Testo di – ALEKSANDRA LUKAC

 

Danae Festival è prossimo al termine. Nell’ingresso del Café Gorille di Milano, in un angolo, sono posizionati due tavoli coperti da panni rossi ai quali stanno seduti un uomo e una donna. Il locale è accogliente, con i mattoni a vista e un muro coperto di bottiglie di vino. La musica risuona nell’aria senza risultare fastidiosa, le note si fondono alle chiacchere. Mi siedo e mi concedo un bicchiere di passito. Puntualissimi mi vengono a chiamare, è il mio turno. Bisogna aver prenotato in anticipo per partecipare perché il confronto con l’interprete è privato; lo spettacolo si chiama Hamlet Private, a firma Scarlattine Teatro. Sono intimorita, non so cosa aspettarmi, non mi sono voluta informare prima per non rischiare di influenzare le mie risposte. Spero solo che non mi chiedano nel dettaglio la storia di Amleto, non sono pronta per un’interrogazione. Mi avvicino. L’artista si presenta, il suo nome è Giulietta. Sarà una casualità o un segno del destino? Mi viene da sorridere, io adoro le coincidenze. Mi chiede se voglio del vino o dell’acqua e poi ci sediamo al tavolo. Da quel momento siamo in una bolla privata. Ci guardiamo negli occhi ed è come se nel locale non ci fosse nessun altro; o almeno io non sento e non vedo più nessuno.

Giulietta posiziona una clessidra piena di sabbia nera e mi mostra le carte Talmeh che ha in mano. Su ognuna di esse vi è una foto e una o due parole che la descrivono. Le carte istigano un’apertura: mi sono ritrovata a confidare i miei segreti più intimi a una perfetta sconosciuta. Finisco per raccontarle pezzi della mia vita, mentre la clessidra sembra scorrere veloce; anzi è velocissima. Quelle carte disposte sul panno rosso rappresentano la storia che le ho raccontato. Le guardo. Ne ho escluse solo due, poiché tutte le altre si collegano a un momento del mio vissuto. Alla fine ne estraggo tre: passato, presente, futuro. Un futuro angosciante mi attende: qualcosa mi abbaglierà, mi sedurrà, ma non sarà giusto per me. “Il diavolo ha il potere di comparire agli uomini in forme seducenti e ingannatorie” [Amleto: Shakespeare, Amleto atto II, scena II]. In seguito estraggo altre tre carte che mi indicano cosa fare: dovrò affrontare la solitudine per essere io stessa la mia eroina, per trovare la mia strada, la mia vera interiorità.

La sabbia nella clessidra ha smesso di scorrere, tutti i granelli neri sono scesi. Giulietta mi lascia un quaderno e mi invita a scrivere un’impressione. Desidero ringraziarla per ciò che ha letto nelle carte, ma desisto. È disorientante sentirsi confutare una ad una le proprie certezze. Così mi ritrovo a scrivere di quanto l’esperienza sia stata toccante, ma io non ci sto, credo in quello che sto facendo e non posso lasciarmi condizionare da un futuro non definito che potrebbe ingannarmi, di cui non so nulla: né quando accadrà, né dove, né perché. Dovrei vivere con angoscia ed esitazione ogni situazione, perché forse è quella a cui si riferivano le carte?

È un gioco di illusioni e allusioni. È uno spettacolo e bisogna accettarlo in quanto tale. Niente è chiaro e definito. E a pensarci bene Amleto è un personaggio estremamente tormentato, quindi, ovviamente, le carte non potevano esprimere positività e speranza. Mi sento subito sollevata. “Sappiamo ciò che siamo, ma non sappiamo ciò che potremmo essere” [ Ofelia: Shakespeare, Amleto atto IV, scena V].
Ma, a differenza di questa tragedia, io so che cosa voglio diventare. Mi alzo sentendomi libera.

Il mio destino lo scrivo e lo decido io, non le carte.

 

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