Testo di – GIUSEPPE ORIGO

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È giusto affrontare ogni fattispecie artistico-culturale, innanzi tutto, forniti di quelle giuste informazioni sulle quali costruire un’ identità di spettatore effettivo piuttosto che di mero avventore: chiunque può varcare la soglia del Louvre e, con un po’ di fortuna e senso dell’ orientamento, arrivare davanti alla Gioconda di Leonardo, nella Salle des États, e scattarsi un “selfie” (demistificando nel contempo tanto il concetto di “Arte” quanto quello di “Evoluzione della specie”), ma diversamente non in molti si rendono conto della grandiosità dello splendido Veronese suo dirimpettaio.

E pure “Le Nozze Di Cana” è uno dei quadri indubbiamente più maestosi e spettacolari custoditi nel complesso museale parigino, un lavoro che nella sua realizzazione vide collaborare Paolo Caliari con l’ immenso Andrea Palladio (i cui echi sono chiaramente distinguibili nelle architetture teatro dell’ episodio biblico rappresentato) e che conquistò l’intera Europa del 700′, perfino l’imperatore Napoleone Bonaparte al punto da innamorarsene perdutamente e pretenderlo come risarcimento di guerra nel 1797.

Senza troppa fatica il medesimo discorso è trasponibile su realtà Artistiche più “popular” e di risonanza come, nel nostro caso, alla dimensione del Festival Musicale, all’ evento culturale di massa estivo per eccellenza (dopo il mondiale di calcio), al fine di poter affrontare anche l’esperienza di questo con i giusti mezzi perchè il “che Gran Figata!” che ne conseguirà sia un “che Gran Figata!” esclamato con cognizione di causa.

Abbiamo parlato dello Sziget Festival di Budapest (trovate qui l’articolo: http://revolart.it/sziget-festival-la-ricetta-per-limpermeabilita-alla-crisi/ ) come forse il più eminente fra gli esponenti attuali della scena festivaliera e, in questo senso, non pochi fra critici di settore, esperti e pubblico, hanno affiancato il suo nome a quello del mito di Woodstock: errore, a mio giudizio, imperdonabile e poco lusinghiero nei confronti dal “Festival dei Festival”, appellativo con cui, e se mi concederete lo spazio dell’ articolo vi spiegherò il perchè, non mi riferisco alla leggenda dal 69.

Una gestione imprenditoriale che, senza mezzi termini, possiamo tranquillamente definire magistrale ha permesso a Sziget di innovarsi e crescere di anno in anno dal 1993 ad Oggi.

Dall’ essere poco più di un raduno di band emergenti all’ ospitare più di 370 mila spettatori paganti e circa chiunque figuri tra i “Big Brand” della scena musicale contemporanea, la realtà in questione ne ha fatta molta di strada, macinando, uno dopo l’altro, la serie di successi di critica e pubblico che lo ha, col tempo, collocato sul gradino più alto del podio globale degli eventi estivi di massa.

Nel 1969 il festival di Woodstock (dove mezzo milione di ragazzi raggiunsero lo stato di New York per assistere alla tre giorni di “peace, love & music”), coincise con l’apice del movimento psichedelico, ma al tempo stesso l’inizio della sua fine. Quella di gestire i festival pop di massa in maniera alternativa e autogestita, scevra dal dominio gestionale di sponsor multinazionali e basata sul mito di una “nuova comunità” spontanea si tradusse in uno dei flop economici più disastrosi della storia della gestione culturale: a fine festival (manifestazione per altro organizzata  dai manager Michael Lang e dal cantautore in declino Artie Kornfeld per poter finanziare il progetto di aprire “il più importante studio di registrazione degli U.S.A.” [alla faccia dello spirito hippie]) i debiti ammontavano a un milione e trecento mila dollari.

E pure il nome Woodstock è individuato dai più come archetipo del festival di successo, perché allora questo fallimento?

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La ragione è forse da individuarsi tanto nei motivi fisiologici che portano le istituzioni culturali in genere a non raggiungere il pareggio di bilancio quanto nell’ incapacità di gestire un successo assolutamente inatteso.

