Testo di – MARCO FERRARIO

Apollonio-Rodio

Achille, Enea, Gilgamesh, Sigurdh, Giasone, Cuchulainn, Orlando, Beowlf. Trovate l’intruso, perché tra i nomi che leggete sopra, uno è fuori contesto. O forse ci sembra fuori contesto, di certo lo è sembrato. Non vi viene in mente? Vi do un indizio. Omero, Virgilio, un anonimo, un secondo anonimo, un filologo, un poeta, un Bibliotecario, un terzo anonimo, probabilmente Turoldo di Fécamp, il quarto anonimo. A qualcuno i conti potrebbero non tornare, ma vi assicuro che è solo un errore di calcolo, in realtà i conti tornano. Anche in questa seconda lista c’è un intruso, o meglio, ce ne sono tre, ma nel nostro caso tra “tre” ed “uno”, la differenza è più di forma che di sostanza. Il filologo, il poeta ed il bibliotecario sono una persona sola, e sono il nostro primo intruso, perché filologo, poeta e Bibliotecario, vale a dire direttore del più prestigioso e rinomato istituto di cultura dell’Egitto tolemaico fu Apollonio Rodio, vissuto tra il 295 ed il 215 a. C. Di lui, come della maggior parte degli autori di epoca ellenistica, sappiamo molto poco, e le poche notizie che possediamo non sono tutte ugualmente degne di fede. Possiamo affermare con buona sicurezza che non ebbe vita facile. Narrano alcuni che fu vigorosamente osteggiato da Callimaco di Cirene, figura di assoluta preminenza nel mondo culturale dell’Alessandria del tempo, il quale non perse occasione per bersagliare il povero Apollonio ogni qual volta ne ebbe l’occasione, e pare sia da imputare proprio a Callimaco il solenne fiasco cui il nostro autore andò incontro nel momento in cui presentò l’opera alla quale aveva atteso con fatica e dedizione, le Argonautiche, davanti alla corte al gran completo, fiasco che gli costò l’esilio in quella Rodi che forse si trova riecheggiata nel nome. Alla sua morte Apollonio venne dimenticato, e chi in seguito di ricordò di lui non gli fece certo un favore.

Entra ora in scena il secondo, che in realtà era il primo, intruso, Giasone. Le Argonautiche sono infatti un poema epico, e Giasone ne è il protagonista. La fortuna critica e di pubblico del figlio di Esone è paragonabile a quella del suo autore. Benedetto Croce vedeva in Apollonio un poeta pedante, sterilmente erudito, dallo stile “mediocre” (giudizio quest’ultimo proprio già di Quintiliano, anche se l’accezione del termine latino “mediocris” non è quella qui utilizzata da Croce) ed in Giasone un non-eroe (ché già chiamarlo anti-eroe avrebbe comportato blasfemi paragoni con Odisseo). Mancherebbero al poeta alessandrino l’ispirazione, il genio, l’altezza di sentire, di immagini e di parole che furono attributi peculiari del Vate di Chio (e di almeno un’altra dozzina di città della Grecia nel corso di otto secoli). Insomma, un poeta mediocre, vissuto in un’epoca mediocre, che avrebbe partorito un’opera ed un personaggio altrettanto mediocri.

Partiamo dal personaggio. La vicenda si apre con l’arrivo di Giasone alla corte di suo zio Pelia, usurpatore, secondo la leggenda, del trono di suo padre. La tradizione vuole che un oracolo avesse predetto a Pelia che egli sarebbe stato spodestato da un uomo “calzato di un solo sandalo” è quell’uomo è naturalmente Giasone, il quale avrebbe perduto il proprio calzare sulla strada di casa guadando un fiume. Sempre secondo la tradizione Pelia avrebbe tentato di disfarsi dell’ingombrante nipote, tornato assetato di vendetta, inviandolo nella remota Colchide per impadronirsi del vello dorato di un ariete divino, custodito da un terribile drago. Cosa di meglio per un racconto epico? Già ci aspettiamo il prode guerriero che si erge impavido davanti al vile usurpatore, irride le sue meschine provocazioni e parte, solo, verso l’ignoto, per tornare vincitore e consumare la propria vendetta.

