Testo di – CAMILLA ABBRUZZESE

 

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“Mi piace essere la cosa giusta nel posto sbagliato e la cosa sbagliata nel posto giusto, perché accade sempre qualcosa di interessante”.

 

Prendete una mattinata piovosa a Milano e datele un senso, trasformando il metereopatismo, che vi renderebbe l’animo uggioso come il tempo, in sorrisi e bei pensieri. È facile riuscirci andando a visitare, a Palazzo Reale, la mostra dell’artista a stelle e strisce per eccellenza: Andy Warhol.

Vi basteranno poche sale e diversi quadri per comprendere come la sua grandezza derivi per la maggior parte dalla sua personalità inconsueta e interessante.

Andrew Wharola (il nome alla nascita, nda) era un sognatore, un peter pan che di diventare adulto non ne voleva sapere. Fragile, incessantemente curioso, inesperto della vita e del suo senso, aveva il raro dono dell’ “ingenuity”, la straordinaria capacità di essere geniale vedendo il mondo attraverso gli occhi di un bambino, con incoscienza e ingenuità.

Era molto giovane quando, trasferitosi da un paesino slovacco a Pittsburgh, costretto nella povertà, collezionava figurine di personaggi famosi, gli stessi che, un giorno, da grande, avrebbe incontrato a New York e di cui dissacrerà le icone, attraverso la loro riproduzione seriale, accompagnata dall’utilizzo di colori vivaci e sgargianti. Da giovane studia arte pubblicitaria e lavora come grafico per riviste di moda del calibro di Vogue e per le vetrine di Tiffany.

Intraprende la carriera di artista nella sua factory, inizialmente senza un effettivo capacitarsi di ciò che potesse comunicare attraverso la propria arte. Non sapendo decidere cosa dipingere, si fa consigliare da un’amica, che gli suggerisce di dipingere cosa gli piace maggiormente. Egli allora inizia a disegnare le lattine della minestra Campbell’s dopo averne comprati 32 diversi esemplari al supermercato.

 

“Sono capace di rappresentare gli Stati Uniti con la mia arte, ma non sono un critico sociale. Dipingo questi oggetti perché sono le cose che meglio conosco.”

 

Se Warhol è considerato l’artista americano per eccellenza lo si deve al modo in cui ha osservato la società americana ed è riuscito a trasportarne l’essenza sotto forma di opera d’arte.

Una mostra come quella in suo onore potrebbe risultare incomprensibile se osservata superficialmente. C’è chi stenta a definire arte il riportare oggetti da supermercato su una tela, mentre, da un’osservazione più attenta, si può capire come sia in un’azione talmente banale che si ritrovi il significato di un’intera società, quella consumista-capitalista americana degli anni 60, in cui opera Warhol. Nessuno si pone il problema di come spesso sia l’esposizione di qualcosa di totalmente chiaro ed evidente a destabilizzare l’osservatore.

Gli oggetti che la popolazione americana acquista quotidianamente si arricchiscono di senso se decontestualizzati ed elevati ad opera d’arte, realizzando, con criterio, una vera e propria operazione concettuale di spiazzamento dei fondamenti estetici su cui si era basata, fino a quel momento, la produzione artistica.

Warhol si stacca dalla precedente idea di artista-demiurgo e dall’idea classica che l’arte esista per essere contemplata e la sua originalità è proprio nel capovolgere il tradizionale punto di vista dell’osservatore.

Negli anni 60, questo rappresentava un intento molto diffuso negli artisti: ne è testimone, insieme a Warhol, Claes Oldenburg, che realizza sculture enormi di oggetti quotidiani come rossetti, sigarette e tergicristalli, realizzando un’enfatizzazione estrema della banalità del quotidiano e al tempo stesso un azzeramento di quei valori considerati degni, dalla società del tempo, di essere monumentalizzati. Similmente opera Piero Manzoni (ricordiamo “Merda d’artista), Rauschemberg e anche Marcel Duchamp, uno tra i primi ad aver messo in discussione il sottile confine tra oggetto come opera d’arte e oggetto di uso comune.

Sull’onda di questi artisti, Warhol si ispira alle immagini trasmesse dai media e dalla pubblicità e inizia a pensare sé stesso come un artista che non deve inventare o interpretare, ma semplicemente riprodurre e ripetere all’infinito. In questo modo finisce per ricalcare e porre all’attenzione il gesto meccanico della riproduzione in serie, tipica della società industriale, come ricorda Charlie Chaplin nel film “Tempi moderni”.

