Testo di – MARCO FERRARIO

 

Petronio

Esperimento: immaginate per un momento di essere un giovane monaco benedettino.

Siete con buona probabilità il secondogenito di una distinta famiglia del patriziato romano del secolo XII e mentre vostro fratello spende e spande fra tornei viaggi e bagordi voi, chiamati da irresistibile vocazione (si prega di restare seri al momento della lettura di questo passaggio, per quanto difficile, altrimenti l’esperimento viene falsato), siete stati spediti all’età di cinque o sei anni in un tetro e gelido monastero nel laziale, a Santa Scolastina, o a San Vincenzo, scegliete quello che piùvi aggrada.

Avete sicuramente imparato il verbo di Nostro Signore, arsi in cuore dall’amore celeste ed avete imparato il silenzio, la disciplina, l’obbedienza e soprattutto la rinuncia, l’abnegazione indefessa, la contrizione.

Se a questo punto avete interrotto l’esperimento e vi siete recati in cucina a finire la parmigiana di melanzane di vostra nonna in attesa di Napoli-Inter vuol dire che non sono stati commessi errori procedurali nell’esecuzione dell’esperimento, per ora, quindi possiamo procedere.

Dal momento che siete il figlio, scalognato quanto volete, ma pur sempre il figlio, di uno degli esponenti più in vista dell’aristocrazia della Città Eterna avete ricevuto la migliore educazione possibile: latino, greco, Vangelo, cilicio e vergate. Intorno ai dodici anni, quando eravate in grado di intendere quanto vi si diceva, ma non di opporvi, ché se anche lo aveste potuto fare, probabilmente non ne sareste stati più coscienti da un pezzo, siete stati affidati al Bibliotecario, che vi ha iniziato anche lui a forza di vergate, e spero solo a forze di quelle, ai misteri dell’arte del copista.

Siete diventato un amanuense, e le vostre giornate sono trascorse allo scrittoio, scandite dai brividi così forti da scuotervi fin nel midollo e dal suono delle ore canoniche. Mattutino, lodi, ora prima, ora terza, ora sesta, ora nona, Vespri, Compieta, probabilmente il momento più sospirato di tutta la vostra agonia, quando il corpo crolla sfinito, giusto il tempo per riprendere le forze quel tanto che basta per ricominciare la sarabanda verso le quattro del mattino, tra un Laudate ed un Miserere.

Immaginate ora che questa sia una giornata come le altre. Avete appena recitato i Vespri, fuori piove, fa freddo. Il vostro fisico reclama disperatamente requie, i vostri occhi probabilmente anche, ma in qualche modo dovrete pur impiegare il tempo che vi separa dal coma, e quindi tornate come ogni sera allo scrittoio. Ravvivate il lume, che Satana in persona aveva spento per tentarvi prospettandovi le delizie del vostro pagliericcio umido, ma voi, indefessi e zelanti, sono certo avrete opposto fiera resistenza alle lusinghe del Maligno, e vi sarete recati in fondo alla sala a prendere l’ennesima bracciata di rotoli da copiare.

Scommetterei che siete tornati alla vostra postazione, avete disposto il manoscritto sul leggio, avete preso nuova carta, poi avete intinto la penna nel calamaio, vi siete rimboccati le maniche, stropicciati gli occhi, ed avete preso a leggere, pronti ad immergervi nelle profondità speculative di Dionigi Areopagita, o a perdervi nelle sottili disquisizioni di Beda il Venerabile, o magari a tremare dinnanzi agli ammonimenti dell’Apostolo.

Vi siete trovati invece davanti ad una ridda senza fine di turpiloqui, trivialità, turpitudini, dettagliate, minuziose ed icastiche descrizioni di coiti omo ed eterosessuali, pederastia, tradimenti, adulteri e blasfemia.

Giunti a questo punto dell’esperimento dovremmo formulare la nostra tesi: cosa farete a questo punto. Le possibilità sono, io credo, fondamentalmente quattro.