Per le aziende del comparto culturale è frequente se non tipico che i risultati economici e finanziari siano negativi, in sostanza a causa di uscite costantemente superiori alle entrate. Uscite e costi fissi sono genericamente molto elevati, ad esempio, per via di organici molto numerosi e quindi costi di personale onerosi oppure siti e immobilizzazioni in genere gestite da enti territoriali miopi alle esternalità positive potenziali in termini di turismo e rivalutazione territoriale delle manifestazioni e quindi concesse con canoni d’affitto assolutamente iniqui. Altro problema è legato ai costi variabili da affrontare come cachet artistici esorbitanti, spese per allestimenti e consumi non oculate e spese gestionali, in genere, difficilmente preventivabili.

In ultimo, nell’ ambito di questi aspetti fisiologici, è giusto ricordare che spesso le entrate in genere non sono spesso adeguate e sufficienti a coprire questo lungo elenco di costi, anche per via della quasi impossibilità di reperire finanziamenti pubblici.

Il secondo macrogruppo delle ragioni del fallimento di Woodstock, che poi sono le stesse patologie che portano al fallimento della maggior parte di manifestazioni analoghe, è, come detto, il fatto che nel ’69 gli organizzatori della kermesse psichedelica si trovarono letteralmente travolti dal successo incredibile della tre giorni di musica. Mezzo milione di persone superavano di svariate decine di volte le stime di pubblico previste e tanto gli organizzatori quanto l’amministrazione non ebbero neanche il tempo di rendersi conto di quanto erano stati in grado di organizzare.

In breve, dopo il festival il debito accumulato ammontava già a più di un milione di dollari e, successivamente, il tutto fu accompagnato da circa 70 cause giudiziarie presentate a carico del team.

Certo è comunque che qualcosa di spettacolare seppur economicamente fallimentare era stato fatto e che questo aspetto economico finanziario non è certo il più importante nel mondo della Cultura.

Ma è possibile scindere totalmente l’aspetto culturale da quello economico?

Beh, per un’ azienda, perché comunque di questo si parla seppur nella sua versione di “azienda culturale”, no: l’economicità della manifestazione ne costituisce necessariamente le fondamenta su cui poi costruire l’infrastruttura culturale.

E forse è proprio questo il motivo che ha portato la leggenda di Woodstock ad esser comunque viziata dalla macchia del fallimento economico, che non ne ha permessa la replicabilità continuativa nel tempo, e che nel contempo lo differenzia da Sziget la cui leggenda invece continua, riproposta uguale e potenziata di anno in anno, da ben 11 edizioni.

Certo è che oggi non siamo più negli anni 70, le cose sono cambiate e lo scenario di competizione è diverso.

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Il numero di festival è rimasto pressoché inalterato e assolutamente contenuto dai primi del 900 fino agli anni ’80: si trattava di manifestazioni generaliste e prevalentemente celebrativi assolutamente secondarie e di secondo piano. Dagli anni ’80 ad oggi, invece, il numero di queste manifestazioni si è praticamente  centuplicato. Questa rapida e recente proliferazione può probabilmente esser spiegata dal fatto che i festival sono stati progressivamente considerati non solo più come momenti di celebrazione, ma anche come efficaci strumenti di politica culturale e territoriale in grado di generare esternalità positive in termini economici, sociali e culturali (Frey, 1994; Gursoy, Kim, Uysal, 2004). Manager ed enti locali hanno quindi trovato nell’organizzazione di festival una contingenza di interessi pubblici e privati e quindi la proposta è andata ad aumentare moltiplicandosi nel tempo.

La recente crisi finanziaria, d’altro canto, ha costituito un elemento di inversione di tendenza e la paura di default economici è stata da molti, scioccamente e avventatamente, affrontata “tagliando” coattamente là dove il ritorno monetario è meno immediatamente percepibile: per l’appunto nella Cultura (un ragionamento in termini di esternalità sembra in fatti troppo complesso per esser colto dal pressapochismo di troppe amministrazioni).

In questo scenario cresce quindi il plauso verso il virtuosismo di una realtà culturale di rilievo globale che, invece, è riuscita a sopravvivere e innovarsi costantemente restando fedele a vincoli di economicità che ne hanno permesso il persistere. Qui sta il motivo per cui Sziget è diverso da Woodstock: forse la sua leggenda non è ancora grande come quella del “nonno d’arte” ma certo di tempo per crescere ulteriormente il festival di Budapest ne ha davanti e i numeri per continuare a farlo ci sono tutti.

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