Testo di — MARCO FERRARIO

Lazise-Catullo

 

Sulla vita di Catullo non sappiamo molto e quello che sappiamo lo possiamo ricavare quasi esclusivamente dalla sua opera. Girolamo, nella sua ripresa ed ampliamento della Cronaca di Eusebio di Cesarea, dice che visse 30 anni, dall’87 al 58-57. La data della morte è senza dubbio errata perché alcuni carmi alludono ad eventi del 55 a. C. (cfr. il Carmen XI). Forse morì nel 54 e se visse davvero 30 anni la nascita si collocherebbe nell’84. Gaio Valerio Catullo nasce a Verona, nella Gallia Cisalpina, in una provincia vivace culturalmente, dal momento che molti amici di Catullo, tutti poeti, provengono da questa zona.

La famiglia doveva essere tra le più prestigiose di Verona. Secondo Svetonio (Vita di Cesare, 73) sia il dittatore sia Metello Celere erano spesso ospiti del padre. Possedeva una villa a Sirmione e quando si trasferisce a Roma, oltre ai possedimenti in città, acquista una villa in Sabina, dalle parti di Tivoli. Si trasferisce poi a Roma ma mantiene i contatti con l’ambiente di origine. Nell’Urbe fu in relazione con persone di alto rango come Gaio Memmio, destinatario del poema di Lucrezio, Licinio Calvo, Cinna, Ortensio Ortalo e Cornelio Nepote, che lo inserisce nell’ambiente romano. Allo storico è dedicato il primo carme, in cui viene ringraziato per aver apprezzato le “nugae” (bagatelle, scherzi) del poeta.

Gli amici sono importanti per Catullo. Soprattutto Cinna e Calvo condividono con lui gusti ed inclinazioni ed aderiscono al gruppo neoterico fondando un sodalizio. Non sappiamo quando è come comincia la relazione con Lesbia. Forse conobbe la donna a Verona nella casa paterna che il marito di lei frequentava come ospite e poi si trasferisce a Roma per poterla vedere e frequentare. Lesbia, pseudonimo che indica una donna di Lesbo, con allusione a Saffo, cela il nome di Clodia, rampolla della nobile Gens Claudia, una donna bella, affascinante, spregiudicata, sorella di Publio Clodio, avversario politico di Cicerone. Era moglie di Metello Celere, di cui resta vedova, per la gioia del nostro autore, si potrebbe un po’ malignamente insinuare, nel 59.

Non siamo in grado di ricostruire quali furono le vicissitudini di questa passione amorosa dal momento che la cronologia dei carmi catulliani è incerta. Catullo conobbe Lesbia e ne diviene l’amante, un incontro destinato a segnare in profondità la vita del giovane letterato. I due ebbero momenti di intensa passione ma non mancarono tradimenti da parte della donna, con tanto di rotture (dopo il 59 Lesbia fu l’amante di Celio Rufo, cliente di Cicerone avvocato) e alternarsi di riconciliazioni. Catullo si rende conto che la donna conduce una vita dissoluta, abbandonandosi ad una folla di amanti nonostante le reiterate promesse di ravvedimento: la separazione è dolorosa ma inevitabile e definitiva.

Nel 57 il poeta si reca in Bitinia con Memmio che doveva ricoprire cola la carica di propretore e di ritorno visita la Troade dove era morto e sepolto il fratello. Questo viaggio, che doveva servire a dimenticare Lesbia e poteva essere occasione da sfruttare come trampolino di lancio politico resta senza conseguenze. Catullo era un intellettuale promettente al seguito di Memmio ma non sentì mai alcuna attrazione per la politica. Di fatto echi delle tempestose vicende in atto a Roma sono presenti nei carmi catulliani, come per esempio gli epigrammi pungenti contro Cesare, Pompeo ed i loro sostenitori, ma le questioni politiche restano estrinseche rispetto al vero centro poetico ed esistenziale di Catullo.

