Testo di – CAMILLA ABBRUZZESE

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Un secolo: il 900. Un canale d’osservazione: il volto. E’ un susseguirsi di tecniche artistiche differenti, ma tutte intente a rappresentare le storie che hanno visto il XX secolo protagonista.

Parliamo della mostra “Il volto del ’900. Da Matisse a Bacon. Capolavori del Centre Pompidou”, in esposizione a Milano dal 25 Settembre 2013 al 9 Febbraio 2014, promossa e prodotta dal Comune di Milano  (Assessorato alla Cultura), con la collaborazione di Palazzo Reale, MondoMostre e Skira Editore.

L’esposizione presenta 80 opere, in prestito dal Musée National d’Art Moderne – Centre Pompidou, di Parigi. Ma non 80 opere qualunque, poichè la particolarità di questa mostra, che riesce a catturare l’interesse dell’osservatore, risiede nel minimo comun denominatore attraverso cui leggere ogni quadro: il ritratto. Il ritratto non è solo una tecnica artistica, una delle più antiche e sofisticate per eccellenza: è soprattutto un canale d’interpretazione, che, applicato ad un secolo difficile come il Novecento, fa emergere significati magistrali. Il ritratto è, infatti, costituito da un insieme di elementi fondamentali all’analisi dell’Io, che proprio nel secolo scorso,  con la scoperta della psicanalisi, ha visto uno sviluppo importante.

Tra questi elementi sicuramente uno dei principali è il volto. Nel volto di una persona captiamo espressioni, tensioni, sottigliezze, che ci permettono di entrare più a fondo nella personalità di chi c’è di fronte, e soprattutto nel volto risiede lo sguardo, un mezzo d’osservazione ad ampissimo raggio: gli occhi riflettono l’animo, da essi non si può fuggire. Dicono sempre la verità.

Declassificare in tal modo la storia dell’arte, tenendo da parte le tipiche suddivisioni da manuale, che asetticamente ripartisce il Novecento secondo autori o avanguardie, e calandosi, invece, in un percorso innovativo e complesso, permette di imparare molto di più: gli stessi spettatori possono vivere la mostra come se fosse una sfida, cercando di scoprire cosa si cela dietro visi e posture, chiedendosi perché uno sguardo sia malin

conico e un altro assente, o cosa ci sia dietro un sorriso.

L’interazione dello spettatore è facilitata dal fatto che le opere non sono accostate individualmente: ognuna è parte integrante del tutto. Si parte dalle prime del secolo fino ad arrivare quasi ai giorni nostri, e se soffermandoci su ogni decennio, a fine percorso sentiremo di aver appreso più di quanto non potessimo scoprire studiando su un libro di storia. Perché l’arte e la sua analisi diventano veicolo non solo di emozioni, ma anche di storie, di sentimenti psicologici, e anche, e, soprattutto, di cambiamenti della società e del modo degli individui di vivere al suo interno. E questo è così evidente dal momento che, ad essere preso in considerazione, è quel secolo, tormentato e difficile, qual è il Novecento : basare una mostra artistica su di esso significa far emergere da ogni tela uno spaccato di quella realtà, utilizzando l’arte, uno dei metodi più antichi e più efficaci per descriverla. E attraverso le diverse tecniche e gli stili che si sono susseguiti, attraverso le Avanguardie nascenti in quel periodo, si perviene ad una descrizione, forse soggettiva e filtrata dalla visione di ogni artista, ma comunque dettagliata, di una civiltà, da cui non siamo neanche troppo lontani, e in cui possiamo rivedere le nostre stesse radici.

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Si passa così dalle pennellate di Modigliani, a quelle dei Cubisti e dei Futuristi, fino a Bacon, Mirò, Delaunay, e Leiris, per finire con il cinema e la fotografia. Ognuno col proprio modo di mettere a nudo le vicissitudini interiori: si va dalla malinconia del viso inclinato in “Dedie” di Modigliani a quella espressa da Donnard in “La camicetta rossa”, che, aldilà della punta di colore, ricorda la nostalgia tipica del tardo pomeriggio. Tratto comune è il voler esprimere, attraverso il linguaggio non verbale del corpo, quel senso di angoscia ed allontanamento dal mondo, tipico di chi riflette su ciò che accade intorno, e forse preferisce chiudersi nel proprio ego. Se Donnard usa il colore come mezzo principale di comunicazione, l’equivalente di Delaunay è la luce del sole che, cambiando, dà forma a diverse personalità. Dall’espressione pensosa viaggiamo poi fino all’inizio delle Avanguardie e scopriamo nuovi modi di percepire l’Io: scomposto, frammentato, gravitante. E poi, Picasso. Le sue opere si riconoscono, assieme a quelle di Bacon e Braque, per l’estrema deformazione e per il capovolgimento del senso stesso del ritratto, che riflette la messa in discussione dell’individuo, in seguito ad eventi di gravissima portata come le due guerre mondiali, succedutesi a poca distanza l’una dall’altra, che hanno sconvolto il modo degli individui di intendere l’esistenza umana. Mentre Bacon, con un quadro shock, aggredisce l’immagine con la sua tecnica, trascrivendo attraverso le deformazioni la sua ossessione per la vita, Picasso, invece, a pochi anni dalla Guernica, storce il ritratto umano donandogli la forma di una lacrima capovolta, grottesca, irreale, come irreale è l’Io di chi ha subito le ingiustizie dei conflitti mondiali.

