Testo di – MARCO FERRARIO

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Al filosofo platonico i cittadini di Madaura“. Questa dedica è stata rinvenuta sul basamento di una statua che doveva raffigurare Apuleio nella sua città natale, Madaura, oggi M’Daorouch in Algeria e testimonia la considerazione nella quale era tenuto questo affascinante ed eccentrico personaggio all’interno degli ambienti che frequentò durante la vita. Apuleio (125-170 circa d. C.) non lasciò spesso l’Africa ma non per questo può essere considerato un provinciale. Come testimoniano le opere che ci sono pervenute fu dotato di una cultura straordinariamente vasta e poliedrica che lo portò ad occuparsi di diverse tematiche all’interno di svariati campi del sapere e verso ciascuno di questi ambiti mostrò sempre un curioso interesse, affiancato ad una mirabolante perizia retorica che fu, se non il principale, senza dubbio un importante ingrediente del suo successo (o se non altro della sua notorietà, nel bene come nel male). Questi pochi spunti sono già sufficienti a delineare un ritratto del personaggio assai più complesso di quello che emergerebbe a dar credito alla sola epigrafe di Madaura e non riducibile al solo essere filosofo, per lo meno non nel senso in cui oggi intendiamo questa parola.

Apuleio si inserisce per attitudini e temperie culturale nella quale visse all’interno del movimento dei “Secondi Sofisti“, definizione che raggruppa una serie di intellettuali delle provenienze più diverse (era greco Erode Attico, gallo Favorino di Tours, siriano Luciano) che si muovevano all’interno dell’impero tenendo conferenze sui temi più disparati nelle varie località in cui soggiornavano. Caratteristica di queste vere e proprie performances erano la non convenzionalità dei temi (un elogio della calvizie ovvero, uno della polvere) e la scaltrita tecnica retorica con la quale questi discorsi erano elaborati: si potrebbe dire, con una formula inevitabilmente compendiaria ma forse non del tutto errata, che il significante rivestiva un’importanza maggiore del significato. I Florida del nostro autore sono un’emblematica testimonianza di questo fenomeno: il titolo significa “fiori vari” quindi una sorta di florilegio, ma è possibile rintracciare anche l’etimo di “antologia”. L’opera consta di quattro libri ed è una raccolta di ventitré estratti di declamazioni epidittiche, presumibilmente discorsi tenuti durante i suoi pellegrinaggi su argomenti vari, nel perfetto stile della Seconda Sofistica. Al di là ed oltre la sorprendente varietà tematica emerge in maniera preponderante l’attenzione al profilo formale di questi discorsi; il principale obiettivo di Apuleio sembra quello di ottenere il plauso del suo pubblico. Accanto alla figura del filosofo emerge dunque quella del retore ma in un senso nobile del termine, per certi versi assimilabile a quello dell’uomo ευπεπαιδευμένοςdi Isocrate, vale a dire una personalità colta che vive dell’uso della parola puntando da un lato al successo e dall’altro ad un intervento costruttivo nella società del suo tempo: in questo senso occorre ricordare che gli esponenti della Seconda Sofistica furono spesso in contatto con il potere, anche ai massimi livelli.

Quello della retorica e della parola artisticamente elaborata ci appare dunque come uno dei mondi frequentati dal nostro autore, ma accanto al conferenziere brillante e di successo si staglia ed in un certo senso vi si sovrappone la figura del filosofo in senso “tradizionale” per quanto un termine del genere appaia poco calzante per una figura multiforme quale quella dell’uomo di Madaura. Scritti quali il “De Platone et eius dogmate” e il “De deo Socratis” mostrano l’appartenenza del nostro alla corrente del medio platonismo (così come fu una generazione prima per Plutarco), ma accanto alla speculazione più propriamente filosofica emerge un interesse assai profilato per i culti misterici, le filosofie orientali, la demonologia (un’articolata dottrina demonologica è il vero argomento del De deo Socratis) ed anche la magia, un aspetto questo della cultura di Apuleio che gli attirò sospetti ed inimicizie, sino al celebre processo del 158.

