Testro di – ANTONIO CEFALO

psycho-original

Penso che il desiderio di godere del controllo assoluto e istantaneo sia una sorta di utopia segretamente accomunante ogni essere umano a cui di rado capita di poter dare sfogo se non assumendo atteggiamenti arroganti o simildittatoriali ma restando passivi osservatori del cosmo. Questo è accaduto con Douglas Gordon, e, in particolar modo, con “24 Hour Psycho”. Quest’opera contiene la proiezione del celebre film di Hitchcock dilatata e rallentata a due frames al secondo[1] fino a farla durare per un giorno intero, in modo da minare l’inconscio dello spettatore con nuove suggestioni, date da particolari e dettagli che sfuggono allo sguardo che si compie a velocità normale[2]. Durante la visione di un frammento in aula, e anche durante la seconda visione a casa, mi ha sorpreso e quasi spaventato la quantità di particolari che si riusciva a cogliere.

“Nella scena della doccia, quando lei urla in preda al panico, noto che ha i denti dell’arcata inferiore storti (incredibile!), le labbra disegnate con un contorno ben delineato, l’urlo le crea dei solchi che sembrano fin troppo profondi sul volto.”

La mente ha il tempo necessario per andare oltre il primo impatto. Non pensiamo si tratti di Hitchcock e basta. Non capiamo solo le azioni della scena. Si può arrivare a un livello di descrizione e precisione tale da riuscire a individuare tutto ciò che è presente in ogni coppia di frame.

Douglas Gordon, infatti, non dilata il tempo per permetterci una maggiore comprensione di questo capolavoro cinematografico, quanto piuttosto per lavorare (e un po’ giocare) con le nostre menti. L’opera non è il film. L’opera è un ricordo che si spande e si allarga, diventando una nuova esperienza. La memoria si aggancia a qualcosa di già noto e noi, con occhi diversi, lo ridisegniamo. Il tempo è complice di un lavoro di estremo realismo (disponibilità di ogni dettaglio) e al contempo di stupefacente surrealismo (estraniazione e reinvenzione). Le sequenze del capolavoro rivelano situazioni psicologiche e insidie dell’inconscio che ricostruiscono da capo la narrativa dell’immaginario del film, mettendo drasticamente in discussione la nostra presunta familiarità con il plot.[3] Entriamo all’interno dell’opera in modo così profondo da esserne fuori. La sensazione è quasi di disturbo. C’è un richiamo alla nostra memoria che ci porta a conoscere già cosa succederà dopo, senza che questo accada. La mente tenta di forzare il corso del tempo, che è, invece, irrimediabilmente esteso. E allora si è rapiti da ogni sfumatura e pixel. Si cambia prospettiva, si usano occhi nuovi. Ciò che guardiamo non è più Hitchcock, ma qualcosa di diverso. Ci si sente più all’interno del film che mai. Ma ci si sente anche fuori abbastanza da notare cose che non si noterebbero.[4]

Talmente fuori da renderlo anche inaccessibile, direi. Per quanto si possano aprire nuove frontiere alla visione, permettendo potenzialmente ai maniaci dei dettagli di ridisegnare l’intero capolavoro degli anni ‘60, si preclude, con un tempo così lungo, ogni possibilità di godimento completo. Sarebbe un lavoro di pura resistenza. Dopo un’ora o due di film la mente è stanca, disattenta e annebbiata. Con la trasposizione completa di ogni singolarità, si esclude la completezza. Non è più vero che la somma delle scene dà il film. In questo senso potrei dire che Psycho viene a perdersi, a ridursi a un semplice aggancio della memoria. E questo credo sia voluto da Gordon. È un’opera che non è creata per essere vista tutta. Il nuovo punto di vista è solo un affaccio momentaneo.

È una nuova fruizione, non la semplice riproposizione di un grande classico. È un lavoro in stile duchampiano. Incredibile è, difatti, la somiglianza con il ready made (found footage). Si parte da un oggetto già esistente (il film) e lo si inserisce in un contesto nuovo (con l’ausilio della modificazione temporale) per fargli acquisire un nuovo significato (opera d’arte). Le cose, però, non sono così semplici. A differenza degli oggetti di tutti i giorni, questo film ha un significato molto più profondo. Gioca un ruolo chiave nella storia del cinema e dell’immaginario collettivo. All’uscita ha creato sgomento e ha cambiato in modo completo l’approccio dei registi e del pubblico con i film. È un’opera che ha fatto la storia del cinema e che ha segnato una generazione. Credo che possiamo dire che la scelta di Gordon non è stata per nulla casuale. Egli ha, coraggiosamente, ricombinato le leggi prodotte da un mostro sacro, portando anche a un’interrogazione su cos’è il cinema oggi e su come sia stato pesantemente influenzato. È stato, quindi, artefice anche di un lavoro di riflessione.

Non è semplicemente un lavoro di appropriazione. E più come un’affiliazione.

Egli ha reinventato Psycho, lavorando sulla memoria e sul tempo, sulla storia e sul cinema, rendendoci, così, estraneo e interrogativo uno dei film più familiari e conosciuti.

Scrivi

La tua email non sarà pubblicata