Dalla scomposizione dei piani si passa alla simultaneità e al dinamismo nei Futuristi, di cui troviamo, in questa esposizione, un esponente in Severini. Con l’adesione al mito della velocità, sembra far vorticare la persona in un insieme di piani non identificabili chiaramente, che riproducono la coesistenza di numerosi grovigli interiori. Irrompe, poi, il Surrealismo di Mirò, uno dei più importanti rappresentanti di questa Avanguardia insieme a Magritte. Quest’ultimo ricorre con un quadro-icona qual è “Lo stupro”, dalla carica fortissima e innovativa, in cui il corpo si sostituisce al volto, mentre Mirò, in  “Testa maschile”, annienta la pittura con un colorismo mai così contrastato tra giallo e blu, che riproduce un bisogno tragicomico di fuggire dal proprio ego.

Non mancano le sculture: particolarmente interessante “Il sorvegliante”, di Dubuffet, creato con il polistirolo e dipinto con tre colori primari, fondamentalmente costituito da linee del tutto casuali, simili agli scarabocchi, mentre si parla al telefono. Emerge l’idea di un’arte non pensata, ma automatica, che preferisce rimanere superficiale pur di non scavare all’interno dell’artista.

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Ma il Novecento è anche il secolo in cui vedono la nascita il cinema e la fotografia, due mostri sacri al giorno d’oggi, che stravolgono il mondo dell’arte, in generale, e il ritratto, in particolare. Nella mostra ci troviamo, a fine percorso, di fronte ad un serial cinematografico che propone cinquantotto ritratti che sfilano davanti ai nostri occhi velocissimi, fino a creare, complessivamente, un volto universale, che si imprime nella nostra memoria. Nell’ultimo spazio espositivo, dedicato al volto umano dopo la fotografia, colpisce particolarmente la fototessera ingrandita di Chuck Close, riprodotta sulla tela formata da enormi pixel fotografici, che solo a distanza permette all’osservatore di percepire davvero le fattezze del volto.

Ogni artista, a proprio modo, ha cercato di esprimere le cicatrici e le ferite nell’anima provocate in cento anni di storia. Una storia non banale, che ha visto uomini privati della propria coscienza e della propria capacità di interrogarsi durante la sottomissione totalitarista, anni in cui ci si è chiesto “Se questo è un uomo” e si è assistito alla totale perdita di fiducia nell’umanità in guerre che pesano come bagagli interiori silenziosi e pesantissimi. Anni di ricrescita e ricostruzione nel Dopoguerra, fino alle rivendicazioni dei diritti e alle sommosse studentesche del ’68, per arrivare all’immissione dell’individuo nella società di massa e dei media.

Nel Novecento risiede gran parte di ciò che siamo ora ed è giusto dare a questo secolo l’importanza fondamentale che ha avuto, e che ha ancora oggi per le nostre vite. Non sarebbe giusto farlo in modo sterile: a Palazzo Reale abbiamo l’occasione di leggerlo attraverso la splendida forma di espressione di sé che è l’arte, attraverso gli sguardi di ogni artista e attraverso le pennellate che, morbide, fanno a gara con le lame che invece dilaniano le anime.

Che si possa vedere con gli stessi occhi di chi c’era e ha vissuto: solo così, varrà la pena ricordare il passato, e, per sempre, tramandarne la memoria.

 

Informazioni sulla mostra:

 

Dal 25/09/2013 al 09/02/2014

Palazzo Reale, Piazza del Duomo, 12, Milano

Orari: Lunedì 14.30-19.30; da Martedì a Domenica 9.30-19.30;  Giovedì e Sabato: 9.30-22.30 (la biglietteria chiude un’ora prima)

Infoline: 02 92800375 (dal lunedì al sabato dalle 8 alle 18.30)

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