Testo di – MARCO FERRARIO

 

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Avrei voluto raccontarvi una storia, l’avevo già in mente, non mi sembrava nemmeno un’idiozia troppo spropositata per insultare la vostra attenzione. Avrebbe dovuto essere la storia di un tempo, di una città in guerra, di un popolo e di un uomo amato, ammirato, discusso, temuto, odiato. Sarebbe stato il racconto di una Storia che divenne leggenda, sarebbe stata una grande storia.

Poi ho scoperto, da ora potete chiamarmi Scherlock, che questa storia qualcuno la aveva già scritta e ad un livello che non sono nemmeno autorizzato a sognare. Il tempo è il 429 a. C., la città è Atene, il popolo sono gli ateniesi, l’uomo è Pericle.

Tucidide ateniese ha scritto della guerra tra i Peloponnesii e gli ateniesi, e di questa storia io vorrei rileggere con voi un baluginio, un passo difficile, ambiguo, fulminante come è proprio dell’arte di un genio. Tucidide è pericoloso per i moderni perché il livello intellettuale dell’uomo è tale che risulta assai arduo per lo storico, anche per il più avveduto, sottrarsi al fascino della sua scrittura il che include la profondità ed il taglio dei suoi giudizi, nonché le categorie con le quali egli ragionava e che la sua statura ha a lungo imposto ai posteri, che essi lo sapessero e lo accettassero (e non sempre le due cose coincidono) o meno. La storiografia greca, in specie quella altamente letterarizzata il cui primo esponente a noi pervenuto è Erodoto, non ebbe mai come proprio oggetto di interesse il passato in quanto le era estranea quella che Kosellek (La teoria della storiografia oggi pp. 141-158) ha definito “temporalizzazione della storia”.

Questo vuol dire che il futuro non venne mai avvertito come potenziale apportatore di novità radicalmente trasformatrici ed ugualmente il passato non fu mai inteso come un tempo “diverso” rispetto alla contemporaneità, dotato di una propria autonomia. Il futuro era destinato a riproporsi “uguale o simile” al presente (é Tucidide ad affermare ciò e di questa convinzione fa uno dei cardini della propria riflessione nonché la principale motivazione dell’utilità di quanto scrive e della scientificità del modo in cui scrive) ed il passato per gli storici antichi non fu che il presente dei predecessori.

Conseguenza inevitabile di un’ottica di questo tipo fu l’assoluta preminenza che il presente assunse nella narrazione storica. Secondo una consolidata tradizione interpretativa la Storia in Grecia nasce con Erodoto, il quale dovette moltissimo ad Omero quanto a fini che con la sua opera si proponeva, a modalità narrative, a vastità di orizzonti. Erodoto narra della guerra contro la Persia, la più grande di cui si abbia notizia: era la “sua” guerra (aveva tra i quattro ed i cinque anni quando si combatté a Salamina), fu l’evento che mutò per sempre le sorti di Atene e con essa della Grecia, era la nuova guerra di Troia e l’alicarnasseo fu l’aedo di quell’epopea. Anche Tucidide racconta di una guerra alla quale prese parte in prima persona.

Fu infatti stratego nel 424, venne inviato a proteggere Anfipoli in Tracia, venne sconfitto dallo spartano Brasida, esiliato, e da esule scrisse quanto leggiamo. Ciò cui Tucidide partecipò fu “lo sconvolgimento più grande per la Grecia, per parte dei barbari e per così dire per la maggior parte dell’umanità” (I, 1, 2), più grande della guerra di Troia, più grande delle guerre persiane. Questa guerra fu aperta dai Lacedemoni, i quali tuttavia furono costretti a questo passo dall’arroganza degli ateniesi. Sono ancora parole sue per spiegare le quali sono state abbattute foreste nel corso della storia degli studi. Finché visse Pericle fu il protagonista indiscusso di questo conflitto. Lo volle lui, lui lo provocò, lui lo diresse. Nel 429 morì stroncato dalla malattia. Esce di scena dalle pagine di Tucidide dopo il suo celeberrimo epitafio (II, 34-36), dopo la tremenda descrizione della “peste” e dei suoi effetti (II, 50-54).

Lo storico si congeda da quest’uomo eccezionale con poche righe sulle quali vorrei soffermarmi in vostra compagnia. La pagina con la quale lo storico si congeda dal politico ha l’apparenza del ritratto o di un “epitaphios logos”, un “coccodrillo”, ad esser spicci, ma occorre cautela: non è infatti in gioco una certa immagine del personaggio, come denota l’assenza di tratti individualizzanti e non emerge neppure un interesse di tipo aneddotico o biografico, non è l’uomo al centro dell’attenzione, sì il politico e lo stratega.

