Testo di – DAVIDE PARLATO

Pics by – il Pono Piccolissimo
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The Floating Piers, l’ultima installazione artistica di Christo, lascia infine il Lago d’ Iseo, alcova smeraldina della tanto discussa passerella per circa due settimane. Vani i tentativi di proroga della chiusura: Christo non conosce ragioni, il progetto ha una sua precisa dimensione temporale insindacabile. L’opera, che sia piaciuta o meno al visitatore medio, che abbia destato pareri discordanti da parte dei critici, ha fatto parlare di sé per lungo tempo, polarizzando l’interesse mediatico generale, dalla stampa ai post di Facebook. C’è chi si spertica nel tentare di negare l’artisticità dell’opera, chi al contrario ne esalta il genio assoluto (qualcuno già la destina definitivamente alla Storia dell’Arte, non si capisce se per metabolizzare il lutto o per lasciarsi alle spalle questa grande faticaccia), c’è chi si straccia le vesti per l’impatto ambientale della fiumana umana giunta nei piccoli borghi lacustri (parliamo di un milione e mezzo di persone, mezzo milione in più delle stime) e chi in fondo in fondo non è così dispiaciuto nel mettere a disposizione le stanze del proprio hotel alla modica cifra di 800-1000€ per un ultimo tango ad Iseo. Insomma: tutti parlano di Christo, fino all’esasperazione mediatica. Certo è che questo diventa inevitabile quando cali un’operazione artistica di questo tipo in una dimensione decisamente “pop”: l’argomento arte diventa alla portata di tutti, e tutti ne possono parlare, nel bene e nel male. Ma questo in fondo è uno dei grandi intimi motori dell’arte contemporanea: bene o male, purchè se ne parli. Se lo scotto da pagare sono piccoli malori di obesi congestionati in fila da ore sotto l’implacabile sole di luglio, o le lamentazioni di chi – non sto scherzando, non si tratta di fonti ufficiali ovviamente – critica l’artista per l’impossibilità di riciclare i materiali usati per l’opera, condannando la sua immoralità ecologica, beh: suppongo che in fondo tutto questo umano delirio sia del tutto sopportabile, forse nemmeno tanto pernicioso rispetto al tipo di risonanza sperata.

Personalmente credo che tutto questo ronzoso vociare attorno alla passerella di Iseo sia un fenomeno molto interessante da analizzare, un affresco da una parte delle aberrazioni dell’universale diritto di parola offerto dalla mediaticità contemporanea, ma anche della polverosa grossolanità del senso critico di una certa schiera di opinion leader del campo artistico e culturale. Al mio pigro cervellino, d’altronde, piace affrontare questo tipo di situazioni con una pragmatica semplicità. Tenterò quindi, anche appellandomi alla mia personale esperienza di visitatore/camminatore, di rispondere alle principali critiche mosse all’operazione adducendo la mia personale opinione su The Floating Piers di Christo: una mossa ben riuscita, forse mal orchestrata ma tutto sommato ben gestita, che ha saputo fornire un modello virtuoso di come questo tipo di arte contemporanea – land art – possa far fluire un virtuoso scambio e ricircolo di bellezza, di umanità e di economicità fra arte e territorio.

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The Floating Piers è un evento internazionale dal pericoloso impatto ambientale (Legambiente).

Un flusso umano di un milione e mezzo di persone non è di certo cosa da poco, considerando al dimensione effettiva dei comuni che gravitano attorno all’installazione e della qualità infrastrutturale del luogo. Macchine, smog, code, congestioni umane, traffico, difficile smistamento delle persone: rischi all’ordine del giorno per chi organizza grandi eventi dai grandi numeri. Di certo aspetti infrastrutturali del luogo rendevano decisamente ardua la collocazione e la gestione di un tal flusso di turisti. La verità è che, nonostante i disagi ci siano stati eccome, nonostante le code e i lunghi tempi di attesa, in particolare nei giorni di punta, l’organizzazione ha tenuto, con un accumulo delle peggiori criticità nella giornata di domenica 26 giugno. Da visitatore, fui molto spaventato dall’idea, insinuatami dalla drammaticità delle notizie, di attendere ore in coda prima di poter mettere i piedi sulla tanto agognata passerella, di poter essere bloccato alla stazione di Brescia prima ancora di poter accedere al collegamento per Sulzano. La verità è che lo smistamento e lo scaglionamento dei turisti direttamente in stazione è stata una mossa funzionale, e i tempi di attesa sono stati tutto sommato sopportabili (la mia visita fu infrasettimanale, quindi non di sicuro in un giorno di punta). Prima ancora che fruitore d’arte, da studente universitario fuori sede sono ben abituato all’encomiabile talento di Trenord e in generale del trasporto pubblico ferroviario nell’estrovertere maieuticamente ogni sorta di imprecazioni e bieche nefandezze alla vista di ritardi, scioperi, proverbiali disagi scusati. Tutto sommato, gli scarsi mezzi a disposizione del trasporto infrastrutturale hanno agito bene, tamponando una criticità evidente ma non così tanto invalidante come temuto.