 

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Una delle opere esposte a Palazzo Reale è quella riportante 30 gioconde su sfondi di diversi colori, intitolata “30 sono meglio di una”, simile a quella realizzata con il bel viso di Marylin, appena dopo la sua morte, e con Elvis.

 

“Non è forse, la vita, una serie di immagini che cambiano sempre, eppure sempre si ripetono?”

 

È originale anche nella tecnica di cui maggiormente si serve per le sue opere, la serigrafia: “si prende una foto, la si sviluppa, la si trasferisce sulla seta mediante la colla e poi la si inchiostra: i colori penetrano ovunque, salvo nei punti dove c’è la colla. Ciò permette di ottenere sempre la stessa immagine, ma con lievi differenze.”

Utilizza inoltre anche una tecnica di ossidazione del colore, molto inconsueta dal momento che viene eseguita urinando sui dipinti su cui era stata passata una prima mano di vernice. Tramite l’ossidazione, le vernici assumono delle sfumature di colore particolari. Il tutto a conferma dell’atipicità di Warhol come artista, nonchè come partecipatore della vita.

È dal recupero della realtà banalmente riproposta che nasce la protesta contro l’idealismo dell’action painting, e, più in generale, contro l’idea di un’arte inaccessibile ed elitaria, di difficile comprensione. Conferendo, infatti, dignità di icona a prodotti da supermercato, Warhol toglie quella patina di esclusività di cui fino a quel momento si era ricoperta l’arte e la sua idea presso le masse, per farla invece diventare accessibile, popolare.

 

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Nella mostra lo si può ritrovare nell’opera ritraente le Campbell’s soup, ma anche l’esposizione della Coca-cola, esempio lampante di ciò che può essere consumato in maniera indifferenziata, senza distinzioni tra classi sociali o condizioni economiche.

 

“Una Coca Cola è sempre una Coca Cola e non c’è quantità di denaro che possa farti comprare una Coca Cola più buona di quella che l’ultimo dei poveracci sta bevendo sul marciapiede sotto casa tua. Tutte le Coca Cola sono sempre uguali e tutte le Coca Cola sono buone.

Lo sa Liz Taylor, lo sa il Presidente degli Stati Uniti, lo sa il barbone e lo sai anche tu.”

 

Il suo continuo interrogarsi e barcollare sulla sottile linea tra realtà e finzione, non può che condurlo anche sulla strada del cinema. Warhol percepisce molta più irrealtà nella nostra vita che non nei film, al contrario di quanto solitamente crediamo, perché nei film semplicemente le emozioni della vita vengono prolungate per essere vissute più a lungo.

Egli avverte un senso di straniamento nel suo rapporto col mondo, tale da continuare a chiedersi se viva davvero la propria vita o se ne sia solo uno spettatore. Un punto di svolta è costituito dall’episodio della sua vita in cui è vittima di una sparatoria che lo riduce quasi in fin di vita, dopo la quale si salva ma coltiva in sé la sensazione di assistere alla propria esistenza come se la stesse guardando in televisione. È molto intenso, anche precedentemente a questo accaduto, il suo rapporto con la morte, da cui è profondamente affascinato, che ispira i lavori come “La sedia elettrica”, che ritroviamo a Palazzo Reale, così come la riproduzione su tela di brutali incidenti stradali e linciaggi contro i neri.

Andy Warhol rappresenta l’America, in tutte le sue sfaccettature. È un artista che incuriosisce perché non ci allontana dall’opera d’arte per farne discutere nei salotti e negli ambienti aristocratici, ma la riporta nelle strade e tra chi ne è il vero ispiratore: il mondo, la gente, e la loro insensatezza.

 

“Alcuni critici hanno detto che sono il Nulla in Persona e questo non ha aiutato per niente il mio senso dell’esistenza. Poi mi sono reso conto che la stessa esistenza non è nulla e mi sono sentito meglio.”

 

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Luogo: Milano, Palazzo Reale

Durata esposizione: Dal 24 ottobre 2013 al 9 marzo 2014

Orari: Lunedì: 14.30–19.30

Dal martedì alla domenica: 9.30-19.30

Giovedì e sabato: 9.30-22.30.

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