Più che disinteresse sembra di essere davanti ad un rigetto consapevole dettato dall’indignazione e dal caos dettato dalla corruzione. Non si percepisce in Catullo neppure l’adesione ad una filosofia, egli sembra aver eletto la poesia a sistema di vita. Il viaggio in Asia minore non riesce tuttavia far dimenticare Lesbia: al ritorno ci sono ancora dei tentativi di avvicinamento fino al “discidium” finale che deve essere avvenuto poco prima della morte. Terminato questo amore di cui si alimentava tutta la sua vita vengono meno le ragioni dell’esistenza ed il poeta muore di malattia nel 54.

Di Catullo possediamo un’opera sola, il “Liber”, costituito da CXVI carmi, che vennero ordinati dopo la morte di Catullo secondo criteri metrici anziché cronologici. Si individuano agevolmente tre sezioni: I-LX sono carmi di metri vari ma mai in distici elegiaci ispirati alle vicende della vita di Catullo e trattano di amori, odi, gelosie, affetti ed amici. I componimenti che vanno dal LXI al LXVIII sono i carmi di maggiore ampiezza ed impegno letterario più elevato in cui viene fatto ampio ricorso al mito, al gusto per l’erudizione, alla dottrina. Sono detti non a caso carmina docta. Dal numero LXIX al CXVI troviamo carmi brevi in distici elegiaci tra cui spiccano diversi epigrammi che traggono spunto dall’esperienza personale dell’autore.

Questa tripartizione non indica che ci sia uno iato tra una poesia leggera ed estemporanea (nelle sezioni I e III del Liber) ed una poesia dotta. Tutta la raccolta è frutto di riflessione ed anche nei carmina docta Catullo usa il mito per riflettere sulla propria esperienza.

A livello tematico domina l’amore in tutte le sue sfumature. Come Saffo nella Grecia arcaica, così Catullo nella poesia latina è il poeta dell’amore per eccellenza, un artista che descrive l’amore come un’ ebbrezza dei sensi, una felicità sublime, senza nascondersi i tradimenti il dolore, l’incapacità di comprendere e comprendersi, l’ amore e l’odio. L’amore di Catullo appaga la sensualità, di solito lasciata all’amore libero, ma è anche bisogno di amicizia ed affetto (come indicano termini come fides, amicitia, pietas), di tenerezza che nei casi migliori lega i coniugi. Una differenza non da poco intercorre tra “amare e bene velle“.

Ma non manca l’amicitia per i poeti che condividono gli stessi gusti. Si tratta di un affetto schietto e sincero, diverso dall’amicizia tradizionale latina, di tipo politico-clientelare, un rapporto disinteressato di natura affettiva che esige Fides e Pietas, confidenza, una solidarietà che si esercita nel beneficuim, ovvero fare il bene, e chi viola questo patto compie un tradimento grave. Dominano anche gli affetti familiari come il carme per il fratello e quello di amore per il giovane Giovenzio.

Un secondo tema è quello dell’invettiva, contro Lesbia per i tradimenti subiti, contro i suoi amanti, ma Catullo attacca anche personaggi più o meno noti mettendo alla berlina i loro difetti. Anche Cesare e Cicerone sono bersaglio di critiche pungenti. In politica Catullo non è schierato e dunque scrive per insofferenza, per rivendicare la propria libertà di parola ed autonomia di giudizio. In questo caso si dimostra immediato, violento, volgare ed usa ampiamente l’aiscrologia, l’insulto ed il turpiloquio ispirandosi alla tradizione dei giambografi greci come Archiloco ed Ipponatte, o dei poeti comici e satirici romani. Nel carme XVI si difende dai suoi detrattori. È necessario che il poeta nella vita sia casto, ma i suoi versi possono essere piccanti e poco pudichi, questa la tesi difesa strenuamente da Catullo. Questa giustificazione avrà fortuna e godrà di riprese presso Ovidio e Marziale.

