Testo di – DAVIDE PARLATO

 

AREA

 

 

Come gli Area”. È strano conoscere in questo modo uno dei gruppi più grandi della storia musicale italiana, ma a me è successo proprio così: ascoltando Elio e le storie tese e la loro canzone-dedica agli AREA (racchiusa nell’ultimo Album biango) mi incuriosii e cominciai a cercare e ascoltare pezzi di questa band a me fino ad’allora sconosciuta

Da quel momento gli AREA mi hanno completamente assorbito in una nuova dimensione musicale, fatta di spazi per niente circoscritti, di suoni e rumori, di emozioni e soprattutto di faticosa ricerca, unita però indissolubilmente ad un’idea di musica che deve giungere all’orecchio della gente (e non rimanere in un empireo elitarista).

Così tanto questa musica mi ha affascinato (ed è tutt’ora ciò che sto ascoltando scrivendo questa riflessione) che non ho potuto perdere l’occasione di andare a sentire un concerto degli AREA che si teneva proprio vicino a dove abito. Sapevo che sarebbe stato incredibile.

 

Che bravi che erano gli AREA, International POPular Group

 

Un po’ di storia: il progetto AREA nasce proprio come gruppo POP: nel senso di una musica che arrivasse alla gente, al popolo (bisogna ovviamente contestualizzare il gruppo e l’idea nell’Italia dei primi anni settanta e quindi unire una certa ideologia oggi difficile da immaginare).

Ma la musica pop, nell’ambito del progetto AREA, non è una musica per forza di facile fruizione: è una musica accompagnata da temi di impegno sociale e soprattutto è una musica impegnata all’interno di una rivoluzione culturale (perché non esiste l’idea di una rivoluzione sociale senza una rivoluzione culturale che sovverta gli ordini stabiliti): il pop è proprio la coniugazione di un progetto musicale che va oltre le frontiere nazionali (essendo gli AREA un gruppo “International”, sottolineando l’ambizioso quanto riuscito tentativo di sussumere sonorità orientali, medio-orientali, africane e tribali con il virtuosismo del free jazz e con l’infervorante Rock anni settanta); un sound che valica i confini di genere, calpestando terreni diversi ed imponendo un non-genere, pastiche fonetico che è prima di tutto pura musica; un progetto che va oltre le barriere temporali: tanto che oggi, a più di quarant’anni dal primo disco, la loro musica resta pervasa di quella vitalità travolgente e di quella “gioiosa rivoluzione” (vedi “Gioia e rivoluzione” da Crac!(1975)) che è sempre stata l’anima del gruppo.

Un appunto (condiviso durante il concerto dallo stesso tastierista Patrizio Fariselli): in quarant’anni la critica e la forza rivoluzionaria del gruppo sono rimaste invariate e piene di vitalità, ma anche la stessa situazione sociale e politica dell’Italia non sembra essere mutata eccessivamente nel corso degli anni (nda: paradossalmente forse la vitalità dell’ideologia rivoluzionaria dovrà sempre essere in un certo senso debitrice all’immutabile Necessità che governa le cose private e pubbliche).

 

Demetrio cantava di brutto, accompagnato da musicisti che suonavano di brutto…

 

Musicalmente incredibile: ascoltare le canzoni degli AREA incise su un disco è già un’esperienza incredibile, ma ascoltarle eseguite dal vivo è stata davvero un’emozione unica. Non occorre dilungarsi sulla tecnica musicale del gruppo: basta che prendiate uno qualsiasi dei pezzi degli AREA e vi accorgerete della radicale essenza virtuosistica della band. Radicale proprio perché il virtuosismo non è mai fine a se stesso, ma sempre devoluto a quell’idea di spezzare le cose “con radicalità” (vedi “L’elefante bianco” ivi.), di spezzare i vincoli della musica che troppo spesso si vuole inquadrare e mai la si lascia essere (discorso che poi è chiaramente estendibile alla globale esperienza umana come “essere vivente” e non come “soggetto [subiectum] vivente”).

Radicalità e vitalità che non possono che essere accresciute dallo spirito della band: ancora pieni di forza e di grinta, mentre ridono e si divertono come se suonassero per la prima volta, per niente arroccati su una torre eburnea di superiorità ma seduti e in piedi su un palco davvero molto vicino alla platea, generando già da subito (anche grazie alla ristrettezza del locale) una certa atmosfera familiare.

Anche l’assenza di Stratos (venuto a mancare già nel 1979) non è avvertita come una mancanza. Semmai come un rammarico o un malinconico pensiero ad uno dei più grandi della musica italiana e internazionale che purtroppo ci ha lasciati troppo presto. I pezzi, eseguiti perciò solo strumentalmente (ad eccezione de “La mela di Odessa” cantata dal chitarrista Paolo Tofani), non sembrano mancare di nulla: sembrano anzi evocare un ricordo e un’arte lontani.

 

Esploravano musiche nuove, e la gente ascoltava…

 

La cosa che forse mi ha più piacevolmente impressionato è il rapporto dal vivo tra AREA e tecnologia. Perché AREA è sempre stato un progetto di stretta collaborazione con la tecnologia disponibile all’epoca: sintetizzatori, tastiere, chitarre infarcite di effetti, rielaborazioni di tracce come nella musica sperimentale, il tutto alla ricerca del suono giusto, della sonorità nuova, talmente nuova da essere sempre nuova, rinnovandosi in continuazione (e credo che solo un disco mi abbia lasciato questa perpetua sensazione di rinnovamento oltre a quelli degli AREA, e sto parlando di Bitches Brew di Miles Davis).

E oggi, a quarant’anni, la strumentazione tecnologica è del tutto adeguata ai tempi: non c’è ricerca del suono vintage o preferenze verso la tecnologia “quando ancora le cose le facevano bene” che magari ci si potrebbe aspettare, ma sintetizzatori di ultima frontiera, MAC, i-pad e un convertitore di suoni in MIDI collegato alla chitarra di Tofani (la sua Shava Tricanta) tramite il quale poteva produrre, pizzicando normalmente le corde, ogni tipo di suono (dagli spari ai cembali, dai corni tibetani alle trombe da orchestra). Il tutto non può che produrre un’emozione incredibile e destabilizzante, sia per l’esposizione massiccia a suoni impensabili, sia per l’insorgere di una considerazione: la “vecchia guardia”, la vecchia generazione rispetto a noi “nativi digitali” ci surclassa anche nell’uso della tecnologia, mentre noi andiamo a ricercare i suoni antichi e il vintage musicale.

 

Canto per te…

 

È questa la rivoluzione: destabilizzare, infrangere barriere creando qualcosa che non ha tempo con l’ausilio della “tecnica” più attuale, nel tentativo di destrutturare anche quella: è l’unico modo tramite il quale l’arte riesce ad essere libera e a liberare.

 

In questo senso la lezione AREA è una grande lezione, all’interno della musica, dell’arte e, perché no: della vita. Perché lo svincolarsi dalle leggi del Tempo è in assoluto la più alta tensione artistica cui l’uomo possa ambire.

 

ARRRR

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