Testo e video di – VIRGINIA STAGNI

Video clicca qui (colonna sonora: pianoforte Virginia Stagni; The Scientist) —> http://flipagram.com/f/x8MHkwVj9W

Foto di – VIRGINIA STAGNI  (grazie a STEFANO DI FONZO per l’editing)

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Musica consigliata per la visita: G. Tartini – Sonata op.I n.IV in Sol- Allegro – ”Il Trillo del diavolo”

     Milano-San Maurizio

La seconda puntata dei Mini Tour si apre con una visita che vi lascerà senza fiato dal primo passo. Recatevi in corso Magenta 15, esattamente a 10 minuti dal Duomo di Milano.

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in rosso cerchiata la chiesa che visiteremo. in blu il percorso da Duomo per Corso Magenta

Quello che attraverserete è un corso ricco di testimonianze storiche delle più varie epoche artistiche: le esploreremo tutte nei prossimi appuntamenti perché ognuna di esse è unica per stile e bellezza.

 Questa puntata è dedicata alla così Cappella Sistina di Milano: la Chiesa di San Maurizio al Monastero Maggiore.

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Esaminiamo la facciata che per semplicità e nudità crea un notevole contrasto con l’interno. Lineare, priva di eccessive decorazioni, non sontuosa, piana – per non osar dire “piatta” – di pietra grigia di Ornavasso (Verbania, Piemonte), viene completata solo nel 1896.

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Quello in cui entrerete è il luogo di culto del Convento più antico della città, dell’ordine benedettino, eretto tra VIII e IX secolo, di cui rimangono solo la chiesa e il chiostro, oggi occupato dal Museo Archeologico adiacente, di cui abbiamo già parlato qui (<—clicca per il primo tour nella Milano romana).

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La chiesa venne eretta nei primi anni del 1500 sulle basi di una basilica già esistente; gli affreschi vennero commissionati dalla famiglia Bentivoglio, in modo particolare dalla colta mecenate Ippolita Bentivoglio. A navata unica, che cita le piante di matrice più antica, la chiesa è divisa in due vani: il primo per i fedeli, il secondo per le monache di clausura, provenienti dalle più ricche famiglie di Milano, divise dal mondo esterno da una parete totalmente affrescata: divieto assoluto per le religiose di oltrepassare questo confine con il mondo esterno, possibile veicolo del peccato.

Sui fianchi della navata, scandita da un doppio ordine di paraste, si svelano dieci eleganti cappelle a volta a botte nel primo ordine, mentre il secondo è occupato da un sontuoso matroneo con un loggiato a serliane (per serliana si intende una finestra trifora – tre spazi – con l’apertura centrale ad arco e le due laterali, più basse, a trabeazione; si veda l’immagine).

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Quello che troverete all’interno di questo luogo di culto è un ciclo pittorico unico per il territorio lombardo.

Gli affreschi sono per la maggior parte opera di Bernardino Luini, i figli e la sua scuola, i quali impiegarono più di trent’anni per completarli: invasione di pitture, decorazioni, particolari, colori, oro e preziosi, quasi un horror vacui negli spazi, che vi coinvolgeranno e sorprenderanno non appena varcherete la soglia. Infatti, la volta principale è uno studiato disegno di intrecci marmorei secondo lo stile “a trompe-l’œil” (in francese significa “inganna l’occhio”; attraverso espedienti pittorici, illude l’osservatore che crede di stare guardando oggetti reali e tridimensionali – in questo caso marmo quindi un altorilievo- , in realtà dipinti su una superficie bidimensionale), che è molto simile a quello che possiamo trovare in Duomo.

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Osservate in fondo alla navata, sulla parete divisoria le coppie di Sante dipinte: siamo ben lontani dalle immagini semplici medioevali delle figure religiose. Infatti, quelle che ci troviamo di fronte sono proprio dame cortigiane, adornate da meravigliosi drappi colorati e raffinate nei lineamenti. I più credono che le Sante siano state rappresentate con le sembianze delle più importanti monache del convento stesso.