Invece no. In Apollonio Giasone si presenta dallo zio rispettoso, accomodante e diplomatico, e solo messo alle strette accetta, con evidente riluttanza, la rischiosissima impresa. Parte alla volta della Colchide al comando della leggendaria nave Argo e dei più celebri e valorosi eroi di tutta la Grecia, ma alla spada, dove è possibile, preferisce la diplomazia, cade spesso preda del più tetro scoramento e quando si presenta in campo per dar man forte ai suoi prodi la lotta è conclusa da un pezzo e sono spesso i suoi compagni a doverlo trarre d’impaccio. Possiamo aggiungere un Eracle obeso, Argo, capace di parola nel poema, si rifiuta inizialmente di trasportare il figlio di Alcmena perché “troppo superiore rispetto agli altri”, un Ila rapito da una ninfa in quella che è forse la scena più sensuale di tutta l’epica antica ed il fatto che l’unica sua “aristeia” (l’impresa gloriosa che distingue l’eroe epico) Giasone la compie solo grazie ai filtri donatigli da Medea, la figlia del re della Colchide Eeta, una fanciulla travolta dalla passione per l’avvenente straniero, il quale, al momento del ritorno in patria, non solo non smania all’idea di condurre la sua benefattrice con sé, ma nel momento in cui si vede inseguito dal fratello di lei, Apsirto, si mostra dispostissimo a consegnala. Dulcis in fundo, l’eroe epico uccide il proprio rivale a tradimento, saltando fuori da un cespuglio per poi riprendere la fuga verso casa. Inutile dire che il paragone tra Apollonio ed Omero e quello, di riflesso, tra Giasone ed Achille, è sempre stato impietoso. Più utile, forse, chiedersi perché lo è stato. Forse ad essere sbagliato è il punto di vista.

E se ci trovassimo davanti non ad un imitatore dalla vena poetica arida come il deserto ma davanti ad uno degli uomini più colti del suo tempo, che padroneggiava il testo omerico ai più alti livelli di competenza? E se il tempo di Achille fosse oramai trascorso? Se le sicurezze, i valori, gli ideali che si trovano dietro ad un poema epico “tradizionale” fossero lettera morta al tempo del nostro autore? Se Giasone non fosse la copia caricaturale di Achille ed Ettore ma l’eroe del mondo ellenistico? Se non incarnasse l’aristocratico ionico di VI secolo, ma l’uomo greco di III? Anche i suoi critici più feroci, e non sono mancati nel corso dei secoli, non hanno mai avuto il coraggio di negare che Apollonio fosse uomo di straordinario spessore culturale. Studioso indefesso del testo omerico, il nostro autore recepì in tutta la sua profonda carica innovativa la poetica di quel Callimaco che non gli risparmiò mai alcuna stoccata, e volle applicarla al genere letterario più refrattario ad innovazioni perché più insigne e più codificato, l’epica. Fra Omero ed Apollonio troviamo Sofocle e la sua angosciosa coscienza del destino umano, Euripide, con il suo interesse per l’introspezione psicologica, insuperato indagatore dell’animo femminile, lo stesso Callimaco, fautore di una poesia “pura”, allusiva, elitaria, ammiccante ed erudita, e poi l’irrimediabile frattura tra il passato ed il presente causata dalle imprese di Alessandro, morto nemmeno trent’anni prima che Apollonio nascesse. Per Eschilo, Sofocle, Platone, Tucidide, non vi era soluzione di continuità tra il loro tempo ed il tempo degli eroi. Tra l’uomo, il letterato, lo storico ellenistico, ed il tempo dell’Atene periclea vi è un abisso incolmabile. Di là il passato, con i suoi valori, le sue vette inarrivabili, di qua un presente indecifrabile, in un mondo immenso, ignoto, ostile. Le strade di Alessandria brulicano di lingue e di genti, città nascono ed altre vengono distrutte, dall’Oriente giungono racconti di meraviglie di ogni tipo, su tutto aleggia, opprimente, lo spettro della guerra. Eratostene di Cirene, anche egli Bibliotecario ad Alessandria, calcolerà con sbalorditiva precisione la misura della circonferenza terrestre, ma per l’uomo dell’epoca aperta dal Megalexandros, come lo si chiamava, il mondo non ha confini, e si può, a volte si deve, partire per terre sconosciute, perdersi tra popoli di cui nemmeno si immaginava l’esistenza, viaggiare. Viaggiare come viaggiano gli eroi di Apollonio, all’andata sulle orme di Odisseo, al ritorno solcando il Mar Nero, fiumi esotici, laghi di Libia, il Reno e persino il Rodano, tra rocce semoventi, mostri di ogni sorta, apparizioni di dei mai così vicini ed al contempo mai così diafani e distanti, in un turbinio di avventure che sono la più raffinata metafora di un’epoca fluida, frammentata ed affascinante. In neppure seimila versi le Argonautiche, come la sirena che rapisce Ila, libro I, vv. 1207-1272, precipitano il lettore tra i flutti dell’affabulazione del narrare, in un mondo senza tempo, dove però è possibile, dietro allo schermo della fabula, ritrovare in tutta la loro vivida e pulsante potenza i timori, le incertezze, i sentimenti dell’uomo, di ieri e di oggi.

Apollonio è figlio del suo tempo, e solo letto in questa prospettiva, la sola con cui è possibile affrontare un testo antico, ma l’ultima con cui di solito il testo medesimo viene affrontato, lo si può apprezzare per il grandissimo artista che è.

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