La prima: siete svenuti.

La seconda: avete arrotolato con la massima cautela e discrezione a voi consentita dal vostro stato d’animo il demoniaco rotolo, siete usciti dalla sala, vi siete barricati nella vostra cella ed avete trascorso la notte ad espiare i peccati commessi dai vostri occhi.

La terza: avete continuato a leggere senza posa fino all’alba soffocando a mala pena le risate che vi scuotevano da dentro le viscere gustando il piacere di una lettura come non avevate mai fatto in tutta la vostra vita.

La quarta: avete iniziato a ricopiare quel parto del diavolo, dopo tutto esistete per quello, tenendo solo il meno peggio.

Deve essersi verificata questa quarta ipotesi.

Infatti del Satyricon, -questo il turpe, inverecondo e ributtante abominio in cui è incappata la cavia del nostro esperimento-, non possediamo che frammenti.

Ma di cosa si tratta, più precisamente?

Assieme alle Metamorfosi di Apuleio di Madaura (quest’ultimo giuntoci intero non perché meno castigato, ma

perché troppo sottile ed allusivo per essere inteso dal lettore-copista-censore medio) si tratta del solo romanzo della lettura latina a noi noto. Venne scritto probabilmente nel secolo I d. C. all’epoca del principato di Nerone.

Se per caso vi state chiedendo chi sia l’ autore di questo testo, posso dirvi con sicurezza che non è Satana. Sono invece un po’ più titubante al riguardo di chi egli sia.

I codici, non tutti per altro, riportano T. Petronius Arbiter. La nostra curiosità sembrerebbe destinata a rimanere frustrata, se non leggessimo, in un passo degli “Annales” tacitiani, il seguente resoconto della morte di un cortigiano di Nerone, nell’anno 62:

“Quanto a Gaio Petronio, devo fare un passo indietro. Dedicava le giornate al sonno, le notti al lavoro ed ai piaceri della vita, arrivando in tal modo con l’inerzia a quella fama che altri attingevano con la laboriosità e, a differenza della maggior parte di quelli che scialacquano le loro sostanze, veniva considerato non un gavezzatore ed un dissipatore, ma una persona di lusso raffinato.

Quanto più le sue parole e le sue azioni erano libere ed ostentavano disprezzo, tanto più venivano apprezzate come espressioni di schiettezza. Come proconsole in Bitinia e poi come console si mostrò energico e senz’altro all’altezza del proprio compito. Tornò in seguito ai propri vizi, o all’affettazione di essi, e venne accolto tra gli intimi di Nerone in qualità di arbitro di eleganza, al punto che l’imperatore non giudicava nulla come piacevole e di buon gusto se prima Petronio non lo aveva approvato. Da ciò nacque l’odio di Tigellino, che lo reputava suo rivale e più esperto nella scienza del piacere; egli dunque cercò di solleticare la crudeltà dell’imperatore, di fronte alla quale le sue altre passioni cedevano, addebitando a Petronio l’amicizia di Scevino.

Corruppe un suo schiavo perché lo denunciasse e gli tolse qualunque possibilità di difesa facendo arrestare la maggior parte della sua servitù. In quei giorni l’imperatore si era recato in Campania e Petronio, che si era spinto anche lui fino a Cuma, veniva trattenuto là.

A quel punto non sopportò oltre l’essere sospeso tra timori e speranze, tuttavia non si congedò precipitosamente dalla vita, ma tagliatosi le vene, tornò poi a legarle e a riaprirle a suo piacimento, parlando con gli amici, ma non di argomenti seri e neppure ricercando una morte eclatante. Non volle sentire né pronunciare discorsi sull’immortalità dell’anima o altre massime filosofiche, ma solo canti leggeri e versi facili.

Distribuì doni ad alcuni servi, ad altri frustate.

