Testo di – MARCO FERRARIO

 

ovidio-bello

Uno sguardo, il fuoco che avvampa nell’anima. Giù, a rotta di collo, più veloci dei cani di Artemide, il respiro rapido ma regolare. Si piegano i fili d’erba al passaggio dei corpi. Più vicina. Un rapido scarto a sinistra, più agili di un cervo, ancora più vicina. Alberi, sassi, vecchi tronchi ammuffiti che giacciono al suolo, non sono che indistinte macchie di colore. Non si ode che il suono della corsa frenetico, disperato, impercettibile. Sempre più vicina. Sul viso il vento di quella chioma dorata, il frusciare delle vesti, un brivido corre lungo la schiena, ancora pochi passi, la mano si tende, ma ecco, i capelli si allungano in fronde, le braccia in rami, i piedi divengono radici. Non resta che lo splendore di una fanciulla che non voleva essere amata, ed un dio, che termina la sua corsa abbracciando un tronco, sotto la cui corteccia avverte ancora palpitare la carne ed il sangue scorrere caldo. Ancora un momento, e non sarà che linfa.

La vicenda di Apollo e Dafne, consegnata all’immaginario collettivo nei magnifici versi di Ovidio può essere presa ad esempio dell’arte raffinatissima e dello spirito di una della più tragica delle figure della letteratura latina. Della categoria del Tragico, come la definisce Aristotele nelle pagine della Poetica, Ovidio incarna il concetto di “catastrofe”, vale a dire il rivolgimento repentino della sorte di cui furono responsabili, ce lo dice egli stesso, “carmen et error” (Tristia II, 207/252). Giunto all’apice della gloria e del successo, ricco, sposato tre volte, ammirato e conteso dai più raffinati circoli culturali di una Roma opulenta e gaudente, Il poeta ricevette dall’imperatore Augusto l’ordine di partire per Tomi, sulle coste del Mar Nero. Lì Ovidio sarebbe morto dopo dieci anni di durissimo esilio. Sui motivi che portarono Ottaviano ad una simile decisione si sono sparsi fiumi di inchiostro. Sembra probabile che a perdere colui che al tempo era una celebrità indiscussa all’interno dei più raffinati ambienti della capitale fu il “carmen” prima che l’ “error“, e lo spirito che animava i carmina ovidiani, anche quelli più impegnati (almeno in teoria) come i Fasti, calendario delle festività romane in versi, che avrebbe dovuto contribuire a sancire la canonizzazione della restaurazione morale promossa da Augusto esaltando i valori retrostanti alle vicende retrostanti le più importanti festività romane e che invece si risolse in una rassegna sbarazzina e dissacrante dei mirabilia della tradizione romana. Punta di diamante, e biglietto di sola andata per la Scizia, dovette essere il mese di Luglio, nel quale veniva avanzata l’ipotesi che nella congiura delle Idi di Marzo del 44 a. C. a venir trucidato nella curia del Senato sarebbe stato un simulacro di Cesare, sulle orme dell’Elena euripidea. Aspra denuncia del tradimento degli ideali sbandierati dal “princeps” al tempo dello scontro con Ottaviano. Figuriamoci. Quell’idealista di Virgilio, che parlava di “Fides”, “Pietas”, “Virtus” e che credeva negli dei e nel Fato era morto quasi trent’anni prima. Probabilmente Ovidio non ebbe neppure coscienza di quali tasti si fosse messo a toccare.