Sono presenti circostanze varie della vita del poeta, futili come solenni, inviti a cena, questioni letterarie, ma non sono al centro le vicende, quanto piuttosto l’animo del poeta, i suoi atteggiamenti e le sue reazioni.

Sono presenti anche la natura e le notazioni di paesaggio. Catullo dimostra una grandissima sensibilità nel cogliere le bellezze della natura o di Sirmione, gli scorci primaverili ed alcuni suoi sfondi marini sono indimenticabili.

Caratteristica fondamentale è la nobilitazione del quotidiano ed il suo lirismo. Catullo abdica alla funzione educativa della poesia. Se all’epica ed alla tragedia era riconosciuta una alta funzione paideutica nei confronti della comunità civile, la scelta catulliana è antitetica e lontana dai canoni tradizionali. Catullo dedica quasi tutte le proprie energie intellettuali alla composizione di “nugae“, riflettendo sui sentimenti individuali, soddisfando un gusto estetico  solipsisticamente personale.

Le esigenze dell’individuo prendono il sopravvento su quelle della comunità. In questo Catullo segue fino in fondo la propria scelta con maggior coerenza di altri neoterici, rispondendo punto su punto alle staffilate malevole di Cicerone. In un ambiente anti conformista quale quello  del circolo neoterico le virtù tradizionali di parsimonia, industria, patientia e gravitas sono viste come obsolete, è invece titolo di merito essere venusti, urbani, delicati, faceti seguendo un ideale aristocratico di raffinatezza ed eleganza. Il corrispettivo formale di questi ideale di vita è la composizione breve, cesellata dal punto di vista formale, attenta al sentimento individuale. Catullo incarna questo stile di vita e di poesia.

A differenza della poesia ellenistica costruita su una sentimentalità tenue e quasi fittizia, la poesia di Catullo nasce da una passione profonda ed autentica. Questo fornisce vigore ad una poesia nella quale si fondono vita ed arte, vita e doctrina. Non ci sono barriere o diaframmi tra l’esperienza esistenziale e l’espressione poetica. Catullo esprime l’essenziale, nelle sue composizioni palpita la vita e la sua personalità. Ma i sentimenti non sono espressi in modo inconsulto e l’espressione è sempre controllata letterariamente. La forma breve non è solo ricerca di suprema eleganza, non è solo tecnica poetica, ma corrisponde all’immediatezza sentimentale del poeta.

Si avverte come importante la memoria di Archiloco, Ipponatte, Saffo ed Alceo, degli alessandrini, ma sempre con un taglio personale inconfondibile. Nei carmi più dotti e lunghi il compiacimento dell’artista elegante prevale sul sentimento, ma senza soffocarlo. In questo l’arte di Catullo è nuova e trae ispirazione dalla lirica greca arcaica ed alessandrina, ma nello stesso tempo si tratta di una poesia autenticamente romana, specchio della vita dell’artista e del suo mondo interiore. Qui sta la sua originalità e questo fa sentire nuova la sua poesia, fatta di vita, immediatezza e freschezza. A livello di pubblico quello al quale si rivolge il Veronese non è eterogeneo e composito come per la letteratura precedente della tragedia, della commedia o dell’epica.

Il Liber è scritto per un pubblico ristretto che coincide con gli appartenenti del circolo neoterico o con una cerchia poco più vasta, come Cicerone e Cornelio Nepote. Molti carmi sono dedicati agli amici. Dominano i riferimenti a fatti concreti, le battute si comprendevano solo a partire da una complicità con gli altri poeti ed intellettuali appartenenti al circolo neoterico nel quale si leggevano versi, si discute sulla forma, sulle scelte poetiche e sulla lingua, ci si scambiano versi e poesie di attacco nei confronti degli avversari che sono occasioni per discutere sulle scelte poetiche, sul modo di sentire, e serve a rinsaldare i legami del gruppo.

Quisquis amat valeat, pereat qui nescit amare“. Mai verso si attagliò meglio di questo al nostro poeta.

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