Testo di – GIULIA BERTA

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“Invecchiare è noioso, ma è l’unico modo che abbiamo per vivere a lungo.”

Charles Augustin De Sainte Beuve

Alzi la mano chi vuole morire.
Ok, immagino che nessuno lo abbia fatto. Ora, alzi la mano chi vuole invecchiare.
Immagino che di nuovo nessuno lo abbia fatto. Prevedibile, certo. Tutti vorremmo restare giovani e goderci la vita possibilmente per sempre, ma, dato che la giovinezza non è eterna e di morire non ne abbiamo granché voglia, ciò implica che dovremo transitare attraverso la vecchiaia; un dramma vecchio come il mondo, che tutti prima di noi hanno affrontato e che siamo condannati ad affrontare dal giorno in cui veniamo al mondo e che nonostante ciò non ha ancora perso il suo potere di tenerci svegli la notte e di infestare i nostri incubi più segreti.

“Visite”, in scena al Teatro Franco Parenti dal 20 novembre al 9 dicembre 2018, in fondo non è che questo: la rappresentazione leggera e poetica del più comune dramma al mondo. Comune sì, ma forse mai banale, perché incarnato ogni giorno in migliaia di vite diverse, migliaia di paure diverse e migliaia di modi diversi di farci fronte. Non banale soprattutto perché la giovane compagnia de I Gordi, diretti dal bravo regista Riccardo Pippa, ci regala quello che è un piccolo capolavoro di delicatezza. La storia di una coppia felice e dei loro tre scalmanati amici si dipana sul palco, senza una parola, solo con il sottofondo di una vecchia radio che trasmette canzoni allegre: una storia come quella di tante persone, in cui la giovinezza – dipinta forse troppo semplicisticamente come un colorato guazzabuglio di avventure giocose e promiscuità sessuale – lascia lentamente posto alle gioie e ai drammi della vita adulta, fino ad arrivare a quel grosso non-luogo che è l’ospizio.

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Noi sappiamo che sotto alla dolce vecchina con la testona di cartapesta che si torce le mani sulla sua sedia c’è la protagonista della nostra storia, la stessa ragazza che si divideva allegramente tra il fidanzato e gli amici, la stessa donna che abbiamo visto gioire per la sua gravidanza e festeggiare l’anno nuovo con il marito: noi lo sappiamo, ma a nessuno sembra importare, non agli infermieri, efficienti ma non amorevoli, né tantomeno ai compagni di ospizio, golosi – quello sì – delle caramelle che la nostra vecchina pare nascondere ovunque apposta per farle trovare.

La storia non è quindi nulla di nuovo, né tantomeno di intellettuale o filosoficamente complesso; quello che è assolutamente unico e che fa di Visite uno spettacolo che val la pena vedere è tutto il resto. L’artificio del silenzio in scena, inibendo una strada creativa, ne apre di altre, estremamente più versatili e meno scontate: laddove manca la parola, si affina l’attenzione verso il dettaglio del gesto. E di gesti e dettagli vive questo spettacolo: in assenza di ti amo a parole, l’amore della giovane coppia attorno a cui ruota la vicenda è solo comunicata dai tocchi, ora sensuali e ora teneri, talmente autentici da sembrare quelli di una coppia anche fuori dal palco. Ogni sentimento e ogni azione dei personaggi si arricchisce di una nota delicata e sospesa, che rimanda alla gestualità del film muto e alla spensierata coloritura della Commedia dell’Arte.

L’uso delle maschere di cartapesta, prodotte dalla bravissima costumista Ilaria Ariemme, non sono una novità per la compagnia dei Gordi e, oltre a essere di estremo impatto sul palcoscenico, si caricano di un significato profondo: gli anziani che si muovono sul palco non sono dei personaggi a sé. Sono sempre gli stessi attori, sono sempre le stesse vite, forse rese più opache ma sempre pulsanti al di sotto delle rughe di cartapesta. Le stesse rughe di cartapesta che a fine spettacolo si possono guardare e toccare: un modo nuovo e interessante per rendere il pubblico partecipe fino in fondo dello spettacolo e per sfruttare in maniera inedita l’irriducibile specialità del teatro fatto di tempo, spazi e materialità condivise che nessuna televisione, cinema o Oculus Rift può imitare.

In definitiva, Visite è un bel teatro, una ventata fresca che non si vedeva da tempo: un teatro che abbandona l’intellettualismo a tutti i costi per consegnarci una buona cosa di ottimo gusto, una storia semplice, immediata e recitata straordinariamente bene. Da vedere per tirare il fiato sul teatro contemporaneo e riflettere in senso metateatrale su di lui, in senso più intimo su di noi.

 

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