Gli occhi più attenti noteranno che vi sono due personaggi che si ripetono sia nella parte “laica” che in quella monacale: sono i genitori di Alessandra Bentivoglio, badessa per ben sei volte, i committenti della raffinata pittura della chiesa, i nobili Alessandro Bentivoglio, figlio del principe di Bologna, e Ippolita Sforza, musa ispiratrice del vescovo-poeta Matteo Bandello. Nel 1506 il mecenate bolognese incaricò il celebre Bernardino Luini di rifinire le varie cappelle della chiesa in omaggio ai potenti membri della sua famiglia: il modo migliore per citare dunque i committenti era dunque rappresentarli sia nella parte pubblica della parete divisoria, dove sono dipinti in ginocchio come committenti appunto, sia, secondo le sembianze di benefatori, nella marte monacale. Bentivoglio volle che che tutta la famiglia venisse onorata nella Sistina milanese e così Luini lo assecondò. Ma il pittore si troverà a rappresentare anche una donna di malaffare… come fare in un contesto sacro?

Passiamo ora nella parte VIP, quella per le monache. Sarete sovrastati da una più bassa volta blu celeste, ancora più vicina al nostro sguardo, delicatamente costellata da inserti in pastiglia dorata. Gli affreschi continuano anche qui ma sono intervallati dalla presenza di un organo del XVI secolo e da un enorme coro ligneo anch’esso cinquecentesco perfettamente conservato.

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L’organo è un pezzo unico nel suo genere: opera della famiglia degli Antegnati, una famiglia di organari attiva tra la fine del XV secolo e gli inizi del XVIII secolo a Brescia. La loro opera, notevole per ricerca, studio, precisione ed eleganza, vede il contributo di ben 19 figure della famiglia. Il contributo degli Antegnati contribuì alla nobilitazione della professionale dell’artifex instrumentorum musicorum (artigiano degli strumenti musicali), ritenuta invece nel Medioevo arte “più meccanica che liberale“.

 Cercate di cogliere l’armonia cromatica che regna in tutto l’edificio: la pacatezza dei colori, quasi fossero pastelli (questa particolarità la si nota ancora di più negli affreschi paesaggistici che troviamo nella parte di clausura – trovare pitture parietali di vedute o paesaggi in edifici sacri era rarissimo a quei tempi), rendono la permanenza in questo spazio assolutamente piacevole. Questo gioiello artistico merita dunque un’attenta analisi del visitatore: tuffatevi in questo tripudio di disegni e cercate i particolari più bizzarri e speciali. Troverete una Sant’Agata, che ricorda tanto una delle Grazie botticelliane, la quale regge un piatto con due seni tagliati, poiché la patrona di Catania, ivi martirizzata nel Duecento, venne fustigata e sottoposta all’atroce strappo dei seni (e per questo protettrice delle malate di tumore al seno) dai romani perché rifiutatasi di convertirsi al paganesimo;

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ma vi sarà anche un antico ripostiglio per le ostie, lucchettato e in ferro battuto,

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oppure vi sorprenderà uno sguardo raffaelliano sul volto di un Giovanni intento a baciare con affetto e devozione il Cristo morto,

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ma vi sorveglierà anche il volto del Creatore, più volte rappresentato nell’edificio (divertitevi a rintracciare quante volte viene rappresentato nella chiesa stessa: vi sorprenderà il numero!), ed infine vi sentirete protetti dalla grazia degli angeli nelle formelle delle volte che vi sovrastano.