Cosa ben più importante: a fronte di tutto questo innegabile trambusto, il territorio ne ha indubbiamente beneficiato. Una proiezione condotta dalla società JFC, prevedeva come l’operazione avrebbe portato concretamente sul nostro territorio 49 milioni di euro, una media di 3 milioni al giorno. Le stime sono state eseguite al tempo prevedendo un afflusso pari ad un terzo delle presenze confermate. Purtroppo non ho avuto modo di ritrovare bilanci definitivi: ma questo può dare una breve idea di cosa un evento di questa portata voglia dire a livello di esternalità economiche di un territorio, nonché di promozione del turismo. Qui si aprirebbe un capitolo infinito sulle concrete possibilità dell’arte e della cultura nel promuovere una crescita economica – torniamo ad Iseo però.

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The Floating Piers è una passerella verso il nulla (Vittorio Sgarbi)

Fra i criticoni lanciatisi in filippiche contro l’opera di Christo, anche l’ormai irrinunciabile Vittorio Sgarbi, dispensatore assicurato di mezze verità e di cazzate intere. La mezza verità che stavolta il critico mediatico ci ha donato è che la passerella non è stata pensata da Christo per godere delle meraviglie storiche, artistiche e culturali che punteggiano i borghi lacustri, fra Romanino, PIsogne, Sarnico e Lovere. In questo mi trovo parzialmente d’accordo, poiché il percorso si limita a collegare i pittoreschi borghi di Sulzano e Monte Isola, forse in modo un po’ autoreferenziale e negligendo di indirizzare il fruitore verso indiscutibili ricchezze artistiche locali preesistenti. In realtà però le cose stanno un po’ diversamente: mai nella storia il lago di Iseo nella sua interezza è stato così tanto al centro dell’attenzione mediatica. The Floating Piers ha avuto l’indubbio merito proprio di portare l’attenzione del grosso pubblico su questa meravigliosa perla naturalistica e storica del nostro Paese, anche in assenza di percorsi turistici impacchetati (per utilizzare un’immagine fedele a Christo). Il fatto che la passerella non porti altrove infastidisce la critica classicista di Sgarbi, che non rinviene nulla di artistico nella passerella in sé, reputandola masturbatoria. Ma la passerella, inserita nel contesto del lago di Iseo, è essa stessa l’opera, e questo forse non lo si vuole ammettere. Se questo può apparire masturbatorio, rimando il lettore ad una ripassatina di arte contemporanea. La già sentita lezione di Koons a Firenze ci ha già infine mostrato come l’arte contemporanea, con la sua sola presenza, possa permettere la rivalorizzazione, la rideclinazione e, banalmente, la rinascita turistica di luoghi già celeberrimi per il proprio patrimonio artistico. Quante cose può una passerella gialla.

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The Floating Piers non è arte (Philippe Daverio)

Qui entriamo a gamba tesa sul nocciolo della questione: può una passerella gialla essere arte? Daverio, altro grande critico nonché ormai rispettabile divulgatore e voce nel campo della critica d’arte, non ci sta, e passa per direttissima a definire il tutto una “baracconata”, cui manca solo la Donna Cannone all’ingresso. Ovviamente in questo caso non mi sento di criticare la posizione di Daverio, comprensibilissima se ci calassimo nella sua visione romantica del fare arte e del fruirne. Ma a me tutti questi brontolii dei critici nei confronti del lavoro di Christo ricordano terribilmente quell’antico proverbio cinese che recitava “Quando il dito indica la luna lo stolto guarda il dito”. Con questo non voglio dare degli stolti a Daverio e Sgarbi, sia chiaro. Ma semplicemente mi viene da pensare che non si possa davvero capire l’operazione artistica di Christo fino in fono se ci si focalizza su questa benedetta passerella. Ma che sarà mai la passerella! Ma che sarà mai camminare scalzi – con tanto di impatto ambientale olfattivo non indifferente – su dei fustoni di plastica che galleggiano! Quella non è arte, e quello non è il focus della nostra baracconata! Perché se quello fosse il focus ci troveremmo davvero di fronte ad una baracconata. Sfiderei allora i sostenitori di tale posizione a riproporre la cosa a Vigevano centro e vedere cosa succede. E mi chiederete voi allora: dov’è l’arte nel fornire al fruitore la meraviglia di un contesto naturalistico che già esiste? L’arte qui non è il paesaggio, il lago, le montagne: l’arte è nel punto di vista che Christo ci ha offerto. L’occhio fluttuante del visitatore, carne che respira all’interno dell’opera, che respira l’opera, si addentra dolcemente, cullato dai deboli flutti del lago, in un percorso inusuale, travolto dalla profondità di un acqua che passa da un sacro smeraldino ad un profondo blu di Prussia, accecato dal contrasto tagliente di un pontile dorato, profetico nel suo svilupparsi fra le acque. Attorno a lui si levano montagne altissime, di un verde brillante, che si tuffano nel lago impetuose. E questa enorme fiumana di gente che va avanti e indietro, e vive tutto questo, ed è questo, precisamente. Come il Perugino o il Masaccio, che con la loro perizia tecnica nell’uso sperimentale della prospettiva insegnarono al fruitore a partecipare all’opera, a viverla, Christo con la sua passerella ci ha offerto un interessante point of view, un linguaggio unico, contemporaneo in quanto eminentemente relazionale, artistico in quanto profondamente estetico. E se proprio volete una definizione, questa è, semplicemente, land art.

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