Cresciuto al riparo dai tormenti delle guerre civili, imbevuto della cultura manierata di una società ricca, fastosa,  retorica, educato al culto dell’immagine e della retorica, Ovidio dovette relazionarsi alla vita con lo stesso atteggiamento che traspare dai suoi versi d’amore, a partire dalle elegie: gioco, illusione, un frutto maturo da gustare appena prima che si guasti. “Fallite fallentes“, scrive in Ars Amatoria I, 631-646 rivolto ai suoi discepoli. Altro che le pene sofferte da Cornelio Gallo, Tibullo e Properzio. Ovidio si impadronisce dei codici, dei moduli espressivi della poesia erotica e li svuota dall’interno. Sparisce tutto, lo strazio, il “servitium amoris” come lo concepivano i suoi predecessori, sparisce persino la puella (la Corinna ovidiana è un puro nome, uno stilema, un tópos letterario): resta solo l’arguzia, l’immagine, la qualità sopraffina del poetare, il verso, la musica della parola. Tutto è poesia, niente esiste che non sia suggestione, che è la cifra eminente della vita, meravigliosa, seducente, effimera. Ecco allora che il mito perde le implicazioni etiche, filosofiche, teologiche che lo innervavano nella riflessione virgiliana e diventa un repertorio sconfinato di storie, immagini, fabulae. Mythos allora, ma privo del lógos, narrazione allo stato puro alla quale accostarsi curiosi ed osservare, tra meraviglia, incredulità ed ironia le ire, gli amori, i tradimenti, le passioni di dei ed eroi. “Dove voi vedere cose ideali io vedo cose umane, ah!, troppo umane!” avrebbe scritto Nietzsche.

Le aveva viste senza dubbio anche il nostro poeta, ma non è un buon prestigiatore quello che non si cala nella parte e così, al posto della spiegata ma dolente demistificazione di tutte le nostre più inconfessabili illusioni propria di Nietzsche, primo e ultimo uomo nel cui petto batté il più autentico spirito della Seensucht romantica, troviamo la più spregiudicata e divertita miseen abyme che si possa concepire. Le Metamorfosi sono un “perpetuum carmen” ci informa l’autore in apertura di opera. Poesia epica ed epillio, narrazione continua ma anche raffinatissimo frammento di poesia lirica, i quindici libri di quest’opera straordinaria sono come un labirinto, o un caleidoscopio. Niobe piange disperata la morte dei suoi figli ma è già divenuta pietra, e non puoi esser certo che prima al posto di quella roccia vi fosse una donna; Io non è ancora divenuta giovenca che già corriamo sul carro del Sole assieme a Fetonte, precipitiamo assieme a quel fanciullo imprudente ma un attimo prima di toccare terra e veniamo catapultati in un ridente prato d’estate appena in tempo per veder sparire la giovane Persefone in una voragine della terra; e poi piangiamo con le Piche, che osarono sfidare le Muse, ma il nostro dolore viene immediatamente travolto dal ritmo del flauto mentre attraversiamo i campi della Lidia indorati dal grano, gli altopiani di Persia e di Frigia temprati dal sole seguendo Dioniso, tirso in mano e pelli di cerbiatta sulla schiena; e ancora, navighiamo verso la Colchide, facciamo tappa in Sicilia, ascoltiamo impotenti il lamento di Arianna, abbandonata in Nasso.

È la parola che regna sovrana, il compito del lettore è unicamente quello di lasciarsi cullare dalla fluidità dell’esametro: chiuda gli occhi e si perda nelle vertiginose profondità di questo testo. Non c’è dramma, anche davanti alle tragedie più disumane, non c’è finzione di cui non sareste pronti a giurare la verità e potrebbe darsi che anche le più consolidate certezze, da Zeus a Teseo, fino a Cesare e magari allo stesso Augusto, non siano che divertiti e divertenti risultati di una aberrazione ottica, di un gioco di specchi. È l’ingegno che spinge il poeta a narrare “di forme cambiate in corpi diversi“, null’altro. É la parola che muove il sipario e dietro non lascia che sé stessa, così che, caso mai voleste tornare indietro, non sapreste più quale strada imboccare, e non vi resterebbe che continuare a recitare sul palcoscenico della vita, anche voi non più che parole di un “perpetuum carmen“. La riflessione barocca, portata alle sue più alte vette da Bernini, recepirà moltissimo dello spirito ovidiano: solo l’arte può vincere la morte, ma lo può fare se dietro di sé non lascia altro: per sconfiggere la tomba si deve prima di tutto uccidere la vita.

Aristocratica come nessun’altra, preziosa nella sua inutilità, l’arte di Ovidio sopravvive nutrendosi di sé stessa e dello spirito del proprio creatore, che per essa è stato perduto ma che da essa non riesce a liberarsi, né lo vuole, per quanto ne soffra, dal momento che, in fin dei conti, “fare una danza al buio o scrivere versi che non leggerai a nessuno è lo stesso“. 

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