Testo di – LUCREZIA IUSSI

Le voci sempre più insistenti di una ricomparsa dei Mumford and Sons sulla scena musicale hanno trovato conferma lunedì 2 marzo, con l’annuncio dell’uscita del loro terzo album, “Wilder Mind”, prevista per il 4 maggio. Tra i fan si cominciava a mormorare da qualche tempo, ipotizzando un ritorno del gruppo dopo l’annuncio della partecipazione a vari festival musicali e, finalmente, con l’immensa gioia degli amanti della band londinese, essi hanno rotto così il silenzio durato più di un anno:

Abbiamo passato il 2014 a scrivere e registrare quest’album. È stata un’esperienza liberatoria e unificante per noi come band, e siamo orgogliosi di quello che ne è venuto fuori. Ha riguardato in primo luogo, innanzitutto, le canzoni. E poi ovviamente la musica che ci sembrava accompagnasse meglio quelle canzoni. È stato divertente. Ecco qua… Il nostro terzo album“.

Marcus Mumford, Winston Marshall, Ben Lovett e Ted Dwane, insieme dal 2007, hanno iniziato a imporsi sulla scena musicale dopo la pubblicazione del loro primo album, “Sigh No More”, nel 2009, affermandosi definitivamente nel giro di pochi anni. “Babel”, il secondo album, nel 2012, li ha consacrati a stelle dell’indie rock.

Il tour del 2013 (alla fine del quale la band aveva detto di volersi prendere una pausa) si è svolto in gran parte dell’Europa e dell’America e ha toccato anche l’Italia, con tre concerti: Milano, Firenze e Roma. I biglietti sono subito andati sold out, in Italia come nel resto del mondo, e tanti si sono chiesti che cosa rendeva (e rende) i Mumford and Sons così amati.

Sicuramente un aspetto fondamentale è lo stile inconfondibile della loro musica e dei loro testi: le note ti fanno provare nostalgia per un posto in cui non sei mai stato, una sorta di Eden popolato da figli dei fiori, i testi sono intrisi di una spiritualità non per forza religiosa, che neppure appare forzata, ma che si insinua piano sotto la pelle, con dolcezza.

Le canzoni di questa band sono la colonna sonora perfetta per quando si ha il cuore spezzato: confidate, il banjo accorrerà in vostro aiuto e riparerà le vostre ferite. È musica da intonare sotto la doccia, con un’enfasi che neanche a Broadway, parole da urlare in coro insieme agli amici per le strade, in quelle notti d’estate, un po’ ubriachi e felici.

Quando dovrete affrontare una giornata particolarmente difficile la voce di Marcus Mumford sarà quella di un amico che vi convince a non mollare, “perché arriverà un tempo, vedrai, senza più lacrime […], sali su quella collina e guarda cosa ci troverai, con la grazia nel cuore e i fiori tra i capelli” (“After The Storm”, Sigh No More, 2009).

Hanno facce pulite, i Mumford and Sons, persone qualunque che potresti incontrare durante una vacanza in un bar di Londra. Persone gentili, anche, del tipo che se scoppia una piccola lite tra i fan durante un concerto si rivolgono alla folla preoccupati: “Is everything okay?”. Questo succedeva nel 2013 all’Alcatraz, a Milano, in una serata che sembrava più una grande festa che un concerto.

C’è però da chiedersi se questo pubblico, finora fedele e innamorato, rimarrà al fianco dei quattro dopo che essi hanno annunciato un cambio di rotta nell’impostazione musicale. A quanto pare nel nuovo cd non è stato dato molto spazio agli strumenti acustici, ai quali sembra siano state preferite la batteria e la chitarra elettrica.

È chiaro che ogni sperimentazione porta con sé un’alta percentuale di rischio, c’è solo da confidare nelle capacità artistiche e musicali della band. Intanto per lunedì 9 marzo è prevista la premiere del primo singolo estratto dall’album, “Believe”.

Per quanto mi riguarda, da brava fan, “I will wait”.

Sono inoltre appena uscite le date del loro tour:

– 29 Giugno, Verona

– 30 Giugno, Roma

– 1 Luglio, Pistoia

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