Testo, foto e video di – GIUSEPPE ORIGO

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Lo scorso Febbraio un solerte muratore della manutenzione, al museo d’arte moderna di Ravenna, ha stuccato il foro nella parete disegnato nel contesto di un’ opera, che figurava la traccia lasciata da un grosso specchio caduto, di Eron (Davide Salvadei) e pochi giorni dopo, a Bari, la sig.ra Anna Macchi raccogliendo giornali, cartoni e cartacce e spazzando biscotti sbriciolati dal pavimento dei locali scelti per l’allestimento della mostra “Display Mediating Landscape” ha, senza volere, consegnato alla locale nettezza urbana installazioni di Paul Branca, Nicola Gobbetto e David Jablonowski.

è vero: “Ignorantia legis non excusat” ma sul piano dell’ “Ignorantia artis” il discorso è molto più complesso e le riserve più numerose.

Il sostanziale problema del relazionarsi con l’oggi in arte, con la siddetta “arte contemporanea“, è dovuto alla quasi totale assenza, nel rapporto “spettatore-opera”, di una prospettiva critica cui attingere per formulare il giudizio di partenza con cui demarcare il confine tra arte e non arte.

Non è qualcosa che, dopo tutto, deve stupire più di tanto pensando che molte delle correnti e fattispecie artistiche noi giunte oggi e universalmente conclamate come tali hanno conosciuto, nel loro contesto di contemporaneità, resistenze e critiche talvolta feroci: basti pensare a quel 15 Aprile del 1874 quando Monet, Degas, Sisley, Renoir, Cézanne, Pissarro, Bracquemond, Guillaumin, Morisot e Cassatt aprirono i battenti della loro Exposition Impressioniste, mostra “indipendente” visto il rifiuto del Salon di esporre le loro opere, plurimartoriate dalla critica del tempo che già aveva in passato bollate come “immorali e disgustose” l’ Olympia e Le Déjeuner sur l’herbe di Manet, attuali capolavori nell’ “Olimpo degli intoccabili”. Questo è solo, forse, il più celebre e abusato degli esempi sul tema, dei moltissimi casi in cui la contemporaneità dell’ Arte ha conosciuto la sostanziale difficoltà della sua stessa contemporaneità: la rottura del canone e del format vigente in un tuffo nell’ avanscoperta della dimensione interpretativo-figurativa alla ricerca di un occhio nuovo che possa, prima o poi, forse veder riconosciuta globalmente la sua liceità artistica.

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L’ ONU, i Musei Vaticani, il Trinity College, Los Angeles, Mosca, Roma, Tivoli, Milano sono solo alcuni dei podi su cui le opere di quello che forse è il più grande scultore della contemporaneità italiana fanno mostra di sé: Arnaldo Pomodoro, classe 1926, distruttore di quiete geometrica.

Celeberrimo per le sue sfere, e la distruzione e ricomposizione della quiete geometrica delle sue forme in rideclinazioni ritmiche dei monumentali landscape scelti a scenario, lo scultore di Morciano di Romagna è demiurgo di una ritrovata libertà nella prigione del concreto.

Dall’intimità del suo Atelier in Vicolo Dei Lavandai, sul Naviglio meneghino, Arnaldo e la fondazione a suo nome hanno scelto di aprire e aprirsi a un’ interazione libera e alle virtuose potenzialità di agorà artistica e sociale con uno spazio espositivo d’ eccellenza in Via Vigevano 9, oggi (18 Marzo) inaugurato come palco per il vincitore del Premio Arnaldo Pomodoro per la Scultura: Loris Cecchini.

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In un cortile fiorito secondo la migliore tradizione lombarda si aprono le porte di vetro della fondazione, confine di uno spazio candidamente bianco rielaborato dall’ allestimento del curatore Marco Meneguzzo per accogliere i lavori dell’ artista Milanese.

Come anche in parte nell’ opera dello stesso Pomodoro ci troviamo qui innanzi alla ricomposizione armonica della spazialità in nuove dimensioni artistiche, ma qui la grande differenza fra i due: mentre il primo scomponeva la forma in forma, Cecchini trova una quiete nella non forma, decostruendo l’ architettura dello spazio e dell’ oggetto in una ricostruzione armonica ma informe.

Waterbones, fra i lavori qui esposti, è un fenomenale esempio di questo processo: tramite l’uso di centinaia di moduli in acciaio dalla morfologia “liquida” (“Water Bones” per l’appunto) l’artista crea un’ organicità quieta che sembra dialogare tanto con l’astante quanto con l’architettura circostante, la cui solidità e quiete sembrano interrompersi e ri-trovare una nuova forma di pace nella serie Wallvave Vibrations: qui è indagata la vibrazione come possibile rideclinazione organica della non-organicità della forma di muratura e solidità più tipica, del muro bianco.

Agitare per trovare la quiete, un ossimoro che trova la sua più totale concretizzazione nelle opere qui esposte, in un percorso attraverso la forma scultorea e l’architettura per scoprire quanto morbido possa essere l’acciaio, quanto prepotente e arrogante possa essere la semplice superficie piana.

Due decostruzioni e insieme due ricostruzioni a confronto quindi quelle dell’ Ospite Pomodoro e dell’ Ospitato Cecchini, due grandi di una contemporaneità dell’ Arte destinata forse all’immortalità e a diventare nuovo canone, perchè forse è questo lo scopo dell’ avanguardia e della modernità nell’ arte: sopravvivere alla sua stessa modernità distruggendo progressivamente la canonicità del modello vigente fino a diventare futuro canone di confronto e virtuoso antagonismo per nuove contemporaneità.

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