Retore, filosofo, uomo di cultura latu sensu e sotto un certo rispetto anche mago confluiscono nell’orazione pronunciata a quel che sembra dallo stesso Apuleio per difendersi dall’accusa di magia formulata da Ponziano, un suo amico la cui madre, la ricca vedova Pudentilla, era divenuta moglie dello stesso Apuleio ed era morta qualche tempo dopo. L’accusa era ben più seria di quanto potrebbe sembrare a noi oggi, la situazione assai delicata, ma il tono ed il piglio che traspare alla lettura del testo lascia intuire il successo che il nostro dovette riscuotere e la conseguente assoluzione. In uno stile pirotecnico impreziosito da folgorazioni, aposiopesi, parallelismi, neoformazioni, allitterazioni ed una pungente ironia, Apuleio riesce con grande persuasività a screditare i suoi accusatori schiacciandoli sotto la sua smisurata erudizione stornando da sé le accuse di affatturazione e di veneficio ai danni di Pudentilla di cui era accusato, tenendo per ultima la mossa decisiva per il successo: il testamento della stessa Pudentilla che designava come eredi principali Ponziano e Pudente, il figlio di primo letto della donna e solo in minima parte Apuleio. Al contempo tuttavia il nostro non sembra preoccuparsi del tutto di allontanare da sé l’aura di mago che lo circondava e la distinzione che egli mette in atto tra magia bianca (positiva) e magia nera (esecrabile e da rigettare) non sembra molto più che un espediente retorico per liberarsi delle accuse più scomode da un lato senza voler rinunciare al fascino ed al timore reverenziale suscitati da una qualifica quale quella di mago.

Il più noto al grande pubblico è senza alcun dubbio l’Apuleio narratore, il padre delle Metamorfosi. L’unica testimonianza del romanzo latino assieme a quanto ci è giunto del Satyricon offre un’ulteriore punto di osservazione per guardare all’uomo che questo testo scrisse. Fabula milesia, romanzo erotico, di avventura, erudito divertissement o forse percorso iniziatico al culto di Iside quest’opera enigmatica ed affascinante ci fornisce la più completa ed al contempo problematica sintesi del suo autore. Come ha suggerito Winkler, l’opera, che scorre piana pur nella sua esuberanza sino alla fuga di Lucio-asino in riva al mare, subisce una brusca, improvvisa svolta (ma è davvero tale?) nel libro XI quando il protagonista, partito greco ed ora divenuto “uomo di Madaura” riceve una promessa di salvezza dall’abiezione fisica e morale nella quale era precipitato ad opera della dea Iside. Questo snodo nella trama, tanto sorprendente quanto inaspettato, secondo il parere di Winkler obbliga il lettore a farsi “second reader” vale a dire a leggere nuovamente il romanzo da una prospettiva meno ingenua e più accorta cercando di cogliere tra le pieghe della narrazione gli elementi, in precedenza passati inosservati, che orientano il testo in chiave mistico-iniziatica. Ecco allora che il “lector intende: laetaberis” che campeggia in apertura di racconto offre come una traccia per intendere a fondo il significato, espresso attraverso molteplici significanti, dell’opera nel suo complesso: la laetitia che il lettore troverà nell’ “Asinus aureus” sarà di sue tipi, dei sensi e dell’intelletto, ed attraverso questo a quella dell’anima; ma per raggiungere questa è necessario percorrere il cammino di Lucio (che poi è quello di Apuleio, come forse quello di ogni uomo) dall’ acqua perigliosa alla redenzione, dal baratro alla salvezza.

Il romanzo è lo specchio, deformante ma a ben guardare veridico di quest’eroe dei molti mondi che non smette di affascinare chi lo studia e di avvincere chi lo legge per curiosità o per mero divertimento.

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