Testo di – FRANCESCO PIERACCINI

Foto gentilmente concesse da www.socialartcenter.com

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Il Sig. Godot mi ha detto di dirvi che stasera non verrà, ma domani ci sarà sicuramente”.

 

Ma il giorno  dopo non si aspettò più,

e non perché Godot fosse arrivato.

Milano- da giovedì 31 ottobre un gruppo di associazioni culturali, riunite sotto il nome di Club 2.0-Social Art Center, stabilisce la sua attività all’interno dell’ex concessionario Toyota di viale Toscana, occupandone lo spazio, abbandonato da mesi e incustodito.

Questo in realtà non è che il rimedio ultimo a cui dei giovani hanno ricorso per poter dimostrare a tutti il valore del loro progetto, del loro lavoro, dopo essere stati abbandonati da una giunta comunale sempre più in difficoltà nel far fronte alle esigenze di una collettività che, ora più che mai, ha bisogno di essere ascoltata.

Il centro d’arte sociale si tratta di un’iniziativa molto promettente, le otto associazioni al suo interno si presentano al pubblico con un grande ventaglio di attività: abbiamo musica elettronica (Intellighenzia Electronica e 51 beats), corsi e laboratori danza e danza-terapia (DAPT), una pelletteria (Badilù), due piattaforme di tecnica audiovisiva, video art e web-TV (Monkey Factory e Ex-Hobo), un negozio di CD e vinili (Social Music Center) e un’ organizzazione dedicata alla street-art (UFA).

Queste realtà lavorano fianco a fianco, procedendo su due binari: da una parte, ognuna conduce l’attività che la caratterizza, dall’altra ogni associazione contribuisce al sostentamento dell’intero sistema, lavorando congiuntamente a grandi eventi che occupano tutto lo spazio e nascono dal lavoro sinergico dei ragazzi. Si tratta soprattutto di musica elettronica sperimentale, con un certo occhio alla qualità con artisti del calibro di Jeff Mills come ospiti.

Quest’attività in realtà non sarebbe dovuta nascere da un’occupazione, ma anzi era precisa intenzione di queste associazioni creare un dialogo con il comune di Milano e a dire il vero qualcosa stava già nascendo; riavvolgiamo il nastro per capirci meglio.

L’attività che adesso viene svolta in viale Toscana era stata già avviata dalle stesse associazioni circa un anno fa (ottobre 2012) all’interno delle ex-officine Ansaldo, in risposta ad un bando del comune di Milano che prevedeva di assegnare lo spazio a chi presentasse un progetto in grado di valorizzare l’attività giovanile in campo culturale.

La proposta vincente fu avanzata da Barley Arts, società promotrice di famosi eventi musicali: l’impresa avrebbe adibito le ex officine ad uno spazio per eventi, lasciandolo in gestione alle nostre associazioni, pronte ad animare il posto con workshop di danza, negozi e naturalmente tanta, ma tanta  musica.  Davvero un lavoro stupendo tutto sommato, unica pecca? Niente di che, solo il fatto che Barley Arts si trova sull’orlo del lastrico, sottoposta a pignoramento da parte di Equitalia per 800 mila euro.

In pratica l’attività delle associazioni all’Ansaldo sarebbe lentamente soffocata per dare ossigeno al deficit ciclopico della società; quando la cosa salta fuori, i ragazzi abbandonano il posto, per non dover vedere il proprio lavoro dissolversi in un’impresa che non aveva speranze.

Questo avviene nel maggio di quest’anno e, dopo pochi mesi, le ex officine Ansaldo chiudono di nuovo i battenti.

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A questo punto le associazioni di club 2.0 tornano alla ribalta: propongono al comune un proprio piano di gestione del posto, negli stessi termini del bando, ma senza più la vecchia direzione di Barley Arts, sfruttando l’esperienza maturata nella gestione di fatto dello spazio e che adesso vediamo realizzata in viale Toscana.

La giunta all’inizio si dichiara entusiasta e propone subito di redigere un nuovo bando per assegnare lo spazio alle associazioni ma, quando tutto sembrava risolto, il comune si tira indietro. Il processo non viene più seguito dalle PA, le occasioni di dialogo si fanno più rarefatte finché la faccenda non viene del tutto accantonata: le ex officine sono tutt’ora una struttura abbandonata e incustodita.

E’ così le associazioni di Club 2.0 hanno reagito e, quando ormai non restava altro da fare, hanno ricorso all’occupazione.

E’ paradossale che si sia giunti a questo: il bando prima, le trattative poi, l’occupazione adesso; anche se tutti queste vicende non bastassero a dimostrare la passione e la voglia di fare di questi ragazzi rimarrebbe comunque il fatto che Club 2.0 in un mese ha trasformato uno spazio abbandonato e dismesso in un luogo di cultura, di divertimento e creatività, dando il via ad un’attività che attraverso l’arte non solo crea reddito, ma dà lavoro. Per questo ci lascia sconcertati vedere che di fronte a iniziative del genere, che davvero sembrano trovare risposta a bisogni quanto mai attuali (la crisi, il lavoro, i giovani…), gli organi pubblici rimangano inerti quando non proprio maldisposti.

Tre giorni dopo l’occupazione, per farli sgombrare, la PA decide di adibire il luogo a centro di accoglienza per i senza tetto, per quanto possa sembrare un po’ strano che un posto pieno di vetrine (era un concessionario d’auto), senza riscaldamento, senza luce (prima che i ragazzi la riallacciassero), senza servizi (prima che i ragazzi lo munissero di bagni chimici mobili), in stato di degrado (prima che i ragazzi lo ripulissero e lo rimettessero a nuovo) possa essere considerato a norma per tal genere di funzione.

Ed anche stavolta i ragazzi hanno risposto con l’intraprendenza e l’entusiasmo di sempre: “Saremo lieti di gestire il centro di accoglienza per il comune: siamo tutti pronti a metterci al lavoro e, coi ricavi della nostra gestione, già possiamo permetterci di acquistare e allestire una tensostruttura nel cortile interno e pagarne il riscaldamento”.

 

Magari lo facessero. Magari!

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