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La leggenda della contessa di Challant: la seduttrice decapitata

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Nella chiesa si cela un misterioso enigma, quello della contessa di Challant, Bianca Maria Scapardone. Grande seduttrice, che fece dell’inganno la sua arma migliore, di umili origini ma astuta, dapprima ammaliò Ermes Visconti, anziano e ricco milanese e, alla morte del facoltoso marito, divenuta nobile, la vedova allegra si risposò con il conte di Challant, ma presto lo liquidò per Ardizzino Valperga il quale, abbandonato a sua volta, si vendicò diffamandola. La contessa, allora, invaghisce un altro uomo, Pietro di Cardona, fino a persuaderlo ad uccidere per lei Ardizzino, dopo l’oltraggio subito. Cadorna, però, viene catturato proprio quando, intento a soddisfare l’amata, sta per commettere l’omicidio. Uomo di poca stoffa, confessò che fu la femme fatale Bianca la mandante del delitto: viene così condannata a morte. Nel 1526, davanti al Rivellino del Castello Sforzesco, il pittore Luini probabilmente assistette alla decapitazione della ammaliatrice e, forse stregato anch’egli dalla donna stessa e la sua vicenda, vi si ispirò per ritrarre negli affreschi della cappella laterale dei Besozzi la decapitazione di Santa Caterina d’Alessandria, che porta appunto il volto della crudele contessa dai lineamenti di Calipso e Circe.

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Matteo Bandello scrisse, pochi anni dopo: “chi volesse veder il volto suo ritratto dal vivo, vada nella chiesa del Monastero maggiore, e là dentro la vedrà dipinta”. Ed eccolo davanti ai nostri occhi.

Ma questo secondo i lettori dell’Ottocento: come può essere possibile che il volto di una malefattrice profani l’immagine sacra? È qualcosa di troppo caravaggesco, totalmente impossibile da verificarsi nell’ estetica rinascimentale! Inoltre tutti i milanesi del tempo avrebbero riconosciuto i lineamenti della seduttrice -e di certo la cosa non sarebbe piaciuta- , visto che la testa mozzata era stata esposta, si dice, nella basilica di San Francesco Grande, dando ai testimoni la macabra impressione di vedere la donna ancora viva (ringrazio V. Scrima per il suggerimento).

Ma dove trovare il volto di questa criminale nella Chiesa? È certo che vi debba essere perché fu esplicitamente richiesta dalla committente Ippolita, poiché sua grande amica. Acuiamo l’ingegno e la vista…

Sempre Scrima suggerisce di rintracciare un volto che: ricordi un ritratto del ‘500, che sia eseguito nella parte pubblica perché deve essere riconosciuto dai fedeli e che risalga preferibilmente a prima del 1526 (quando la donna era in vita). L’unica figura candidata possibile in tutto il complesso è il viso di santa Lucia, nel riquadro sotto la lunetta di Ippolita (in alto, come se la proteggesse), all’estrema destra.

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Solo una figura rispetto alle altre tre sante vi guarderà dritta negli occhi, anche con fare un po’ insolente. È lei, la seduttrice più celebre della Milano cinquecentesca. Gli occhi non sono rivolti in basso, per modestia, o al cielo, in ossequio a Dio, come le altre tre donne: santa Lucia, ecco chi guarda lo spettatore (e si ricordi che S. Lucia verrà martirizzata con lo strappo dei bulbi oculari…) ci guarda, con un sorriso rintracciabile anche nei ritratti muliebri di Luini: la pelle è candida, le labbra ci viziano, così vermiglie, le guance sono rosee, vive, vispe; il naso è perfetto, i capelli sono raccolti da un turbante, secondo la moda milanese degli anni francesi. Rappresentata come una santa ma non per la figura stessa ma per il martirio che la santa ricorda: la perdita della vista. Quella che ci troviamo di fronte non può che essere lei: l’ammaliatrice.

Ma come tutti gli enigmi, questa è solo una supposizione. Provate a cercare voi stessi una soluzione al mistero della contessa di Challant.

Per saperne di più della storia della contessa, ottima fonte sono le novelle di Matteo Bandello.

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L’ ingresso alla chiesa è libero e gratuito dal martedì al sabato dalle 9.30 alle 17.30. Si ringraziano i Volontari del Touring Club Italiano per la loro cortesia nell’accoglienza. L’iniziativa che permette l’apertura di luoghi del genere si chiama “i Luoghi APERTI PER VOI a Milano”.

Per le ricerche e documentazioni ringrazio l’infinito patrimonio internet de “La Storia di Milano”, come anche i testi originali consultati presso la Biblioteca Ambrosiana.

 

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