Testo di — MASSIMILIANO ‘DONMAX’ ROMUALDI

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Se piaci a un Messicano, quello ti tocca. È diretto, è leale. Oggi negli Stati Uniti siamo tutti pronti a firmare petizioni contro lo sfruttamento degli animali, a fermare la deforestazione, a creare movimenti contro la guerra. Tutti questi che si impegnano in queste crociate poi si scordano di baciare le mogli prima di andare a lavoro e di dare l’acqua alle piante prima di uscire di casa. In Messico non si preoccupano troppo di salvare l’umanità ma almeno non si dimenticano di baciare le mogli.”

-Sam Peckinpah-

Debra Granik dirige un documentario delicato e commovente sul biker Ron “Stray Dog” Hall. La macchina da presa si focalizza sull’altro volto degli Stati Uniti d’America. Non ci sono palazzi scintillanti, non c’è la middle class, né gli yuppies. Quella presa in esame è l’altra faccia della medaglia, non c’è spazio per il sogno americano. Stray Dog è un road movie che ci porta dal Missouri a Washington D.C in una lunga marcia a bordo di una Harley in ricordo dei caduti nella guerra del Vietnam. La Granik si concentra sulla quotidianità del biker e veterano del Vietnam Ron Hall, in arte Stray Dog. Il film ha come motore primo questo reduce, sposato due volte, prima con una coreana e poi con una Messicana, all’ apparenza burbero: ma dietro al suo aspetto da duro si cela un cuore grande come una casa. Egli è infatti un essere profondo e delicato, per anni si è portato dietro il peso della guerra, le atrocità commesse nel Vietnam lo portano ad avere ricorrenti incubi durante la notte. Egli vive nel ricordo dei suoi commilitoni, amareggiato dalla situazione politica Statunitense. Pur essendo nichilista, è deluso dalla sua nazione, allo stesso tempo in lui aleggia uno strano patriottismo. Ron ha abbandonato da anni la divisa, l’ha sostituita con un gilet di jeans e tanti vestiti in vera pelle, eppure indossa con fierezza le medaglie vinte, medaglie che celebrano il suo ritorno dalla guerra. Contrapposto a Ron abbiamo i figli adottivi, o meglio i figli della moglie: Ron vuole fuggire dal suo passato, soffre al ricordo delle atrocità commesse sotto le armi, vuole rifugiarsi in Messico e ricominciare daccapo; i ragazzi Messicani, figli della moglie, invece vogliono andare a vivere negli States. Il sogno americano dei giovani messicani è così contrapposto alla visione pessimistica e nichilista di Ron: lui concepisce il Messico come surrogato degli States (quindi torna il pensiero di Peckinpah ovvero il Messico come terra promessa), il Messico rappresenta così ciò che gli USA non sono più: un paese di rifugio per uomini di tutti i tipi, dai soldati ai biker, moderni cowboys di frontiera. Una frontiera, terra promessa e nascondiglio. Ron Hall il Messico lo vede con occhi nostalgici. In Stray Dog ci sono i sogni infranti di una Nazione ma anche quelli di una coppia di giovani Messicani che cercano l’America dei telefilm e trovano invece l’America dei parcheggi delle roulotte. Il duo ha lasciato un ambiente povero per trovare un ambiente meno povero ma allo stesso modo degradante. Gli Usa li hanno delusi ma ora che sono in ballo non gli resta che ballare, adattarsi con spirito e farsi una nuova vita.

L’opera offre dei momenti di sano divertimento, un momento fra tutti è a dir poco esilarante: lo spettatore vede Ron, un sessantenne, dare ai propri amici del viagra perché la casa di produzione gli ha mandato uno stock di 100 confezioni. Stray dog è un film delicato e potente, si passa dalla religione ai rapporti intergenerazionali, dal cameratismo dei biker fino alla quotidianità e la routine famigliare – l’unica cosa che gli si può recriminare è la sua innocenza. Ron è contro la guerra, in una battuta esprime chiaramente il suo pensiero: “Le guerre le fanno quelli che hanno interessi economici, ma vengono combattute dai poveracci”. È un gioco assurdo e pazzesco quello della guerra. Eppure Ron fa parte del sistema, è in un certo modo complice, è un ingranaggio, va in giro con una merce di consumo, una Harley Davidson tirata a lucido. E come le mantieni le moto dei biker degli States ? La benza dove la prendi ? In fondo come disse il buon Alberto Sordi in Finché c’è guerra c’è speranza: le guerre non le fanno solo i fabbricanti d’armi o i commessi viaggiatori che le vendono ma anche le persone come voi, che vogliono: le ville, le macchine, le MOTO, le feste, il cavallo, gli anellini, i braccialetti, le pellicce e tutti i cazzi che ve ce fregano costano molto.

Gli Americani per continuare a mandare avanti la baracca hanno bisogno della guerra, mi dispiace parecchio per il vecchio Ron.

 

 

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