Andò poi a banchetto e cedette al sonno, in modo che la sua morte, per quanto coatta, fosse simile ad una accidentale. Nel suo testamento,diversamente dalla maggior parte di quelli che morivano in quel tempo, non adulò Nerone né Tigellino né nessun altro dei potenti, ma descrisse dettagliatamente le turpitudini dell’imperatore facendo i nomi di amasi ed amanti, e le singolarità delle sue inclinazioni sessuali, poi lo firmò e lo spedì a Nerone.

Spezzò infine il sigillo, perché non venisse usato in seguito per rovinare altri”.

                                                                                                                     Tacito, Annales XVI, 18-19

Ad onor del vero devo ammettere che non abbiamo elementi per associare il nome riportato dai manoscritti a questa mirabolante figura, ma il ritratto di Tacito, se è mendace, è una di quelle menzogne cui non si riesce a non prestar fede, ed una lettura anche cursiva del romanzo dovrebbe mettere in luce quanto meno delle analogie tra lo spirito della pagina del personaggio descritto ed il contenuto del testo. Un riassunto del Satyricon è semplicemente impossibile, ed anche se si potesse compendiarlo, non lo farei, tale e tanta è la perizia descrittiva, la capacità affabulatoria, la tagliente ironia che trasuda dai brandelli di questo testo sensazionale, che qualsiasi tentativo di epitome non rende giustizia al valore dell’opera.

Petronio è il suo romanzo.

Vi troverete senza fatica una minuziosa rassegna di tutte le declinazioni dell’abiezione umana, ma non una riga di commento, niente facili moralismi, niente condanne, solo una lucida, impietosa, allucinatamente dettagliata descrizione della Roma “tryphosa”, come avrebbe detto il Socrate platonico, a proposito di moralisti, attraverso cui, se siete particolarmente attenti, potreste scorgere un baluginio della corte neroniana.

Non aspettatevi polemiche “di classe” o denunce dickensiane, ma sopra tutto non mettetevi a cercare Petronio tra le righe del suo romanzo.

Per incomodare Gian Biagio Conte, autore di una raffinatissima esegesi del romanzo, il narratore è “nascosto” e per quanto vi danniate, aggiungo io, non lo troverete. Il mio modesto consiglio è quello di godervi la commedia, perché di questo si tratta, e vi invito quindi caldamente a seguire, se ci riuscite, le (dis)avventure di Encolpio, questo il nome del protagonista, tra le vie di una “Graeca urbs” alla ricerca del suo diletto amasio, sottrattogli dal migliore amico, Ascilto, che è poi, come sempre quanto c’è di mezzo il cuore, anche il peggior nemico.

Dico “se ci riuscite” perché potreste finire risucchiati dalla casa di Trimalcione, o magari dovreste espiare i peccati che avete commesso nei riguardi del dio Priapo sotto la supervisione della sacerdotessa Quartilla, potreste venir rapinati, come accade ad Encolpio, da un “nocturnus grassator” intanto che fantasticate eroiche vendette ai danni dei più infingardi traditori.

Se non state più che attenti potreste ritrovarvi ad ascoltare discorsi senza senso sulla decadenza della retorica contemporanea e se cercate scampo dai vostri interlocutori non mi stupirei nel trovarvi all’angolo in una pinacoteca, intenti a contemplare un quadro di Protogene o di Apelle giusto prima di venir travolti dall’eloquio di un cencioso poetastro che si crede novello Virgilio.

Non vi resterebbe a questo punto che imbarcarvi, forse siete ancora in tempo per rifarvi della perdita del vostro fanciullo con la moglie del capitano.

Caso mai doveste fare naufragio, non è per fare lo iettatore, ma bisogna essere pronti a tutto, state lontani da Crotone, lo dico per il vostro bene.

Perché?

Sapete già come si fa a sapere la risposta… Non credo ci vogliano più di 12 euro per godersi la lettura.

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