Testo di – GIULIA BOCCHIO

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Esce il 20 febbraio The Art Life, documentario cinematografico dedicato all’intera carriera di David Lynch, un David Lynch artista e uomo, uomo-artista immerso nelle proprie visioni di creativo inquieto e in un certo qual modo virtuoso indagatore del surrealE; maestro nell’immaginare l’inesistente e nel farlo esistere, ma in una maniera del tutto inedita, del tutto onirica e ambigua e che il docu-film tenta di restituire attraverso l’auto narrazione del regista stesso. Un regista controverso e innovatore che ha senza dubbio alcuno scritto e sceneggiato parte di quella che è oggi la storia del cinema, o meglio di “un certo” cinema (molto lontano dalle dinamiche meramente box office) costituito da un’arte cinematografica e un gusto per il dettaglio sempre oscuro e magnetico, in cui lo spettatore molto spesso smarrisce la totalità coerente della storia per suggere il magnetismo dell’inspiegabile. Tutto sempre in una pressoché totale e personale libertà espressiva dell’autore, frutto di studio, pensiero e di altre arti affini perché, è bene ricordarlo, David Lynch è anche scrittore, pittore, musicista e compositore.

Fra inediti filmini di famiglia, stralci di vita narranti la sua formazione e le sue suggestioni più o meno morali le panoramiche del film divengono in fondo le soggettive del suo stesso protagonista. La pellicola, diretta da Rick Barnes, Jon Nguyen e Olivia Neergaard-Holm, non esaurisce certo l’insondabile universo popolato dagli incubi e dalle turbe di personaggi che spesso rappresentano pulsioni e libido, corruzione e senso di colpa, razionalità e irrazionalità trasformandosi nelle chimere stesse di un’inestricabile esistenza, che nei film di Lynch si traduce in trame e sottotrame complesse e dalle molteplici letture prospettiche e psicologiche. Sotto la sua lente dunque i vetrini delle relazioni umane, della follia, delle ossessioni e delle perversioni; i personaggi dei suoi film sono gli idoli feticci di un Es, un Io e un Super Io che sono anche i simulacri dell’essere e di un ordinario vivere non espresso e confuso e dunque facile da distorcere e manipolare, anche attraverso la cinepresa. Quest’ultima in David Lynch si tramuta nel nostro stesso occhio, come se spiassimo attraverso il buco di una serratura un’umanità a cui forse non vorremmo somigliare ma che tuttavia è magnetica e attraente, tanto commovente quanto disturbante. Questo perché il regista in questione è anzitutto un creatore assoluto di atmosfere più che di trame, la scelta di musiche e inquadrature ormai iconiche rendono i suoi lavori tipici nel loro genere ( se un genere per definire David Lynch esiste ) e nel loro linguaggio figurativo.

Dai primi cortometraggi a The Elephant Man, passando per Dune e Velluto Blu The Art Life ripercorre tutti i film più famosi e più o meno apprezzati di Lynch, che non ne rivela mai davvero la genesi ma solo le ispirazioni e i momenti di maggior rilievo creativo. Nell’attesa del revival di Twin Peaks egli apre le porte al proprio percorso personale fra caffè e sigarette, meditazione e altri noir moderni oggi classificati come fra i migliori film del 21esimo secolo come il conturbante e magnetico Mulholland Drive, costituito da una struttura e una dinamica visionaria, irreale a tratti impenetrabile, e che ben condensa quindi tutte le caratteristiche del regista.

Per gli appassionati il film documentaristico sarà un vero e proprio ritratto d’autore e verrà proiettato in 70 sale italiane a partire dal 20 febbraio, occasione inedita per approcciare al geniale regista attraverso un aperto dialogo e un concentrato di riflessioni di oltre 90 minuti a proposito non solo di cinema ma anche di arte, di ricerca, passione, musica e soprattutto libertà, che sempre rima con creatività, e che vede David Lynch oscillare costantemente fra passato e presente, tratto tipico infondo dei suoi film.

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