Unico parallelo potrebbe essere lo spazio riservato a Temistocle in I, 138 ma qui non si tratta neppure di un bilancio della vita del figlio di Santippo, sono invece evocati alcuni nodi problematici, primo fra tutti quello della condotta della guerra contro Sparta ed il rapporto del “protos aner”, il primo cittadino, con il popolo ateniese. Questa è una pagina fortemente ideologica, osservatorio privilegiato per intuire l’entità dell’ingombro intellettuale che costituisce il giudizio di Tucidide su questi anni, sulla vita politica che li animò e sugli uomini che ne presero parte.

Qui ci interessa l’operazione che il nostro storico attua in merito alla democrazia ateniese ed al suo protagonista più celebre: egli enfatizza in modo assai obliquo e raffinato ma non per questo meno deciso il ruolo preminente di Pericle sminuendo così l’istanza radicale della democrazia ateniese di V secolo. Quando viene escluso che Pericle fosse guidato dalla moltitudine più di quanto egli la guidasse si delinea una contrapposizione che da un lato colloca la democrazia popolare all’interno della quale la guida politica deve rinunciare al suo ruolo per mantenere “la poltrona” consegnandosi in pasto agli appetiti del popolino (è quello che avrebbero fatto i politici post-periclei), dall’altro c’è la democrazia “posta sotto la guida del cittadino più eminente”, espressione contorta già grammaticalmente oltre che a livello concettuale. Una possibilità inaccettabile la prima, sola condiziona alla quale la democrazia possa essere accettata dall’oligarca imperfetto (Canfora) la seconda.

Tucidide non approva questa forma di governo né in astratto né nel concreto degli anni d’oro di Atene, la soluzione politica periclea non appare valida perché democratica, piuttosto perché periclea, ovvero saldamente affidata ad una guida. Lo stratega viene dipinto da Tucidide come dotato di una serie di qualità che ben aiutano a comprendere i valori propri della più raffinata élite aristocratica di cui il nostro autore è a tutti gli effetti membro: preveggenza, incorruttibilità (per altro non attestata da tutte le fonti), integrità morale (anche qui non tutti erano d’accordo, bastino le staffilate dei comici ai suoi protetti Fidia ed Anassagora per non parlare di Aspasia) ma sopra tutto freddezza e razionalità. Pericle è saldissimo nel giudizio, padrone di capacità prognostiche (vantate per altro dallo stesso Tucidide, si veda il proemio), libero dai condizionamenti cui soggiace chi deve la posizione che occupa non al carisma ma alla demagogia.

La cultura aristocratica di età arcaica era in via di estinzione ma ancora saldamente radicata negli ambienti della “destra intellettuale” (Murray) e come ogni animale che si sente braccato quando si sente all’angolo attacca. Questa cultura era altamente ritualizzata, memore dei grandi precedenti dell’epos omerico e privilegiava la compostezza, la misura, in una parola uno stile di vita, sola vera linea di demarcazione che differenziava gli i “migliori” (traduzione di aristoi) dal resto della cittadinanza (le differenze censitarie ovviamente esistevano, ma non costituivano autentico discrimine così come non lo costituiva il “sangue”).

La democrazia radicale era nata sull’ostracismo di un rappresentante di questo mondo (Cimone) e tra i suoi primi atti avrebbe fortemente ridimensionato le prerogative dell’Areopago, autentico fortino delle prerogative aristocratiche per consegnare infine il potere, quello vero, all’ ochlos, al popolino, alla feccia, alla marmaglia credendo di dominarla, finendo per esserne dominata. Atene splendette fintanto che visse il grande regista, coloro che vennero dopo furono apprendisti stregoni capaci di scatenare una forza ma non davvero di controllarla e ne finirono travolti.

É un giudizio e come tale é opinabile.

Dal canto nostro ci limiteremo ad una suggestione: é ampiamente condivisibile il giudizio di Kosellek di cui sopra, il passato é il passato e come tale autonomo rispetto alle altre fasi della Storia inoltre non é sempre detto che gli eventi umani siano destinati a ripetersi “uguali o simili”, ma filo tanto sottile quanto resistente sembra unire i giudizi di Tucidide, Aristofane e Platone ad altri capitoli della vicenda del nostro mondo.

Chiudo l’opera di Tucidide, penso agli ultimi vent’anni vissuti da questo paese, penso a quello che ancora ci attende e proprio non mi riesce di dar torto a chi mi viene a dire “de nobis narratur in fabula”.

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