo scalone d’onore che appare del ‘700 sebbene sia stato realizzato nell’800; lungo le pareti sono visibili i blasoni delle famiglie Arconati (con croce quadrata eserpente visconteo) e della famiglia Busca (con l’unione di aquila e quercia); vi è anche una copia in terracotta dipinta del Laocoonte e una statua di Apollo, per sottolineare i rapporti che gli Arconati avevano sia con gli Asburgo sia con corte di Francia.

Superato lo scalone si ha accesso alla biblioteca Busca di cui rimangono 675 volumi ottocenteschi, probabilmente non fondamentali a livello storico ma utili per illustrare le dinamiche dei proprietari della villa, in particolare: Antonio Busca, Luisa Sormani Busca (detta Gigia) e Giustina Sormani Crivelli.

La sala più preziosa è stata realizzata dai fratelli Galliari per volere – come detto sopra – di Giuseppe Antonio Arconati; i due scenografi hanno rappresentato il mito di Fetonte delle Metamorfosi di Ovidio. La storia dipinta ha come tema di fondo la superbia poiché si vede Fetonte, figlio di Apollo, che chiede al padre di guidare il carro del sole per un giorno, rischiando però di bruciare la terra. Su un altro lato del Trompe-l’œil si può vedere Zeus che, per fermare Fetonte, gli getta un fulmine addosso uccidendolo. Da questa sala si prosegue all’ala sud-ovest che fu costruita per ultima;la sala principale di quest’area è costituita dalla sala da ballo in cui gli specchi giocano un ruolo fondamentale per la duplice commissione di rendere il gioco del doppio tra vero e falso e di illuminare la sala. Dalle finestre della sala da ballo è possibile ammirare il giardino alla francese, in cui regna l’ordine grazie alle bordure ricamate e ai càrpini, cioè siepi che assumono la forma di ballerine con tutù.

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Da qui si possono visitare le sale che non erano mai state aperte al pubblico fino ad ora, di cui tuttavia non si ha molta documentazione storica. Uscendo dalla sala da ballo si accede alla sala rosa, che veniva usata per riunioni private e non ufficiali. Sul retro sorge lo studiolo che è stato lasciato al custode della villa nel periodo della Guerra; qui si nota un bagno di servizio, arredato con servizi (tra cui una vasca, dei caloriferi e delle tubature) della metà del 900, il che fa notare quanto la villa sia stata usata come luogo da abitare comodamente in tutte le stagioni dell’anno.

Per accedere agli appartamenti privati è necessario scendere da una piccola scalinata di servizio (che secondo alcune fonti era stata sorvegliata durante il periodo della Seconda Guerra Mondiale). La stanza più notevole di questa zona è la sala rossa, un salotto da gioco per il giorno; quivi era un enorme biliardo con numerosi giochi per intrattenere gli ospiti come dama o scacchi. Questa è l’unica sala che ha ricevuto un riassetto decorativo tardo ottocentesco: Luisa Sormani Busca, in onore del marito, ha voluto unire lo stemma Sormani (con il leone rampante e la torre) con lo stemma dei Busca.

Data la necessità di ristrutturazione e restauro del resto della villa da qui è necessario uscire, ma è possibile ammirare il giardino delle  delizie; le aiuole sono state ridisegnate a partire dalle fotografie storiche dell’inizio del 900 e alle stampe dell’editore e incisore Marco Antonio dal Re.

Giuseppe Antonio Arconati fu il principale artefice delle trasformazioni barocche del giardino tra le quali si possono menzionare: il lago, i portici verdi, la selva di castagni e il viale del bersò con la volta formata da carpini. Simbolo di questo giardino sono i numerosi teatri, che rappresentano il luogo della cultura e della conoscenza unita allo svago. Il teatro è il luogo dove l’artificio viene rappresentato attraverso i giochi d’acqua delle fontane e delle sculture.

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Ad oggi è possibile osservare il Teatro di Diana, il Teatro di Andromeda (con una pavimentazione a mosaico che offre lo scherzo di tanti piccoli zampilli che partono da terra), la Scalinata dei Draghi che collega con un sistema di cascatelle il Teatro delle Quattro Stagioni al parterre.

Il sistema che regola le fontane è situato nella Torre delle acque, accanto alla Limonaia, che riprende gli studi del Codice di Leonardo da Vinci: grazie alla caduta dell’acqua prelevata da un pozzo di 16 metri si creava la pressione sufficiente per portare l’acqua in tutte le fontane.

È ancora conservata – sebbene non in buono stato – la Voliera per l’allevamento degli uccelli esotici e di varie specie.

Intento della Fondazione è di utilizzare il giardino come sede di esposizioni artistiche di artisti emergenti.

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